Un altro giorno verrà
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Un altro giorno verrà

  1. 384 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Un altro giorno verrà

Informazioni su questo libro

Attilio è stato il capostipite della famiglia Vezzoli. Nel primo Novecento, ogni autunno con i suoi cari e con i lavoranti, undici persone più un gregge di cinquecento pecore, lasciava il paese sull'Appennino Tosco- Emiliano e si spostava in Maremma per la transumanza. Si fermava sempre dagli stessi fattori perché "là sapeva di poter trovare ciò che serviva". Tognin, ultimo dei cinque figli di Attilio, sogna di sposare la sua Ginetta, che ama da quando è bambino. La vita andrà diversamente ma gli regalerà comunque grandi gioie - e qualche dolore -, prima fra tutte la nascita del nipote Lorenzo. Quest'ultimo, dopo essere cresciuto al paese, sarà il primo dei Vezzoli a lasciare le terre dell'infanzia per scoprire il mondo: finirà imbarcato come allievo commissario sul transatlantico Princesse, diretto a New York, conoscerà una passione così bruciante e si troverà in un mondo così sfavillante da fargli dimenticare il luogo da cui proviene. Un altro giorno verrà, scritto da Iva Zanicchi con la passione e la forza che la rendono così amata dal pubblico, è una saga familiare popolata da personaggi indimenticabili, di straordinaria volontà e dignità, animati al tempo stesso dal desiderio di conquistare il futuro e da un profondo attaccamento alle proprie radici. Un romanzo travolgente, intenso eppure capace di tenera ironia, che attraverso gli amori, le paure, le speranze e le sofferenze dei suoi protagonisti racconta i drammi personali e collettivi di un intero secolo.

