Una situazione di stallo aveva caratterizzato la stagione di guerra del 1452. La sostanziale immobilità delle rispettive posizioni paradossalmente rendeva più difficili le trattative di pace, in quanto nessuna delle parti si sentiva in grado di imporre condizioni vantaggiose. Così fallirono i tentativi di mediazione di papa Niccolò V e con la primavera del 1453 si ripresero le armi.
In aprile morì, per i postumi di una ferita, Gentile Della Leonessa. Il comando dell’esercito veneziano fu rilevato da Giacomo Piccinino, ma il Senato della Serenissima riconsiderò la candidatura di Bartolomeo Colleoni. Il condottiero bergamasco aveva già rinnovato la condotta con lo Sforza per l’anno in corso, ma gli fece capire che si considerava libero per la stagione successiva: nonostante l’indegno trattamento subito dai veneziani, aveva sempre sognato di coronare la sua carriera come capitano generale di San Marco.
Il Piccinino a maggio avanzò lungo l’Oglio fino a Pontevico creando qualche difficoltà all’esercito sforzesco, ma Francesco raggiunse le truppe e bastò la vista del suo cimiero non soltanto a rinfrancare i soldati, ma a spaventare gli avversari, tanto che il Piccinino non osò più uscire in campo aperto.
L’azione militare dello Sforza non era mai disgiunta da quella diplomatica: riuscì ad accaparrarsi, grazie alla mediazione di Firenze, l’alleanza di Renato d’Angiò, tenace pretendente al trono di Napoli, che preannunciava il proprio arrivo in Italia con i rinforzi e si stava adoperando per distogliere il Delfino di Francia dal tentare la conquista di Genova.
Il morale dello Sforza era piuttosto alto, se Bianca Maria poteva scrivergli il 22 maggio: «Ricevetti ieri una lettera della Signoria Vostra la quale mi avvisa come eravate giunto a Cremona e che oggi radunereste le truppe e poi ci fareste sentire cose che ci piaceranno, ne ringrazio la S.V. e prego per mia consolazione mi vogliate ogni dì, essendo possibile, avvisare dei progressi vostri».
Quando il marito era al campo, Bianca Maria restava a Milano ad occuparsi dell’ordinaria amministrazione. Rispettava le direttive del marito ma non le seguiva supinamente, anzi a volte preferiva agire di testa sua, come nel caso di una faida che in quello stesso mese di maggio aveva coinvolto i membri di due fra le più eminenti famiglie milanesi. Nonostante lo Sforza avesse ingiunto di arrestare uno dei litiganti, Giacomo Bigli, Bianca, contraddicendo il marito che secondo lei favoriva troppo l’altro contendente, Alvisino Bossi, mostrò di preferire una posizione neutrale: «Io in tutte le cose sono disposta a fare tutto quello che vi faccia piacere e sia vostra volontà, ma questa cosa a farla mi pare tanto grave che peggiore non potrei stimarla. E per più ragioni non mi par bene […], soprattutto perché si direbbe che sono partigiana e che non a ragione ma per richiesta di messer Alvisino Bossi mi sia mossa a far vendetta contro costui. È vero che messer Alvisino merita questo favore e anche di più da noi, e non si muove se non con grande ragione, pure per le cause suddette prego la Signoria Vostra di pazientare se differisco ad eseguire la volontà vostra».
Forse per reazione alla sua natura impulsiva, che in gioventù le aveva suggerito gesti avventati, Bianca Maria teneva a presentarsi come un modello di equanimità. Questo desiderio non deriva tanto da un concetto teorico di giustizia, quanto da una ricerca di consenso sviluppata fin dall’infanzia. Gravata da un’immagine paterna distante e inaffidabile, non stupisce che Bianca Maria sentisse un bisogno impellente e ansioso dell’approvazione altrui. Per non scontentare nessuno, in questo caso preferiva defilarsi, chiedendo al marito di «scrivere al Capitano di Giustizia o al Consiglio Segreto o ad Angelo che lo facciano loro, così non sembrerà che io me ne sia impicciata. Frattanto io terrò la cosa segreta e non si saprà ch’io ne abbia parlato con la S.V.».
