Giocavo come tutti nella terra polverosa davanti a casa, con i gusci di dattero e di noce che erano aerei e mandrie affamate di montoni quando, a un anno, la prima parola che mia madre giurò di avermi sentito dire era stata jung.
Yanis, che significa “dono del Signore”, mi aveva chiamato mia madre.
E io, per tutta risposta, mi ero girato e avevo detto: «Jung».
Da allora lei e mia sorella Yasmin non avevano smesso un attimo di prendermi in giro, per non parlare di Jalil, mio fratello, che non perdeva occasione di ricordarmi che ero il più piccolo. Ma io che colpa ne avevo, non si scelgono le prime parole che si pronunciano, e sono sicuro che magari le parole degli altri bambini sono normali, tipo “mamma” o “papà”, oppure “pappa” o “pipì”, e dire jung come prima cosa sembrerà strano, ma dovevo averla sentita talmente tante volte che la mia prima parola è stata proprio jung. Perché da noi esiste un rumore che non c’è da nessun’altra parte del mondo, e jung è la parola che dice quel rumore lì.
Se ancora non si è capito che rumore è, jung è il rumore della guerra.
Per noi la guerra è come una specie di vecchia zia che c’è da sempre e a cui è impossibile dire di tacere. Però, al contrario delle vecchie zie che ogni tanto portano anche dei bei regali, jung è una parola brutta, e se volesse dire qualcos’altro oltre a “guerra”, allora sarebbe “ferro frantumato”.
Dal momento in cui nasciamo, infatti, è come se vivessimo con questo rumore fastidioso nelle orecchie, come un ferro che si spacca o si deforma, come quando un treno frena all’improvviso oppure due macchine si scontrano. Ma per capirlo bisogna prendere quel rumore e moltiplicarlo per mille, come una specie di gigantesco tuono che squarcia la volta del cielo.
Poi, chi è nato dove sono nato io, in un villaggio che si chiama Barak, alle pendici dei monti sempre innevati dell’Hindu Kush, nella valle più bella del mondo, la valle del Panjshir, che contiene un milione di colori e anche di più, dentro il rumore di jung ne sa riconoscere cento differenti. Ci sono i missili, le granate, le mine, i razzi, il cigolio dei carri armati, il rombo degli aerei che volano talmente basso che quando andavo a scuola avevo paura mi cascassero in testa, e lo stomaco mi si attorcigliava dal terrore, mi veniva da rannicchiarmi in qualche angolino oppure sotto un albero, farmi piccolo piccolo e aspettare solo che se ne andasse.
Però, devo dire, una cosa buona di jung – solo una – c’è.
Ed è che di fronte alla guerra si può smettere di fare i duri a tutti i costi e si può dire agli amici che ce la si sta facendo sotto, perché tutti noi lo sappiamo che jung non ci dovrebbe essere.
Però jung non se ne va mai.
E il brutto è che non solo non se ne va lei, ma quando arriva jung si porta via quello che vuole, e se sei stato tu il prescelto, be’, non c’è molto da fare, conti le cose e le persone che sono rimaste e tiri avanti.
Però, dico, non è che sia facile avere a che fare con l’idea che di punto in bianco alcune persone che sono sempre state nella tua vita non ci sono più.
Nella tua vita giorno e notte, intendo, e quando dico notte voglio proprio dire che non ne è passata neanche una senza che io e Jalil condividessimo lo stesso letto, nell’angolo della nostra stanza a fianco al muro di paglia e fango su cui lui con un bastoncino che teneva infilato sotto il materasso incideva misteriose lettere (ho sempre pensato che fossero le iniziali delle ragazze che gli piacevano, una J, una W, una A, ma se glielo chiedevo mi dava una botta in testa) o graziosi disegnini (c’era la sagoma di una piccola bicicletta, che, diceva, un giorno si sarebbe potuto permettere, o quella di un grande cavallo che correva, per esempio). Neanche una notte è passata senza che mio fratello mi mettesse i piedi in faccia o le ginocchia appuntite nel costato. Oppure che mia sorella Yasmin giocasse a fare la maestrina e mi aiutasse con i compiti per la scuola.
Ora, per capire cosa significa jung, si dovrebbe fare un esperimento.
Bisognerebbe chiudere gli occhi, mettersi le mani davanti alla faccia e fare finta che la propria famiglia non ci sia più. Nessuno, tutti spariti. Che ci si ritrovi da soli in casa, proprio soli, come se si potesse andare a curiosare dove si vuole, mettersi a saltare sui letti, buttare anche dei bicchieri per terra, nel caso, e nessuno a dire niente. Ma proprio niente di niente di niente. Il vuoto. E poi si dovrebbe immaginare che per lo stesso incantesimo neanche la casa ci fosse più. Sparita. Volatilizzata. Be’, magari un paio di muri potrebbero rimanere in piedi, il resto scaraventato nel nulla, quello che rimane degli oggetti (della cucina o del bagno, per esempio, oppure i libri) potrebbe starsene bruciacchiato e fumante in un angolo, annerito e come morto.
Ecco, a me è successo proprio così, e non è stato facile vivere per qualche giorno da solo in una casa che non c’era più.
La mia fortuna è stata che sono un mascalzone, come mi ha sempre chiamato mamma, e quel pomeriggio invece di stare seduto a studiare ero andato al fiume Panjshir con Salar e Abdel, i miei migliori amici, a nuotare e a pescare i pesci gatto, che hanno questo nome per via dei loro lunghi baffi. Spesso, invece di occuparci dei compiti, quando ancora c’era la scuola, facevamo così, e devo dire che se anche la scuola mi piace moltissimo, pure stare al fiume non era male. Ma a un certo punto abbiamo sentito un boato assordante che proveniva dal villaggio, come due tuoni fortissimi e anche di più, e Barak era a quasi un’ora di cammino, così ci siamo spaventati e ci siamo messi a correre verso casa.