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Informazioni

Editore
RIZZOLI
Anno
2022
Print ISBN
9788817163019
eBook ISBN
9788831808323

PARTE QUARTA

New York
1958

39

Lorenzo era su un aereo in partenza per New York. Era la prima volta che volava, eppure non sentiva l’emozione di quell’esperienza completamente inedita per lui. La sua testa, dal giorno in cui aveva saputo di Margherita, era stata occupata dal pensiero fisso di raggiungerla, di starle accanto, dalla paura di perderla e dalle preghiere alla Madonnina di Montenero che lo placavano, dandogli momenti di apparente calma.
Il cielo sull’aeroporto di Londra era plumbeo. Quando l’aereo cominciò a rullare sulla pista iniziò a piovere a dirotto. Lorenzo sentì una forte pressione che lo incollò contro lo schienale della poltrona, l’aereo si stava alzando dal suolo. Guardò fuori dall’oblò, non c’era una grande visibilità, ma si vedevano tutte le casette della periferia, poco distanti le nubi gonfie d’acqua.
L’aereo continuò a ballare fino a quando non bucò le nubi e un sole sfolgorante lo accecò. Stupito, poté vedere al di sotto come una enorme e soffice montagna di panna montata. Una specie di miracolo.
Se solo ci fosse stata Margherita, lì con lui, ciò che vedeva avrebbe avuto un altro sapore. Senza di lei, non gli sembrava nemmeno di essere presente con tutti i suoi sensi, non c’era nulla che lo smuovesse e lo facesse sentire palpitante e vivo.
“Amore mio” pensò, “non avere paura, tra poche ore sarò lì con te e non ti lascerò più neanche per un attimo.”
Mangiò qualcosa, prese una delle pillole che gli aveva prescritto il medico di bordo, senza non riusciva più a riposare. Si mise la mascherina sugli occhi, i tappi nelle orecchie e si addormentò profondamente. Sognò la sua Margherita: erano in montagna, a casa sua, giocavano nel giardino imbiancato come due ragazzini, lanciandosi palle di neve, rotolandosi abbracciati e felici.
Gli ultimi giorni sulla nave erano stati tremendi. Lunghi, eterni, le ore sembravano non passare mai. Lorenzo si era trovato a vivere come immerso in una grande bolla, i sensi intorpiditi dai sonniferi si risvegliavano soltanto quando c’erano comunicazioni sullo stato di Margherita.
Avevano tentato di svegliarla una volta dal coma farmacologico, ma era andata in debito d’ossigeno e avevano dovuto sedarla nuovamente per non farla soffrire. Dai primi consulti, sembrava che alcuni suoi organi fossero compromessi, ma sulla ragione di questi problemi i medici ritenevano ancora prematuro formulare una diagnosi, bisognava prima farla uscire dal coma e poi eseguire ulteriori indagini ed esami per confermare le ipotesi al vaglio.
L’unica notizia che lo aveva sollevato era stato l’imminente arrivo a Gibilterra della Princesse. Se ora si trovava su un volo diretto negli Stati Uniti era perché l’armatore Mancini aveva fatto in modo che lui potesse scendere dalla nave il prima possibile. Il segretario particolare dell’armatore e il comandante Marconi avevano ottenuto dalle autorità portuali di potersi fermare nel porto di Gibilterra. Dall’aeroporto militare britannico, Lorenzo aveva poi preso un volo diretto per Londra.
Per cercare di guadagnare altro tempo, il comandante Marconi aveva fatto navigare la Princesse a ben più di ventisette nodi di media, ma l’attesa era stata comunque lunga, a Lorenzo era parsa un’eternità. Avrebbe potuto impegnare il suo tempo scrivendo agli zii per avvertirli che non sarebbe rientrato a casa, a nonna Ginetta per spiegarle meglio che cosa gli stava succedendo, alla stessa Annalisa che forse sì, lo odiava, ma che aveva diritto di sapere che non si sarebbero visti a breve. Che non sarebbe tornato presto a Genova, men che meno al paese. Ma aveva la testa vuota e non era riuscito nemmeno a prendere carta e penna in mano.
Doveva però avvertire i suoi parenti che non sarebbe tornato. Aveva perciò fissato un appuntamento telefonico negli uffici della compagnia di Genova. Dall’aeroporto di Londra aveva chiamato e parlato con gli zii, ai quali aveva aperto il suo cuore, raccontando tutto quello che era successo sulla nave e spiegando che ora doveva stare accanto alla donna che amava. Si raccomandò con loro di avvertire nonna Ginetta, la zia Rosa e di far avere dei soldi a Casa Tognin. Ne aveva lasciati prima della sua partenza, ma si sentiva più tranquillo così; non sapeva e non poteva prevedere quando sarebbe tornato.
Quando Lorenzo si svegliò e si tolse la mascherina, fu accecato dalla luce della cabina, l’avevano appena accesa. Faticò a mettere a fuoco l’ora sul piccolo orologio da taschino, quello che gli aveva regalato il nonno e dal quale non si staccava mai, come non si separava dalla piccola croce al collo di don Ugo.
Erano passate sette ore circa dal decollo, ne dovevano mancare altre due all’arrivo. La voce del comandante confermò la sua ipotesi, Lorenzo accolse il suo annuncio con un respiro profondo. “Finalmente” pensò, “finalmente posso raggiungerti, amore mio.”
Il personale di bordo servì la prima colazione. Lorenzo bevve solo un caffè lungo, poi andò in bagno, si fece la barba, si lavò come poté e si cambiò la camicia. Uscendo, una hostess gli allungò la giacca che aveva appeso in un armadietto, infine tornò al suo posto.