La sua aspirazione a rimanere al di sopra delle parti venne rispettata, tanto che pochi giorni dopo si presentò al campo sforzesco proprio Giacomo Bigli con un biglietto di accompagnamento di Bianca Maria, all’imparzialità della quale si era evidentemente rivolto in cerca di mediazione: «Viene dalla Signoria Vostra Giacomo Bigli, per quell’eccesso dell’altro dì, del quale la S.V. deve essere informata; io ve lo raccomando, e la S.V. lo intenderà».
A distogliere l’attenzione dai bisticci privati giunse la tragica notizia della caduta di Costantinopoli nelle mani dei turchi, avvenuta il 29 maggio 1453. Una tempesta di particolari agghiaccianti si diffuse rapidamente in tutta Italia, ma allo sgomento delle popolazioni non corrispose un’adeguata indignazione dei sovrani, pronti ad approfittare dell’indebolimento di Venezia, prostrata economicamente sia dai danni immediati che dalla precarietà delle prospettive future.
Soltanto il papa sentì profondamente questa lacerazione e pensò subito a ripararla. Era un’opportunità per superare i gretti particolarismi del potere e per ricostruire una coscienza cristiana europea come alternativa alla brutale invadenza musulmana. Niccolò V incominciò a parlare di crociata, il cui presupposto morale doveva nascere inevitabilmente dalla disponibilità alla pace interna. Dalla cancelleria pontificia partirono messaggi di alata retorica, ma agli insistenti richiami fu risposto con l’intensificarsi delle operazioni militari, soprattutto da parte dello Sforza, che sapeva ormai vicini i francesi guidati da Renato d’Angiò.
Bianca come sempre testimoniava il suo affetto a Francesco coi piccoli doni in natura che sapeva graditi: «Mi sono state mandate da Genova alcune arance e mandorle, che mi è parso rimandare alla Signoria Vostra; piacendovi, avvisatemi che ve ne manderò altre, se no scrivetemi quello che vi piace che mi sforzerò di mandarvene. Le mandorle, quantunque siano superflue perché a Cremona potete fornirvene di più, mi sono parse così belle che le ho mandate». Fra tante dolci premure non mancava il sale di qualche schermaglia: «Non vi scrivo di mia mano perché la S.V. non mi ha scritto in questi dì di mano sua».
Ai primi caldi Bianca fece trasferire i figli a Pavia, come comunicava Galeazzo al padre il 9 giugno del ’53: «L’illustrissima madonna mia madre ha ordinato che domattina io debba montare a cavallo et andare a Pavia con la magnifica madonna mia ava, l’inclita Ippolita e Filippomaria mio dolcissimo fratello. E giunto a Pavia mi ha comandato voglia con ogni studio e sollecitudine attendere ad imparare, pigliandomi però piacere e sollazzo di uccellare e cacciare ai tempi debiti».
Le precauzioni di un cambiamento d’aria non impedirono però che Galeazzo contraesse febbri malariche, endemiche nel periodo estivo in tutta la Lombardia. A tenere informato lo Sforza sulla salute dei familiari c’erano costanti bollettini medici, ma Bianca probabilmente filtrava le informazioni, perché sapeva il marito molto apprensivo e non voleva turbarlo inutilmente. Nel caso della malattia di Galeazzo lo avvisò soltanto dopo una settimana, avendo evidentemente osservato il decorso per trarre la diagnosi: «Avviso la Signoria Vostra che la sera del 29 del passato mese venne un poco di febbre al conte Galeazzo, della quale si liberò dopo sei ore» gli scrisse il 7 luglio. «Il dì seguente stette molto bene poi il terzo gli venne ancora la febbre, che durò circa lo spazio detto sopra e così perseverò di terzo in terzo fino al quarto parossismo, ma poi nel dì della quiete sopravvenne la febbre e così è perseverata fino al presente dì. Dicono i medici che questa è febbre terzana doppia e pare a loro che i parossismi stiano declinando e spesse volte nella declinazione di questi parossismi suda e riceve di buona voglia il cibo che gli è ordinato e dorme bene».
