
- 612 pagine
- Italian
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eBook - ePub
Liberiamo le stelle
Informazioni su questo libro
La battaglia su Sharr è finita. L'Arz è caduto. Altair è stato fatto prigioniero, ma il suo piano per restituire la magia a tutta Arawiya non è ancora fallito: Zafira, Nasir e Kifah sono infatti diretti a Rocca del Sultano, decisi a riportare i cuori delle Antiche Sorelle nei minareti di ogni califfato. Ma sono a corto di risorse e di alleati, e nel regno si teme il ritorno del Leone della Notte.
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Informazioni
Print ISBN
9788804750772eBook ISBN
9788835718505ATTO I
BUIO COME UNA TOMBA VUOTA
CAPITOLO 1
IL BUIO GLI SORGEVA NELLE VENE. USCIVA A SBUFFI DALLE DITA, accarezzava ogni suo sguardo. E quando lui pensava troppo, e troppo in fretta, gli risaliva le braccia sotto forma di rivoli neri.
“Tu diventi la tua stessa paura.”
Il sole alto disegnò l’ombra di Nasir Ghameq sulle tavole della nave del capitano Jinan mentre richiudeva il coperchio della cassa per quella che gli sembrava la millesima volta da quando avevano lasciato Sharr. Sentiva contro le dita la pulsazione costante emanata dai quattro cuori racchiusi all’interno. Cuori che un tempo erano appartenuti alle Antiche Sorelle fondatrici di Arawiya ed erano stati la fonte della magia che i minareti reali dei cinque califfati raccoglievano e diffondevano tra il popolo. E finché gli organi non fossero stati ricollocati al loro posto, della magia non ci sarebbe stata traccia, come era successo negli ultimi novant’anni.
Eppure in lui la magia continuava a esistere: un fatto che non poteva tenere celato per via delle ombre che lo avvolgevano, rendendolo simile a un fantasma.
«Se anche continui a fissarli, il quinto cuore non apparirà dal nulla. E nemmeno lui, se per quello» disse Kifah scivolando agilmente giù dalla coffa. Le lance incrociate incise sul bracciale luccicante ricordavano ciò che era stata un tempo: una delle Nove Guerriere Scelte che costituivano la guardia del corpo della califfa di Pelusia. Nasir fu punto dalla consapevolezza che dopo quella battuta fulminea si sarebbe aspettato la reazione di un certo generale dalla chioma dorata. Qualcosa di sciocco oppure di arguto, seguito dall’appellativo affettuoso “Una delle Nove”.
Invece riecheggiò un silenzio rumoroso e inquietante come le onde del Mare di Baran che si abbattevano sui fianchi della nave.
Zoppicando per la ferita alla gamba, regalino di un ‘ifrìt sull’isola di Sharr, Nasir si avvicinò a Jinan.
«Sono due giorni che navighiamo. Come mai ci stiamo mettendo tanto?»
La ragazza zaramese al timone lo guardò di traverso. Ricci neri e ribelli sfuggivano alle pieghe del turbante a scacchi, il cui tessuto gettava un bagliore rossastro sui suoi occhi bruni. «La ‘Anqa è la nave più veloce che ci sia, Vostra Altezza.»
«È l’unica nave che ci sia, ragazzina» la corresse Kifah.
Nasir spinse la cassa con i cuori in un angolo riparato mentre Jinan rispondeva imbronciata: «Non sono una ragazzina. ‘Anqa significa “fenice”. Avete presente l’uccello immortale fatto di fuoco? Porta il nome della mia stella preferita. Mio padre…».
«Non m’interessa» tagliò corto Nasir appoggiandosi al legno scabro tra i dondolii della nave.
Jinan sospirò in maniera enfatica.
«Quanto ci metteremo ancora?»
«Cinque giorni» rispose lei, ma la sua baldanza venne meno davanti allo sguardo raggelante del principe. «La nave di Vostra Altezza ci ha messo sei giorni al massimo? Perdonatemi, ma non ho la flotta del sultano a mia disposizione.»
«La mia nave ha impiegato meno di due giorni per arrivare a Sharr» disse piano lui, «e lungo il tragitto abbiamo pure sconfitto un dàndan.»
Jinan lanciò un fischio di ammirazione. «Allora quando arriveremo a palazzo devo ricordarmi di dare un’occhiata ai progetti di quella nave. Che fretta c’è?»
Un fremito d’irritazione increspò la pelle del principe e una striscia nera gli si levò dalla punta delle dita. Jinan lo osservava stupefatta. Kifah, invece, finse di non accorgersene, il che lo irritò ancora di più.
«Sei andata a scuola?»
