Non puoi fidarti di gente così
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Non puoi fidarti di gente così

Storia della squadra di rugby che sfidò l'apartheid

  1. 288 pagine
  2. Italian
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  4. Disponibile su iOS e Android
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Non puoi fidarti di gente così

Storia della squadra di rugby che sfidò l'apartheid

Informazioni su questo libro

«Non ci restano che gli italiani.» «Stai scherzando, vero?» Nel 1973, il Sudafrica dell'apartheid cerca di rompere il boicottaggio e l'isolamento grazie al rugby, sport di cui è maestro, ma le nazionali di tutto il mondo rifiutano l'invito ad affrontare gli atleti di un Paese razzista. Solo l'Italia accetta, anche se molti dei giocatori convocati rinunciano. Nasce una squadra improbabile, giovane e inesperta, che ha un duplice desiderio: conoscere i campioni di questo gioco e usare lo sport come strumento di fratellanza universale. Infatti l'Italia pone un'unica condizione: incontrare anche i Leopards, la selezione "negra" sudafricana. Quel mese di rugby si rivela un'eccezionale avventura sportiva, umana e politica, che Massimo Calandri, valente giornalista di "Repubblica", ha ricostruito con un preciso lavoro di archivio e con una serie di interviste ai co-protagonisti ancora in vita. La spedizione sudafricana fa scoprire ai giocatori e al grande pubblico la bellezza mozzafiato e le disumane ingiustizie di una terra straordinaria. La squadra italiana incrocia Ian Smith, suprematista bianco e dittatore dell'allora Rhodesia, poi i leader della lotta all'apartheid, Nelson Mandela e Steve Biko, trasformando ogni partita in una lotta per i diritti umani. Nove battaglie in meno di un mese contro giganti famosi per la loro violenza in campo. Un solo, storico successo: proprio coi Leopards, e l'incontro che al fischio finale diventa una grande festa nella township di Port Elisabeth. E l'improvvisa consapevolezza che lo sport può contribuire a cambiare i destini del mondo.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804745280
eBook ISBN
9788835718192