La malattia era grave ma Bianca Maria, ottimista per natura, vedeva il figlio già in via di guarigione: «Dopo la mia lettera ha avuto il parossismo ogni giorno circa alle diciassette che per lo più dura otto ore, non ha alcun cattivo accidente, dorme bene, riceve il suo cibo e nel tempo che è senza febbre sta allegro e di buona voglia, sperano i medici nella sua pronta salute». Il 12 luglio aggiungeva altri particolari che reputava tranquillizzanti: «Essendo ieri al settimo parossismo, gli sopravvenne due ore più tardi del solito, nel fine del quale sudò e dal naso gli uscì più volte del sangue, circa tre o quattro once. I medici ne sperano ogni dì meglio». Fino al 20 luglio ragguagliò Francesco quotidianamente dei progressi compiuti e infine poté annunciare la completa guarigione: «Come avete veduto dalle mie lettere, sono tre dì che non s’è sentito male».
Se la malattia di Galeazzo si era risolta per il meglio, ebbe invece un tragico epilogo il litigio tra Giacomo Bigli e Alvisino Bossi: quest’ultimo fu assassinato.
Per Bianca fu un duro colpo, aggravato probabilmente dal rimorso di non aver saputo troncare il conflitto in fase iniziale: «Ho inteso non senza amarezza di mente e abbondanza di lacrime il doloroso e lacrimevole caso della morte del mio messer Alvisino». È uno di quei momenti in cui Bianca Maria appare ferocemente smaniosa di vendetta: «Per far conoscere ad ognuno che questo incidente ci sia oltremodo dispiaciuto, si vorrebbe con ogni arte et ingegno e tutte le forze insistere contro questo scellerato e maledetto traditore che sì presuntuosamente ha avuto ardire di offendere e uccidere siffatto uomo, quantunque sia certa che non meno che a me vi debba stringere il desiderio della vendetta, nondimeno era et è tanto l’amore che gli portavamo che non posso fare a meno di pregarvi et instantissimamente supplicarvi che vogliate sforzarvi di avere questo tale tra le mani vivo, ché morto non sarebbe sufficiente ad estinguere tanto dolore, ma vivo sì, per poterne fare quei doverosi strazi e torture e vendette che si riservano a simili scelleratezze e dimostrare così con evidenza come ci rincresce delle disgrazie accadute ai nostri servitori, la qual cosa non dubito sarà di pubblico esempio ad altri».
Dopo questo sfogo di violenza verbale, Bianca Maria sembra trovare sollievo nella compassione: «Non cesserò pure di ricordare alla Signoria Vostra che per mitigare e lenire in parte il dolore a me e ai suoi (non lo dico perché dubiti che non condividiate questo desiderio) vogliate far fare al corpo suo quanto debito onore et esequie si convengono; sarà un argomento inoppugnabile dell’amore che gli portavamo e segno manifesto di gratitudine verso l’anima: questo sarà di particolare conforto per tutti, ma più ancora si richiede non solo di consolare ma di mantenere l’afflitta poverella e sfortunata vedova e l’abbandonata e del tutto dispersa casa. Bisogna che la S.V. dimostri la liberalità, la benevolenza e l’affetto che portavate a quest’uomo, qui conviene che appaia l’umanità, la gratitudine vostra, così darete gran materia di consolazione a tanti afflitti, visto che non si può ovviare altrimenti al caso occorso».
