Canzoni sotto il banco
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Canzoni sotto il banco

  1. 276 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Canzoni sotto il banco

Informazioni su questo libro

"C'è un libro che è due libri, o due libri che ne fanno uno. Trenta racconti più trenta, sessanta in tutto, come i minuti di un'ora." Racconti che parlano di amicizia, di scuola, di primi amori ed eterne passioni, alcuni sul filo del surreale, altri molto, molto realistici. Storie da scambiarsi come segreti, tra un'interrogazione e un sogno a occhi aperti, in mezzo ai banchi e sulle panchine, col cuore che batte e la musica dentro la testa. In una nuova edizione, le storie leggere con sentimento raccolte in Sotto il banco e Canzoni senza musica. Per ridere, sorridere, stupirsi, commuoversi.

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Informazioni

Editore
BUR
Anno
2022
Print ISBN
9788817162005
eBook ISBN
9788831808309

Sotto il banco

San Valen-single

Quando accesi il computer erano le ventitré e cinquantanove del quattordici febbraio: l’ultimo minuto dell’ultima ora di un altro inutile san Valentino, che se n’era stato tra i piedi, con quel suo fare antipatico, per tutta la giornata.
Decisi allora di scrivere una sorta di messaggio virtuale nella bottiglia, da lanciare nell’universo internettuale dei Robinson Crusoe della mia generazione. Liberai i polpastrelli sulla tastiera e via:
Ragazzi, ancora un minuto e anche oggi è finito. Soprattutto oggi, perché se becco chi ha inventato san Valentino lo friggo :-( Sì, perché bisogna proprio avere una bella testa: già due sono belli felici, alla faccia del resto del mondo, in più bisogna anche festeggiarli, alla strafaccia del resto del mondo. Se non si era capito io faccio parte del resto del mondo, che non è piacevole come per chi gioca a calcio.
Propostina: perché non facciamo un san Valen-single? Sì, perché le feste sembrano fatte per chi sta già bene, mentre per chi, come me, ha ampi margini di miglioramento non restano che le briciole. Tanti auguri alla mamma per la festa della mamma; tanti auguri al papà (ma generalmente di meno, chissà perché) per la festa del papà; tanti auguri alla nonna per l’Epifania e via così. È vero, fa eccezione il due novembre, ma non conta. Certo che se nei giorni di festa le mamme sono un po’ più mamme, i papà un po’ più papà e le nonne un po’ più befane, allora forse vuol dire che anche gli sfigati sarebbero un po’ più sfigati!
Comunque parliamone.
Notte!
Piesse: Cupido, dove cavolo sei?
Cliccai su Invio e mi coricai, riuscendo ad addormentarmi più facilmente di quanto temessi.
L’indomani, come al solito, tra un biscotto e uno schizzo di latte, scaricai i messaggi, in realtà pochi.
Uno, però, attirò la mia attenzione: aveva come oggetto “mia sorella”. Lo aprii e lasciai gli occhi incollati al monitor, mentre le mani, alla cieca, andavano alla ricerca delle ultime briciole della mia colazione:
Qualcuno mi ha chiamato?
Se proprio sei in cerca di una ragazza, ci sarebbe mia sorella. Però poi te la tieni! Se c’è più di una persona che la vuole, faccio presente che io di sorelle ne ho solo una, per fortuna :-D Dovrete giocarvela… oppure la metto all’asta. Questa sì che è new economy! Chi offre di più? Vuoi vedere che con Internet mi arricchisco anch’io? La domanda, però, sorge spontanea: ma Bill Gates quante sorelle ha?
Comunque questa cosa del san Valen-single non mi sembra da buttare. Nel caso io ci sto.
ciao, Cupido
Mi scappò qualcosa a metà tra il sorriso e il ghigno, ma mi guardai bene dal cestinare quel messaggio inatteso, come invece faccio con la maggior parte della posta che ricevo.
Certo, trecentosessantaquattro giorni non sono pochi per trovare uno straccio di ragazza, ma, nel caso, il prossimo tredici febbraio saprò chi chiamare.
E chi non crede che sul web si trova veramente tutto si accomodi.