CALCIO D’INIZIO

Salisbury, il paradiso bianco

Nel mondo c’è solo un luogo più razzista del Sudafrica: la Rhodesia. I ragazzi scendono le scalette del volo SA020, che atterra ai 1500 metri di altitudine di Salisbury alle 13.15 precise del 14 giugno. Nella sala d’arrivo, una mezza dozzina di inservienti neri scopa con lentezza rassegnata il pavimento di marmo. Il pavimento luccica. Gli azzurri sono accolti da hostess bianche, impiegati bianchi e poliziotti bianchi. Che non chiedono loro il passaporto: la ricca e coloniale Rhodesia del temutissimo Ian Douglas Smith si è proclamata indipendente otto anni prima, ma nei fatti resta una provincia del Sudafrica. Vanta uno dei prodotti interni lordi più alti di tutto il continente, gestito da circa duecentomila persone di origine europea, mentre i neri sono oltre sei milioni. Ad aspettarli c’è Pietro Pozzebon, che viveva a Kempton Park, una città della provincia del Gauteng, e farà da interprete per tutto il mese: la gente lì lo chiama Peter e lui ne va fiero, anche se il suo inglese tradisce ancora una leggera cadenza trevigiana. L’autista (bianco) del pullman li accompagna al Jameson Hotel, un’elegante struttura a sette piani. In un primo tempo era previsto il lussuosissimo Meikles Hotel, poi Danie Craven s’è reso conto che i dilettanti italiani si sarebbero accontentati anche di qualcosa di meno e ha deciso di far risparmiare la sua federazione. L’albergo è al 9 di Jameson Avenue, strada a otto corsie in pieno centro che lascia a bocca aperta gli ospiti appena arrivati: che pulizia, che ricchezza. Tutto intorno negozi, auto di lusso, grattacieli. E poi ancora edifici coloniali, parchi, viali con mille alberi di jacaranda in fiore. «Questo è un paradiso!» Basta una breve passeggiata a piedi per rendersi conto che all’improvviso, dopo qualche isolato, la città – dei bianchi – finisce, evapora come in un sogno: tutto intorno c’è una specie di silenziosa cintura di terra battuta. E subito dopo le baracche di legno e alluminio dei neri. Sparpagliate per chilometri. A bordo del pullman, Bollesan e gli altri guardano fuori curiosi. Altigieri gorgoglia forte, in romanesco.
«Ahó, ma ’ndo stanno le mignotte?»
Gli altri ridono. Peter, cioè Pietro, sorride comprensivo.
«Qui non ci sono, le mignotte. Non ce n’è bisogno. Ve ne accorgerete.»
Nel pomeriggio Amos du Plooy organizza uno dei suoi massacranti allenamenti a base di corsa e piramidi di gradini. Vengono messi a disposizione gli impianti dei Selous Scout, le neonate forze speciali dell’esercito rhodesiano: un reggimento misto (la maggior parte, però, di pelle nera) e feroce, addestrato in maniera epica per combattere la cosiddetta guerra del bush – della foresta – contro i guerriglieri dello Zanla, l’Esercito rivoluzionario di liberazione dello Zimbabwe. Zimbabwe era il nome usato dai neri per indicare la “loro” regione: da zimba remabwe, che in lingua shona (idioma bantu parlato da circa undici milioni di persone) indicava l’antica capitale dell’impero di Monomotapa (XV-XVIII secolo). Il nome Rhodesia lo hanno imposto i bianchi, in onore di sir Cecil Rhodes, l’esploratore inglese che solo ottant’anni prima sognava un impero britannico dal Cairo a Città del Capo. Anche i Selous hanno usato la lingua shona: Chete Pamwe era il loro motto, significa “tutti avanti insieme”. Usano armi chimiche, sono responsabili dell’uccisione del settanta per cento dei nemici di Ian Smith. Ma sono pure bracconieri, trafficanti d’avorio. E danno la prima, brutta notizia: per ragioni di incolumità – nella zona sono in corso combattimenti armati contro i ribelli di Robert Mugabe – la prevista gita alle cascate Vittoria, in programma il giorno dopo la partita, è saltata. Gigi Savoia aveva preparato montagne di appunti: ci rimane malissimo. Si è consolato filmando lo spettacolo di centinaia di ragazzini che in una vicina scuola giocano a rugby a piedi nudi, in un tripudio di campi dall’erba così verde e tenera da sembrare velluto.
«Che spettacolo: non ce li abbiamo in tutta Italia, tanti giovani così. E la tecnica!»
Ravagnani prende nota. Sul terreno dei Selous Scout, la Selezione italiana comincia a provare degli schemi in vista della partita del giorno dopo. Sono venuti i ragazzi di un piccolo club locale per fare un po’ di opposizione: avrebbero dovuto semplicemente tamponare gli attacchi dei nostri, fare da sparring partner. Invece finiscono per rubare regolarmente loro la palla, e segnare diverse mete. La circostanza comincia a insinuare un dubbio nero nella testa di tutti.
Rugby, cricket. Il terzo sport nazionale sudafricano è il braai. La grigliata. Ospiti delle Rhodesian Breweries, la sera stessa del loro arrivo i ragazzi fanno conoscenza con un trionfo di carni alla brace: pollo, manzo, maiale, cudù, antilopi di taglia piccola e grande, facocero, struzzo e quelle salsicce tipiche che chiamano boerewors. Vino, birra e karate water, una miscela di brandy e coca. Amos du Plooy controlla minaccioso. I padroni di casa sequestrano il povero Bollesan per fargli una lezione sul braai in quanto espressione culturale. Una delle certezze è che si deve avere pazienza, perché l’uomo che cucina e gestisce il fuoco fa le cose con calma. Molinari non resiste, si mangia una bistecca cruda. Abbiati è più abile, prende tempo: alla fine riesce a divorarne tre. Più due salsicce.