La duchessa si atteneva alla saggezza dei gesti concreti, senza mai trascurare l’opportunità politica: sentiva il legame coi propri fedeli come un impegno di impronta feudale, basato sullo scambio tra dedizione e protezione, e per difendere i suoi non esitava ad opporsi al marito. Scriveva ad esempio a Francesco il 13 agosto: «Ho inteso, e non senza gran dispiacere, come la Signoria Vostra ha fatto detenere mastro Segaferro, e la cagione non la so, ma non potrei mai credere che in lui vi fosse difetto alcuno, perché l’ho sempre conosciuto e trovato pronto e caldo da ogni tempo verso la S.V. e molto cupido e zelante dell’onore e stato mio […] onde prego la S.V. che lo voglia far rilasciare per mio amore, che sono certa in lui non deve esserci alcun mancamento, e se poi la S.V. avesse un dubbio, mandatelo qui da me».
La peste e la guerra avevano aggravato la già critica situazione economica: non si riuscivano nemmeno a pagare gli stipendi. Se i collaboratori più fedeli, come Angelo Simonetta, rinunciarono spontaneamente all’emolumento, da ogni parte si levava il malcontento, come testimonia questa lamentela rivolta al duca da un magistrato delle entrate: «Noi ne meravigliamo e dogliamo grandemente delle risposte che sono fatte agli ufficiali, castellani et altre persone che vengono tutto il dì a domandare il fatto loro, ai quali voi dite che non potete più e che non avete il modo et attitudine di soddisfarli, perché le entrate nostre sono mancate e che la spesa è molto più che l’entrata».
Cosimo de’ Medici, presso il quale lo Sforza batteva cassa, lo esortava a più oculati investimenti e risparmi, ma Francesco gli rispondeva con noncuranza che non si sentiva “nato per essere mercante”.
Era necessario ricorrere continuamente a prestiti, più o meno forzosi, e Bianca Maria raccomandava al marito di essere almeno puntuale nella restituzione. Il 17 agosto gli scrisse di aver saputo che aveva chiesto a Pietro Torelli un prestito di duemila ducati per pagare lo spostamento delle truppe del Colleoni. Il Torelli, pur protestando di essere disposto a dare ogni suo avere al duca, al momento non aveva disponibilità di più di mille ducati e chiedeva a Bianca Maria una garanzia di Francesco di averli indietro entro i primi tre mesi dell’anno successivo: «Conoscendo io il bisogno vostro e parendomi cosa ragionevole […] gli ho promesso liberamente che la Signoria Vostra gli farà lettere sottoscritte di mano propria: pertanto prego la S.V. che accettando dal conte Pietro questi denari, gli faccia tale garanzia che sia soddisfatto e non ingannato sotto la fede mia, la quale sono più che certa, anche se fosse obbligata per ben più quantità, non vorreste che fosse corrotta e falsata». L’insistenza di questa preghiera esprime non solo la dignità di Bianca Maria e la vigilante preoccupazione per l’onore proprio e del marito, ma pure una disincantata preveggenza
Anche nei momenti di maggiore ristrettezza l’esercizio del potere richiedeva di elargire al popolo i tradizionali spettacoli pubblici che interrompevano l’ingrata cadenza del vivere quotidiano. Molto apprezzate erano le feste offerte dalle diverse porte della città in occasione delle annuali oblazioni in favore del Duomo. Angelo Simonetta, descrivendo al duca le feste tenute nell’agosto del 1453, osservava che Porta Ticinese aveva fatto veramente le cose in grande, costruendo sul suo carro due castelli in legno di tal mole che era stata avanzata la richiesta (peraltro non accolta) di abbattere dei portici per permettere la sfilata.
I carri allegorici creati per queste feste, chiamate «trionfi» come le sfilate dell’antica Roma, erano opera degli artisti più noti, fra cui l’architetto ducale Bartolomeo Gadio e il pittore Zanetto Bugatto. Le spese erano sostenute dai notabili infervorati per il prestigio della propria porta: fra gli altri Gaspare da Vimercate, Pietro Cotta e Filippo Borromeo.