Jinan socchiuse gli occhi. «E questo che c’entra?»
«Perché se ci fossi andata ti renderesti conto della gravità della situazione quando dico che il Leone della Notte è vivo» rispose Nasir, e l’assassino che c’era in lui fu divertito dalla paura che le fece spalancare gli occhi. Non le disse del cuore che il Leone aveva rubato. Non gliene importava, e neppure della magia… non quanto gli importava di Altair, ma la ragazza non avrebbe capito. Lui stesso non comprendeva quella misteriosa pulsione nel sangue, la preoccupazione per un altro essere umano che credeva svanita con la presunta morte di sua madre. «Pensavi che Benyamin fosse morto perché era inciampato in un sasso?»
Jinan si accigliò di nuovo e distolse lo sguardo. Kifah si appoggiò all’albero maestro e lo osservò a braccia conserte. «Lo riporteremo a casa.»
Non stava parlando di Benyamin.
«Non ero preoccupato» ribatté lui senza guardarla.
«No, certo che no» gli fece il verso Kifah. «Stavo solo ricordando che è Altair e sa badare a se stesso. Con le sue chiacchiere potrebbe sfiancare il Leone al punto da spingerlo a implorarci di riprendercelo. Non mi stupirei se mollasse quel buffone da qualche parte con un cartello che dice: È TUTTO VOSTRO.»
Era una bugia e lo sapevano entrambi. Il dubbio risuonava con dolorosa chiarezza nella voce generalmente risoluta della pelusiana.
Nasir guardò il mare verso l’isola di Sharr. Una parte di lui si aspettava di vedere un’altra nave sulla loro scia, scura e spaventosa come il Leone in persona. Due settimane prima il principe era stato pronto a uccidere Altair… era stato pronto a uccidere chiunque sul suo cammino, ma ormai, quando chiudeva gli occhi, vedeva i fasci di luce accecante sprigionati dai palmi aperti del generale. Vedeva i lati taglienti della verga nera del Leone sbucare dal cuore di Benyamin.
“Sacrificio” aveva mormorato il safi. Un sacrificio non era che morte mascherata da farsa romantica. Nasir lo sapeva… lui era nato per la morte e il buio, ed era difficile continuare ad avere un cuore dopo averne arrestati tanti altri. Era difficile fare del bene sapendo che sarebbe stato offuscato per sempre dalle sue colpe.
Da qualche parte su Sharr il suo cuore aveva ripreso a battere, e lui era deciso a fare in modo che continuasse. Deciso a rendersene degno, anche se ciò significava ripristinare la magia che aveva segnato la rovina della sua famiglia.
E il primo passo sarebbe stato salvare Altair e sconfiggere il Leone.
Lanciò un’occhiata a Jinan. «Cinque giorni sono troppi. Fa’ in modo che siano tre.»
Jinan farfugliò: «Come se bastasse, coman…».
Lui, però, si era già incamminato verso i gradini che portavano sottocoperta. «Fa’ in modo che siano tre e ti raddoppierò la paga che ti aveva promesso Benyamin.»
Il giovane capitano prese subito a strillare ordini. Il suo malandato equipaggio balzò sull’attenti e si scatenò un baccano in cui gli aspri accenti zaramesi ben si accordavano con il fragore delle onde. Nasir non sapeva cosa ci avrebbe fatto la ragazza con quel denaro, ma non gliene importava più di tanto. Il trono ne disponeva in abbondanza.
Scese i gradini zoppicando. Tre giorni erano comunque tre giorni di troppo. Dato che il Leone non era più imprigionato sull’isola, non aveva ragione di restarci, soprattutto dal momento che il Jawarat, la chiave per ottenere ciò che più bramava, si stava allontanando da lui. La zumra doveva toccare la riva prima del Leone, altrimenti si sarebbe trovata in guai infinitamente peggiori, e se c’era qualcuno in grado di affrettare il loro viaggio, di certo non era una ragazzetta zaramese.
Sottocoperta l’odore stantio di olio bruciato aleggiava nell’aria salmastra. Alla luce tremolante delle lanterne, Nasir passò davanti alle cabine addossate l’una all’altra come denti, tra letti imbullonati e altri mobili sparsi qua e là nella penombra, che gli riportarono alla mente il palazzo.
Sospirò, e tutt’a un tratto si vide davanti a Ghameq a parlargli della missione. A confessargli che non era riuscito a uccidere il generale. Non era riuscito a eliminare il Cacciatore. Non era riuscito a riportargli il Jawarat.
Un fallimento su tutta la linea.