Il sassofono di Silvia

Silvia suonava il sassofono, ma non bisogna dirlo troppo in giro, perché quello era il suo segreto. Non solo nessuno l’aveva mai vista esibirsi, né esercitarsi, ma nessuno sapeva nemmeno che ne possedeva uno.
Per lei quel pezzo di ottone era un rifugio dove ripararsi dalle varie piogge che di tanto in tanto le bagnavano l’umore. Era una sorta di diario a cui raccontare le proprie giornate, oppure un libro da cui farsi narrare qualche storia assurda.
Silvia ne andava ovviamente gelosa, di quell’amico, e ogni sera, prima di coricarsi, controllava scrupolosamente che fosse ancora lì, ben nascosto dal caos sotto il letto. Da là sotto lo tirava fuori solo ed esclusivamente quando i suoi genitori non erano in casa, e siccome loro non c’erano praticamente mai, Silvia aveva tutto il tempo per suonare indisturbata e a volte aveva anche l’impressione di diventare sempre più bravina.
Di tanto in tanto si chiedeva perché non lo diceva a nessuno. “Ma in fondo” sbottava sempre tra sé dopo pochi secondi, “chi non ce l’ha un segreto?” E il suo segreto, quella piccola cosa che nessuno conosceva e che si godeva solo lei, era giallo e aveva una bella voce. Davvero non c’era niente di strano. Poi, magari, un giorno le sarebbe capitata qualche altra cosa, magari (magari davvero) una tresca da tenere top secret, e forse allora vrebbe svelato al mondo la sua anima jazz, ma fino a quel giorno…
Però c’era un pensiero che a volte si infilava tra le fantasie di Silvia incrinandole il sorriso. “Metti che un giorno mi casca un vaso sulla testa e schiatto” pensava. “Qualcuno poi si metterà a rovistare tra le mie cose…”
Già così la cosa sarebbe stata abbastanza da brivido, ma il pensiero di Silvia non poteva che andare ogni volta all’amato sassofono che quel qualcuno avrebbe senz’altro trovato. Di lei si sarebbe scritto: “Possedeva un sassofono e non lo sapeva neanche suonare”.
Non era giusto. È così che si distorce la storia e la cosa a Silvia non andava proprio giù.
Allora decise di lasciare un biglietto ben visibile all’interno della custodia. E mentre lo scriveva quasi le veniva da ridere: “Lo so suonare”. Poi aggiunse un davvero, che non ci stava male.
Chiuse la custodia con la solita cura e si sentì sollevata, ma siccome Silvia non era il tipo da farsi troppe illusioni, sapeva che in pochi ci avrebbero creduto. Vabbè.

Una storia vera

Questa è una storia assolutamente vera.
Non so se è mai accaduta davvero, ma sono certo che prima o poi succederà.