La festa descritta dal Simonetta, ispirata al clima bellico del momento, rappresentava le imprese di Coriolano con chiaro riferimento al duca stesso: «Furono fatti in piazza due castelli, uno per i Romani e uno per i Volsci, e hanno combattuto un tale e forte fatto d’arme che sarebbe bastato a una battaglia campale. Et invero questa città è stata in tanta consolazione e allegrezza e ognuno desiderava che la illustrissima Signoria Vostra ci fosse stata; bisogna che facciate pensiero di dare un’urtata tale ai vostri nemici, che possiate tornare a stare qua in questi trionfi et a vivere con questo vostro popolo pacificamente e quietamente».
Per questa «urtata» decisiva si sperava in Renato d’Angiò, atteso per il settembre del 1453: con le sue truppe avrebbe potuto risolvere la stagione di guerra a favore dello Sforza, il quale scrisse ad Angelo Acciaiuoli, consigliere di fiducia di Cosimo de Medici, che faceva da mediatore, di indurre il re (sebbene spodestato, Francesco lo riconosceva re di Napoli) a far presto «perché in questa stagione ogni dì vale dieci».
Renato d’Angiò dal canto suo aveva compreso che il duca di Milano gli attribuiva soprattutto un ruolo di intimidazione psicologica e non gradiva di dover spostare le truppe per propiziare la pace: il suo scopo era di arrivare a riconquistare Napoli. L’Acciaiuoli rispose allo Sforza di rimettersi totalmente al re, «che è di una bontà e di una sincerità che dà senza simulazione e cavillazione, né pare che la Signoria Vostra lo conosca e usi della natura sua, che ci pare consonante alla vostra, retta e buona».
Anche Bianca Maria viveva l’impazienza di quelle aspettative: «Mi è venuta alle mani una lettera indirizzata alla Signoria Vostra e credendo per quella di intendere qualcosa dei progressi del Re, con sicurezza di non dispiacere alla S.V. l’ho aperta»; la lettera svelava invece un ennesimo complotto contro Francesco: Venezia aveva promesso l’enorme somma di centomila ducati e un diploma di nobiltà a chi avesse ucciso lo Sforza. Il sicario era già pronto a colpire e Bianca Maria esortava il marito a guardarsi le spalle: «Prego la S.V. che voglia far pensiero di intendere bene la condizione di questo Giovanni di cui le lettere fanno menzione e poi provvedere sicché pericolo non possa seguire per opera sua nella persona vostra».
L’arrivo di nuove truppe si ripercuoteva come sempre sui contadini, che si vedevano invadere le terre. Mentre L’Angiò si soffermava ad Alessandria per propiziare un trattato fra Francesco Sforza e il marchese Guglielmo di Monferrato, parte dei suoi uomini si sbandava nei territori del ducato procurando seri danni: «Tutto il giorno vengono e si spandono qui le genti della maestà del re Renato» comunicava preoccupata Bianca Maria il 12 settembre «e pure qualche volta commettono trasgressioni e fanno a loro modo battendo e ferendo qualcuno e fra l’altro ammazzarono la settimana scorsa un giovane di Vimercate. Vedendo noi malvolentieri questi inconvenienti e desiderando rimediarvi senza inasprire la materia per non fare malcontenti i Francesi, abbiamo dato ordine di limitare i prezzi al frumento, al vino, alla biada, al fieno e alle altre cose, in modo che si possano accontentare, e di provvedere alloggiamenti e tende in modo che loro et i nostri sudditi vivano e si trattino bene et amorevolmente insieme e che in nessuna maniera insorga scandalo».
Il 15 settembre finalmente Renato, conclusa la pace con Guglielmo di Monferrato, lasciò Alessandria per dirigersi a Pavia.
Sarebbe stata Bianca Maria ad accoglierlo: «Mi sforzerò di fargli tutto quell’onore e graziosità che mi saranno possibili» scriveva al marito il 16 settembre «con la partecipazione dei nostri consiglieri i quali tra le altre cose mi hanno esortato di imitare in tutto l’usanza di Francia perché non rimanga cosa per la quale si possa dire che essa Maestà non sia accolta e ricevuta meritatamente. Mi duole quanto posso dire di non potermi ornare per onore vostr...