Venerdì 15 giugno, al mattino si torna al campo dei Selous Scout: Amos li torchia per un paio d’ore, dalle undici alle tredici, poi pranzo in albergo e finalmente riposo. Ma solo per quelli che giocheranno l’indomani. Gli altri si allenano ancora due ore e passa. Alla sera sono ospiti del circolo italiano, una bella costruzione coloniale con un immenso prato davanti a pochi minuti dal centro cittadino, lungo una strada alberata di eucalipti. Ci sono sei milioni di neri e poco meno di duecentomila bianchi, nella Rhodesia del 1973: di questi, alcune migliaia di origine italiana. La maggior parte veneti e abruzzesi, quasi tutti emigrati subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale. Alcuni ex militari reduci del famigerato 5th Extension Camp di Fort Victoria, il campo di concentramento trecento chilometri a sud della capitale e dove erano prigionieri gli “irriducibili”, i soldati italiani che dopo l’occupazione inglese di Asmara nel 1941 scelsero di non collaborare con la “perfida Albione” e avevano più volte tentato la fuga: terminato il conflitto erano rimasti, o dopo un breve periodo in Italia avevano scelto comunque di tornare in una terra che offriva buone opportunità dal punto di vista economico. Per loro, l’arrivo di quei ragazzi con la giacca blu e il tricolore sul petto si trasforma in una vera festa: si sentono così orgogliosi di vedere, toccare i loro connazionali. È un arcobaleno di brindisi. «Lo sento dall’odore che sei italiano, che sei come me» dice uno a Bollesan, che imbarazzato non sa cosa rispondere. A qualcuno sembra vedere appesi a una parete dei ritratti del duce. Forse si è sbagliato. Sì, sicuramente si è sbagliato. Brindisi. C’è una grande eccitazione, e che peccato: il ricevimento dura solo un paio d’ore.
Dopo i brevi discorsi ufficiali e i ringraziamenti di Alessandra, tradotti da Pozzebon, Doro Quaglio afferra il microfono e attacca con Marina, Salvatore Bonetti si unisce, trascina tutti. Qualcuno si commuove. Ancora brindisi. Agli italiani di Rhodesia non importa un fico secco del rugby: sono appassionati di calcio. E passano tutto il tempo a parlare del 2 a 0 che il giorno prima a Torino l’Italia di Ferruccio Valcareggi ha rifilato all’Inghilterra, reti di Anastasi e Capello. Evviva. Battere gli inglesi e festeggiare, proprio qui dove erano padroni, vale doppio. «Voi proprio col pallone rotondo non ci giocate?» domandano, un po’ delusi. Sono tutti decisamente benestanti e non hanno timori di raccontarlo, anzi. La serata prosegue nella villa di un ricco, ricchissimo italiano: dice di essere il console in Rhodesia. Gigi Savoia gli chiede come sia possibile, visto che la Rhodesia non era riconosciuta dallo Stato italiano. «E allora voi che ci fate qui?» risponde quello, con una risata sgradevole. Arriva la conferma della brutta notizia ricevuta nel pomeriggio: domenica niente più gita alle cascate Vittoria, nella zona ci sono scontri armati in corso tra i guerriglieri neri e i militari rhodesiani. È troppo pericoloso per la comitiva azzurra. Da qualche mese la tensione nella regione ha cominciato a salire: ci sono stati attentati e sequestri di persona, il regime di Ian Smith ha reagito sanzionando intere comunità civili nelle aree considerate più “a rischio”: chiuse scuole, negozi, mulini per macinare il grano, migliaia di africani trattenuti per intere giornate in aree recintate col filo spinato, i capi di bestiame requisiti ai capi tribù. Ci sono bianchi che escono di casa con il fucile in spalla. Il governo poi ha inasprito alcune leggi applicate in città: dai “permessi di passaggio” concessi alla popolazione nera nelle aree residenziali dei bianchi, ai divieti – sempre per i neri – di assumere alcolici in città. “È come gettare sale sulle ferite” denuncia Allan Savory, leader dell’opposizione (bianca). Ma Smith replica gelido: “Siamo stati comprensivi”. Insomma, le cascate Vittoria sono troppo pericolose per la comitiva dei rugbisti.
«Scusate per l’inconveniente. Quei negri andrebbero sterminati.»
Così dice uno degli ospiti a Savoia. Accanto all’allenatore ci sono due dei suoi atleti piacentini, Fabio Molinari e Carlo Loranzi. «Come, scusi?»
«Questi negri sono solo un problema, un peso, una sciagura: per la Rhodesia e tutto il Sudafrica. Non hanno mai lavorato, gli abbiamo dato case, istruzione, ospedali. E adesso, invece di ringraziarci, vogliono portarci via tutto.»
Si fa sotto un altro italiano:
«Dovrebbero darceli a noi, sapremmo bene come trattarli.»
E con le braccia mima il gesto di una raffica di mitra. Loranzi sta pensando di tornare a dare un’occhiata a quei quadri appesi: forse ci aveva visto giusto. Fa in tempo a sentirne ancora una:
«Qui c’è un modo di dire molto chiaro: un cane e una scimmia non camminano mai insieme».
«In che senso?»
«Il cane è l’uomo bianco. Devo spiegarvi chi è la scimmia?»
Meglio pensare alla partita del giorno dopo. Doro comincia a intonare Vola colomba. Brindisi. Lacrime.