Il concerto di Guccini

Le canzoni di Guccini facevano parte della colonna sonora delle nostre giornate, e soprattutto delle serate in riva al mare. Il fatto che siano facili da suonare anche per chi come me spesso fa a botte con la chitarra non è secondario. Comunque la sua musica al ritmo delle onde è un’esperienza.
Una sera Antonio ci raggiunse intorno al falò con un certo ritardo, tanto che ormai il tramonto se l’era perso. Ma arrivò di corsa, saltando sulla sabbia con i jeans arrotolati al ginocchio, le scarpe in una mano e una pagina di giornale nell’altra. Man mano che si avvicinava si vedeva sul suo volto l’espressione delle buone notizie.
Il maestro avrebbe fatto un concerto proprio lì da noi. Be’, non esattamente da noi, ma nella città vicina, che la spiaggia non ce l’ha, ma una parvenza di stadio sì.
Tutti d’accordo nel dire “ci sarò”, subito cominciammo a organizzare la spedizione. Lo stesso Antonio, l’unico con la patente, ci avrebbe portato e, insistendo un po’, lo avremmo senz’altro convinto a fare più viaggi per caricarci tutti. Appuntamento alle sei davanti al solito bar. Non dentro, altrimenti avremmo fatto tardi.
Ragazzi, un concerto di Guccini! Senza onde, vabbè, ma con lui in persona! Sarà vero che si porta il lambrusco sul palco?
Quella sera, a casa, non dissi nulla ai miei, ma corsi a letto e cominciai a sognare ancora prima di addormentarmi.
Le ore di scuola, già noiose per conto loro, diventano intollerabilmente lunghe quando altri pensieri ti occupano la mente e io avevo il mio bel daffare nel cercare di conciliare il banco con Guccini.
Ma il mattino è una sorta di grillo parlante e sembra abbia un conto aperto con le illusioni della sera prima. E più l’alba si allontanava, più mi sembrava insormontabile l’ostacolo che mi separava dal concerto. Anzi, gli ostacoli, perché di genitori ce ne sono due.
Pensavo di aver rimosso la fatica che avevo fatto l’anno prima per ottenere il permesso di andare in spiaggia di sera: cioè a cento metri da casa fino alle dieci, mica chissacosa. Adesso, per convincerli a lasciarmi andare, avrei dovuto usare tutte le armi in mio possesso, e probabilmente non sarebbero bastate. Li avrei anche pagati, ma i quattro soldi che avevo in tasca mi servivano per il biglietto. Certo, scavalcare non sarebbe stato un problema, ma quel pezzo di carta lo volevo incorniciare.
Tornai a casa e per prima cosa rimisi in ordine la mia camera, lasciando la porta aperta, in modo che quei due se ne accorgessero.
Poi stabilii il piano d’azione: inutile tirarla troppo per le lunghe, avrei agito la sera stessa.
A cena aiutai ad apparecchiare, ma non troppo spudoratamente: chiacchierando con la mamma posavo qua e là i piatti e le posate. Poi, mangiando, parlai della scuola e degli ultimi voti che, per fortuna, erano buoni, altrimenti ovviamente avrei taciuto. Cercai di portare il discorso sul futuro, su cosa avrei voluto fare da grande, sperando che si accorgessero che ero già grande.
Poi cercai di virare sui tempi che furono, perché in fondo Guccini ha più o meno l’età loro. Anagrafica, intendo, perché il vecchio è sempre un ragazzo.
Restai a tavola anche mentre si facevano il caffè. Per una volta la playstation poteva aspettare.
In tutto questo tempo cercai di intuire il loro umore, che è sempre la chiave di tutto. Forse quello era il momento giusto. In un attimo di silenzio, di quelli tipici dell’ora del caffè, feci un respiro profondo, e aggrappandomi forte alla sedia dissi in un sol fiato:
«Possoandarealconcertodiguccini?»
e ancora:
«Civannotuttigliamicidellaspiaggia».
Poi attesi, cercando di non incrociare il loro sguardo. Ero pronto alla fuga o, qualora invece avessi incrinato le loro anime, a un secondo attacco.
Credo che si siano rimbalzati uno sguardo, ma non ne sono certo, perché, appunto, non li guardavo. Poi la mamma, a nome di entrambi, disse:
«Va bene».
Ovviamente rimasi di sasso, per cui lei trovò tutto il tempo per dirmi che quella sera anche loro sarebbero usciti e avrebbero fatto tardi, quindi di non preoccuparmi se tornando non li avessi trovati a casa.
Non potevo crederci, ma mi guardai bene dal dire alcunché e mi rintanai in camera mia prima che potessero ripensarci.
“Non è giusto” pensai mentre cercavo di rimettere la camera in un disordine accettabile. “Uno spreca tonnellate di energie psicofisiche e quelli non ti danno nemmeno la soddisfazione di combattere. Si arrendono prima del via.”
Non aveva senso. Al mondo doveva esserci ancora qualcosa che non avevo capito bene.
La sera del concerto io ero al bar, anzi, davanti al bar, già dalle cinque. Poco dopo arrivarono gli altri e anche Antonio con i biglietti.
Due ore prima dell’inizio avevamo già conquistato la nostra postazione sul prato, a una decina di metri dal palco, e io pensai che Woodstock non doveva essere stata tanto diversa.
Passai il tempo guardando la gente che entrava, che era uno spasso. Non ce n’erano due uguali, eppure l’insieme era molto omogeneo. I nuclei più curiosi erano senz’altro le famigliole: padre, madre e qualche figlio, con i genitori che si sforzavano di apparire quantomeno coetanei dei propri ragazzi. Ma ognuno era caratteristico a modo suo, compreso un gruppetto di tipi che si erano portati il pallone e aspettavano le nove giocando.
Con il buio è uscito lui e la festa è cominciata. Ho cantato anch’io, tanto era un coro generale e le mie stonature non si notavano. E mi mettevo a ridere quando, tra un pezzo e l’altro, lui si rinfrescava l’ugola con una sorsata di vino: allora non era una favola, la leggenda del lambrusco!
Poco prima di mezzanotte, dopo qualche bis e qualche altra sorsata, le luci si accesero definitivamente e lentamente ci alzammo dall’erba, cercando di assorbire le ultime emozioni. E mentre mi infilavo distrattamente nel flusso di gente in cerca dell’uscita, sentii un “ciao” diretto proprio a me e vidi un occhiolino e un sorriso ammiccante.
Non sapevo cosa pensare. Guardai quella coppia di nostalgici cinquantenni davanti a me, infilata in jeans strausati, e con due paia di Stan Smith dell’epoca in cui Stan Smith ancora giocava. Non potei fare a meno di notare la camicia hawaiana di lui, con una lattina di cocacola nel taschino. Ma si può andare a un concerto di Guccini con la camicia hawaiana?
Provai a fare finta di niente. Poi dissi a mezza voce: «Ciao mamma, ciao papà».