Tutti i passeggeri furono invitati ad allacciare le cinture.
L’aereo atterrò dolcemente sulla pista.
L’ospedale era un edificio a due piani di mattoni sulla costa più a est di Central Park. Dopo aver preso l’ascensore, raggiunsero una grande anticamera, molto luminosa, con tante porte chiuse. Il suo accompagnatore, il segretario particolare dell’armatore, suonò a una di esse, parlò al citofono. Dopo qualche istante la porta si aprì e un’infermiera li accompagnò lungo un corridoio interminabile. Entrarono infine in un’altra stanza, anch’essa luminosa, c’erano due divani, un tavolo basso e poco altro. Il cuore di Lorenzo batteva all’impazzata, così forte che era certo che si potessero sentire i suoi battiti all’esterno. Nella stanza c’erano i genitori di Margherita che lo stavano aspettando.
Iolanda si alzò di scatto dal divano e gli andò incontro, l’abbracciò forte.
«Grazie Lorenzo, ti aspettavamo» disse.
«Grazie figliolo» le fece eco il marito con una voce così flebile che non sembrava nemmeno la sua.
«Dov’è?» chiese.
«Ora ti portiamo da lei» disse Iolanda, «è in coma vigile da due giorni, respira da sola, ma non si sveglia. Il professore ci ha consigliato di parlarle, di farle ascoltare la musica che le piace, sono certa che tu l’aiuterai, che sentirà la tua presenza.»
Lorenzo fu accompagnato nella stanza da Iolanda.
Pallida, i bellissimi capelli raccolti in una grossa treccia, le lunghe ciglia che le ombreggiavano gli occhi, le labbra carnose esangui semiaperte, Margherita giaceva nel suo letto immerso nella penombra della stanza.
Sembrava una bambina.
Lorenzo accostò la sedia al letto, le prese delicatamente una mano. La scrutò in ogni centimetro del viso. Respirava male.
«Ciao, amore mio, sono qui vicino a te. Ora non ti libererai facilmente di me.»
Lorenzo prese alla lettera il suggerimento dei medici. Il giorno in cui era arrivato e quello dopo ancora, parlò per ore e ore, quasi ininterrottamente, facendo poche pause. Iolanda gli aveva portato il caffè, poi da mangiare. Si era offerta più volte di dargli il cambio ma lui aveva insistito: finché ne aveva le forze, non si sarebbe allontanato un minuto, così la madre di Margherita avrebbe potuto andare a casa a riposare. La vedeva troppo sciupata e doveva assolutamente riprendere vigore.
Con un tono di voce molto caldo aveva descritto a Margherita gli ultimi giorni sulla nave, il viaggio in aereo, il grande impegno profuso dalla sua famiglia e dal comandante Marconi per fare in modo che lui fosse lì, in quel momento.
Ora le stava raccontando storie della sua infanzia, che lo avevano visto protagonista insieme a nonno Tognin. Le aveva parlato delle lunghe colonne di animali che si formavano dietro di loro quando, la domenica mattina, facevano il giro delle case dei bisognosi prima di andare a messa. Dopo aver regalato i prodotti della loro fattoria, uscivano inseguiti da qualche animale. Cominciava magari una gallina, si aggiungeva un’oca, poi una capra e via con i cani e i gatti. Si formava una vera e propria processione che li accompagnava fino al sagrato della chiesa. Come mai succedesse, Lorenzo non lo poteva spiegare se non con il grande amore che il nonno aveva sempre nutrito per gli animali. Forse questi sentivano la sua passione e la ricambiavano in modi bizzarri.
«Adesso, amore, voglio cantarti Mattinata, e non puoi fermarmi con la solita scusa…»
Lorenzo sorrise. Tante volte aveva tentato di dedicare quella famosa romanza a Margherita, ma lei aveva protestato: «No, Lorenzo, sei bravo a suonare e a fare tantissime cose, ma cantare proprio no!».
Lorenzo cominciò sottovoce:
«L’aurora di bianco vestita
«Già l’uscio dischiude al gran sol…»
Inconsapevole di quanto fosse stonato, cominciò ad alzare la voce.
«Metti anche tu la veste bianca
«E schiudi l’uscio al tuo cantor!»
Stava per fare esplodere quella che considerava una bella voce tenorile, la sua, quando sentì la mano di Margherita muoversi.
«Amore mio, ti prego no!» disse lei in un soffio.
Margherita adesso gli stava stringendo piano la mano e sorrideva.
Lorenzo si mise a suonare tutti i campanelli a disposizione. «Grazie amore, grazie» ripeteva, «sei stata brava, sono qui con te, non ci lasceremo mai, ti amo, come ti amo!»
Lei non staccava gli occhi dai suoi.
Lui la baciò lievemente sulla bocca.
E la lasciò soltanto quando entrarono i medici per visitarla.
Quella notte Lorenzo rimase ancora accanto a lei tenendole la mano, vegliandola quando dormiva, parlando del loro futuro quando si svegliava. Non si sarebbero più lasciati e avrebbero avuto una famiglia numerosa: lei voleva almeno tre figli, lui di più ancora. «Amore mio, io ne voglio almeno cinque, mi piacerà vederti sempre con il pancione, sarai bellissima comunque.»
La mattina seguente Margherita trovò Lorenzo con il capo appoggiato al letto. Gli carezzò la testa svegliandolo. «Ora devi andare a riposare, è un ordine!» disse. E subito, anticipandolo: «No, non protestare, sono ammalata e mi devi ubbidire, non ti voglio vedere prima di cinque o sei ore. Fuori di qui… mi devo fare bella per te».
«Ma sei stupenda amore mio!»
«Forza, dammi un bacio e vai a riposare.»