Si scrollò quei pensieri dalla testa. S’impose di ricordare a se stesso che era cambiato tutto. Il guinzaglio che lo teneva legato a suo padre si era annodato e ingarbugliato con le vite di molti altri. Zafira, Altair, Kifah, sua madre e, soprattutto, il Leone della Notte, che aveva affondato gli artigli nell’animo di Ghameq e ne controllava ogni mossa.
Il suo sguardo guizzò verso il fondo, dove la cabina di Zafira spuntava come un appiglio tanto vicino quanto inaccessibile.
Le poche volte che saliva sul ponte la ragazza si teneva il Jawarat stretto al petto, lo sguardo distaccato. Nasir era turbato nel vedere il ghiaccio negli occhi di Zafira sciogliersi a poco a poco per lasciare posto a qualcos’altro ma, da codardo qual era, non riusciva ad avvicinarsi a lei; mentre il ricordo di quegli ultimi, folli istanti trascorsi insieme su Sharr continuava ad allontanarsi, non sapeva come colmare la distanza sempre più profonda tra loro.
Si fermò a riposare la gamba appoggiandosi a una trave scheggiata. La Strega d’Argento – rimaal, sua madre – aveva scelto una cabina che stava dalla parte opposta rispetto a quella di Zafira e, quando infine lui arrivò davanti alla porta, un cupo bagliore sulle tavole di legno del pavimento lo fece esitare.
“Sangue?”
Si sfilò il guanto, sfiorò la macchia con due dita e se le portò al naso. Un odore acre, metallico. Quasi sicuramente sangue. Si sfregò le dita sulla veste e sollevò lo sguardo per seguire quella pista serpeggiante che si perdeva nell’oscurità.
Fino a sparire dietro la porta dell’ultima cabina: quella di Zafira.
CAPITOLO 2
LA FORZA LE ABBANDONAVA LE OSSA. LE COLAVA DALL’ANIMA, trascinando in un abisso invisibile quanto restava del suo vigore. Era svuotata. Da quando aveva memoria, Zafira Iskandar si era avventurata nella foresta maledetta che tutti chiamavano Arz, dove la magia le penetrava a poco a poco nella pelle. Era sempre là, a portata di mano.
E ormai era scomparsa.
Chiusa in una cassa ficcata in un angolo ammuffito, accanto a una zaramese troppo sicura di sé. Il Jawarat riecheggiava i suoi pensieri rabbiosi.
«Ho deciso di distruggere il libro dopo che avremo restituito la magia al regno.» Anadil, Strega d’Argento, sultana di Arawiya e Antica Sorella, strinse le labbra osservando il volume verde che Zafira teneva in grembo. La lanterna proiettava ombre sul suo viso spigoloso e dava ai capelli candidi una lucentezza dorata. Il suo splendore riempiva la cabina.
“Non possiamo fidarci di lei” le ricordò il Jawarat.
Ormai Zafira aveva smesso di sussultare ogni volta che udiva la voce del libro, del tutto diversa rispetto al suadente sussurro che un tempo l’accarezzava tra le ombre dell’Arz. Il sussurro che aveva pensato appartenesse a un amico, prima di scoprire che a parlare era il Leone della Notte.
No, la voce del libro era ferma ed esigente, riempiva il vuoto che la magia si era lasciata dietro, e lei non poteva lamentarsi.
“No, non possiamo fidarci.”
Anzi, Zafira aveva addirittura cominciato a risponderle.
Dopo tutta la fatica che si era dovuta sobbarcare per recuperare l’artefatto perduto, non avrebbe permesso che finisse distrutto da una strega altezzosa. Spiriti del cielo, era per quel motivo che la donna era venuta nella sua cabina? «Ti fa paura.»
«Il Jawarat è l’incarnazione dei ricordi delle mie Sorelle» ribatté la Strega d’Argento dalla cuccetta, scoccandole un’occhiata gelida. Adesso che Zafira sapeva che quella donna era la madre di Nasir, riusciva a cogliere la somiglianza nel suo sguardo. «Che cos’ho da temere?»
“Non lo sa. Ignora ciò che abbiamo scoperto su Sharr.”
Il tremito che Zafira avvertì nei polmoni le impose di tacere e le ricordò al tempo stesso che neppure lei comprendeva fino in fondo l’i...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- LIBERIAMO LE STELLE
- ATTO I. BUIO COME UNA TOMBA VUOTA
- ATTO II. VITTORIOSA FINO ALLA FINE
- ATTO III. LA FINE DELL’INIZIO
- RINGRAZIAMENTI
- Nota alla traslitterazione
- GLOSSARIO
- PERSONAGGI
- LUOGHI
- Copyright