Il centunesimo anno

Già da vari anni Valentina aveva preso l’abitudine di leggere prima di addormentarsi, non certo per conciliare il sonno, ma più probabilmente per dare qualche suggerimento ai sogni che di lì a poco l’avrebbero intrattenuta.
Sul suo comodino, però, oltre al libro che stava leggendo in quel periodo c’era sempre posto per Cent’anni di solitudine, che considerava la capitale del proprio ancora piccolo mondo. E guai a chi osava spostarlo da lì.
A volte ne leggeva una o due pagine, aprendo il libro a caso. Lo faceva soprattutto prima di qualche giorno importante, come una sorta di portafortuna, e la cosa, in sé un po’ insolita, oltre che farla sorridere ogni volta, la tranquillizzava davvero.
Era stato quello il primo libro che Valentina aveva comprato per sé, senza dire né chiedere nulla a nessuno, e racchiudeva nelle sue pagine ben più di uno splendido romanzo: era la sua prima dichiarazione di indipendenza e a esso era legato il ricordo della prima volta in cui Valentina si era sentita grande senza averne paura o disagio.
La lettura non durò cent’anni, ma comunque più di un mese, e verso la fine Valentina si prese un paio d’ore e cominciò a mettere mano alla libreria di camera sua. A grandi bracciate trasferì una massa di peluche e pupazzi sul letto: a loro avrebbe pensato più tardi. Poi spostò senza troppa cura gli odiati libri di scuola un po’ sul ripiano di fronte alla scrivania e un po’ sulla cassettiera.
Vista così la libreria non sembrava più lei: non aveva mai notato che arrivava fino al soffitto. Contò i ripiani: dieci. Poi, con la riga da disegno, ne misurò la larghezza: ottanta centimetri. Radunò i libri della sua infanzia e notò che ci stavano tutti su un ripiano. E anche larghi. Li dispose con cura su quello più basso e fece un cenno, come se li salutasse.
Ribattezzò la libreria Macondo e pensò che per riempire tutto quello spazio ci sarebbero voluti ben più di cent’anni, ma la cosa non la preoccupò.
Dopo qualche anno Valentina riprese in mano Cent’anni di ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Introduzione
  4. SOTTO IL BANCO
  5. CANZONI SENZA MUSICA
  6. Copyright