In cima alla collina che dominava la valle non potevamo credere ai nostri occhi.
Non c’erano più le case, non c’era più niente, non c’era più neanche Barak, o per lo meno ce n’era solo metà. L’altra metà era stata bombardata dai talebani con dei missili a lunga gittata, che vuol dire che avevano fatto un sacco di strada per venire a distruggere proprio le nostre case.
La nostra valle, il cui nome significa “valle dei cinque leoni”, per via delle cinque cime montuose che la circondano, è veramente una valle di leoni, che saremmo noi abitanti del Panjshir.
Tutti gli afgani infatti sanno che siamo dei leoni, perché quando la Russia aveva invaso il nostro Paese solo noi avevamo resistito (e poi è proprio dal Panjshir che era partita la rivolta), e questo anche grazie alla forma della valle, che è così stretta che chi ci entra è perduto. E poi ancora, quando erano stati i talebani a prendere il potere solo noi li avevamo contrastati, e il Panjshir è l’unico territorio in cui non siano riusciti a entrare: a guidarci in entrambi i casi era stato il comandante Massud, il Leone del Panjshir, l’uomo che tutte le donne in segreto avrebbero voluto sposare. Era il nostro eroe nazionale, in ogni casa c’era una fotografia del comandante con il volto sorridente e il pakol marrone calcato in testa. Aveva fondato l’Alleanza del Nord e aveva lottato per la nostra libertà, ed è per questo che i talebani ce l’hanno ancora con noi, e non passa giorno che non si divertano a colpire i nostri villaggi.
«Taleban ungia ast, bum bum.» Lassù ci sono i talebani, e sparano.
Quante volte abbiamo sentito questa frase?
Ma il giorno che è toccato a Barak e a me io sono rimasto senza nessuno al mondo.
Avevano ucciso anche le nostre capre, e non è che ne avessimo tante. Papà lavorava come pastore per un ricco signore e quelle di nostra proprietà erano solo due, però jung si era portata via tutto, anche la mia amata capretta di nome Bianchina. Da quando ero piccolo ero io che la mungevo, e lei tirava fuori il latte solo con me.
Salar aveva perso la madre e la sorella, ma il padre e i tre fratelli, che quando era scoppiato il finimondo erano fuori casa, loro c’erano ancora.
Abdel invece aveva tutta la famiglia, la parte del villaggio dove loro vivevano era stata risparmiata.
Così, visto che non avevo più nessuno e non sapevo dove andare, sono stati loro a venirmi a prendere nella mia casa che non c’era più, e per un bel po’ ho vissuto lì.
E devo dire meno male che mi hanno accolto, altrimenti non avrei proprio saputo cosa fare, non riuscivo nemmeno più a ragionare, le cose che prima mi sembravano normali adesso erano confuse, volevo solo stare tutto il tempo sdraiato su un letto a guardare il soffitto e stop.
I primi tempi poi mi veniva sempre da pensare a un medico che apriva gli ospedali per curare i feriti nei Paesi in guerra; ne aveva aperto uno anche ad Anabah, nel Panjshir, e per questo era conosciuto in tutta la valle, da nord a sud, da est a ovest, non c’era famiglia in cui non si parlasse di lui. Mille volte avevo cercato di immaginarlo, doveva essere grande e grosso e senza paura, se si metteva a combattere contro jung, e nei primi mesi di solitudine avrei tanto voluto che a Barak quel giorno ci fosse stato lui. Se fosse stato qui, mi dicevo, avrebbe salvato la mia famiglia, e anche Bianchina.
Così, a pensare queste e altre cose, senza neppure rendermene conto, giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ho trascorso nella casa di Abdel tre anni.
La sua famiglia per fortuna era gentilissima, dopo poco tempo già mi consideravano una specie di figliastro, ma la verità è che più il tempo passava più sentivo uno strano dolore che mi cresceva nel petto, tra lo stomaco e il cuore, in un punto che ho provato molte volte a mostrare a Soraya, la mamma di Abdel, ma ogni volta il dolore si spostava e dovevo ricominciare da capo.
Che poi rispetto all’inizio era un progresso, perché io, quando erano venuti a prendermi dopo che ero stato tre giorni rannicchiato contro il muro mezzo crollato della mia camera, io non riuscivo neanche a parlare.
«Yanis» mi chiamava la gente che era rimasta viva e faceva avanti e indietro tra i roghi e le macerie del villaggio, e a me niente, proprio non uscivano le parole in quei primi mesi.
Per fortuna che passavamo il tempo a ricostruire Barak, facevamo le case più belle di com’erano (non c’è un altro modo per battere jung che ricostruire ogni cosa più bella di com’era prima che venisse distrutta), andavamo al fiume a pescare i pesci gatto e ogni tanto ci spingevamo sotto l’Hindu Kush per fare grandissimi pupazzi di neve.
Poi, alla fine del secondo inverno, una parola alla volta, la voce mi è tornata.
«Bisior khub» diceva la mamma di Abdel con i suoi modi gentili, molto bene, molto bene.
Ma più le parole uscivano, più sentivo quello strano dolore crescere nel petto. Non era proprio un dolore, era più come un vuoto, come se una grande vite di legno si stesse scavando una via (e poi vivevo nella paura che i talebani tornassero a colpire e, visto che ero rimasto solo io, facessero anche a me quello che avevano fatto alla mia famiglia).
Prima la mamma di Abdel pensava che fosse la fame: infatti non c’era molto da mang...