40

Dopo essere uscita dal coma, Margherita stava lentamente riprendendo le forze. Aveva spesso dolori che potevano diventare insopportabili e per i quali le venivano somministrati antidolorifici potenti, ma lei, stoica, non si lamentava mai e spesso rifiutava i farmaci per la paura di assuefarsi abusandone.
Le sue gote erano tornate a colorarsi di un rosso tenue, era il segno della ritrovata serenità alla quale Lorenzo aveva contribuito con la sua presenza assidua e attenta.
In quei giorni l’équipe di medici che la stava seguendo sotto la direzione del professor Joseph Miller, un luminare di fama internazionale, aveva fatto ulteriori esami e indagini, ma nell’attesa della diagnosi aveva comunicato alla famiglia e a Lorenzo che Margherita poteva uscire dall’ospedale.
I coniugi Mancini entrarono nella stanza di Margherita. Alla fine della mattinata sarebbe stata dimessa e Lorenzo stava cominciando a sistemare le sue cose nella valigia.
Per quanto cercassero di dissimulare, sia l’armatore sia la moglie avevano un’aria sconfitta.
Lorenzo lo notò e si fermò. Temette per un momento che le dimissioni di Margherita fossero state posticipate.
«Rimanete un po’ da soli voi due» disse Iolanda alla figlia e al marito, «io e Lorenzo andiamo a prendere un caffè.»
Lo trascinò fuori dalla stanza e una volta in corridoio l’abbracciò come una madre abbraccia un figlio. «Non vorrei darti questo dolore, ma devi parlare con il primario adesso.»
Il professore li fece accomodare nel suo studio. Miller era un uomo minuto, a guardarlo non sembrava uno scienziato, ma un impiegato di banca senza grandi aspirazioni. I suoi occhi piccoli, nascosti dietro un paio di occhiali tondi, erano però così penetranti da imbarazzare la persona su cui si andavano a posare, quando poi parlava un velo di austerità riempiva la stanza in cui si trovava.
«Professore le presento Lorenzo Vezzoli, è il… fidanzato di mia figlia» disse Iolanda.
Lorenzo sorrise, imbarazzato ma felice.
«Lorenzo, cercherò di essere chiaro, immagino che anche lei come i signori Mancini voglia sapere la verità sulle condizioni di Margherita.»
«Certo, professore, voglio la verità.»
«Si avvicini, le faccio vedere.»
Il professor Miller raccolse le lastre che erano distribui-te sulla sua scrivania. Una alla volta...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PARTE PRIMA. Tra il paese, la Maremma e Genova. 1920-1942
  4. PARTE SECONDA. Al paese. 1942-1958
  5. PARTE TERZA. Genova-New York. 1958
  6. PARTE QUARTA. New York. 1958
  7. EPILOGO. Al paese. 1962
  8. Ringraziamenti
  9. Copyright