Sabato 16 giugno ci sono il sole, un cielo celeste, un vento leggero. E ventimila spettatori al Police Ground di Salisbury. Non un solo nero, a parte i venditori di bibite e gadget. A bordo campo un’anziana, simpatica signora sulla sedia a rotelle – un buffo cappellino in testa e una coperta leggera sulle gambe – sventola felice una bandiera della Rhodesia. È la tifosa numero uno, una sorta di groupie dell’ovale: di lei si favoleggia che mezzo secolo prima sia andata a letto con tutti i British Lions, protagonisti di una storica tournée nel 1924. Sì, tutti e trentuno i giocatori. Più l’allenatore Harry Packer. La nonnina non smentisce, anzi: quando qualcuno racconta quella storia impossibile, lei fa uno sguardo complice. Chissà. In quei tre mesi, i Lions avevano perso tutti e tre i test-match con gli Springboks e altre 9 partite: che disastro.
Chris Rea, uno scozzese che giocava a Roma con l’Olimpic nel ruolo di centro, è venuto in Rhodesia con un club a inviti, i Penguins. Ha rilasciato un’intervista pubblicata sul matchday programme, con un giudizio davvero poco lusinghiero nei confronti degli italiani: “Sono inetti allo sport del rugby. Perderanno questa partita con almeno settanta punti di scarto”. Giuseppe Alessandra legge e va su tutte le furie: tornando in Italia, nella sua relazione chiederà ufficialmente che vengano presi dei provvedimenti “per questo illustre pendolare”.
Benvenuta l’Italia: il “Rhodesia Herald” titola a nove colonne, presentando gli ospiti alla vigilia. “Sono tutti di bell’aspetto e coi capelli scuri, ma pochi parlano inglese. Ieri si sono allenati con la squadra degli studenti del Prince Edward: sembravano di taglia piuttosto piccola”. Amos du Plooy, fotografato con Bollesan, ha concesso una breve intervista al quotidiano:
“Per questi ragazzi è come essere in paradiso. Non era semplicemente un sogno, ci hanno creduto fin dall’inizio: eccoli qui. Magari in questa tournée non vinceranno molti incontri, ma regaleranno delle sorprese. Non importa il risultato: daranno il massimo”.
Sulla partita confessa i propri timori, e chiede scusa in anticipo agli spettatori:
“Sono un po’ preoccupato per la linea dei tre quarti: sono giovani, inesperti. Ma veloci. E a volte possono essere brillanti. Non fate caso se gli italiani saranno un po’ troppo eccitati sul campo, soprattutto nel caso in cui marchino una meta: sono fatti così, teatrali. Credo siano influenzati da quello che succede col calcio”.
Du Plooy ha ufficialmente protestato perché l’arbitro designato inizialmente, Dimmy Galletis, è rhodesiano: “Ci avevano assicurato un direttore di gara neutrale: queste sono le regole”. Da Johannesburg inviano Allan Bird per sostituire Galletis. Ampio spazio sui giornali è poi dedicato alla stella di casa: Ian Robertson, estremo, da poco convocato con gli Springboks. L’incontro internazionale, alle 15.45, sarà preceduto da tre partite fra selezioni provinciali e regionali: Mount Pleasant School contro Ellis Robins, poi Umtali e Guinea Fowl, quindi Prince Edward (i ragazzi del giorno prima) e Chaplin. La Selezione italiana entra in campo in maglia azzurra disubbidendo a Giulio Onesti, il presidente del Coni, che era stato chiarissimo con Luzzi Conti:
«Potrete chiamarvi Italia solo per la partita con la Nazionale sudafricana nera».
Mancano pochi minuti all’inizio. Andrea Selvaggio accarezza innamorato l’erba del Police Ground: abituato alla sabbia e ai ciottoli dello stadio Carlini di Genova – dove per le partite importanti il pubblico può arrivare a un centinaio di persone – si sente girare la testa. Villa e Savoia, ascoltato il parere di Bollesan e quello di du Plooy, hanno scelto di farlo partire titolare: l’altra ala è il giovane Cinti, l’estremo Lazzarini; ai centri ci sono Nello Francescato e Luchini, in mancanza di una apertura titolare si è deciso di puntare su Caligiuri, col genovese Puppo a mediano di mischia; in terza linea, il capitano Bollesan con a fianco il fedelissimo Salsi insieme a Cossara; alle rimesse laterali, in seconda linea, ci devono pensare Fedrigo e Bonetti; i due piloni sono naturalmente Altigieri e Bona, con Paoletti tallonatore.
«Belìn, guarda come sono vecchi.»
Durante il riscaldamento, Bollesan osserva sprezzante gli avversari. Ringhia. Errore madornale: come tutti i rugbisti dovrebbero sapere, prima della battaglia concentrarsi sempre su sé stessi, mai sul nemico. E poi, quelli non sono mica vecchi: lo dimostreranno nel giro di pochi minuti. Poco prima del calcio d’inizio, il pubblico si produce in un lungo applauso: in tribuna è appena arrivato Ian Douglas Smith, il primo ministro. L’uomo del Rhodesian Front. Il suprematista bianco.

Un dittatore partigiano

«Buongiorno, come state? Piacere di conoscervi.»
In tribuna Smith stringe la mano a Giuseppe Alessandra e Sergio Luzzi Conti. Pronuncia quelle stesse, poche parole che du Plooy aveva imparato nelle sue improvvisate lezioni, tra la chiesa di Sant’Antonio a Port Elizabeth e le audiocassette dell’ambasciata. Ma l’italiano del primo ministro rhodesiano sembra diverso: fluente, naturale. Che strano. È accompagnato dalla moglie Janet, che aveva conosciuto molti anni prima all’Università di Città del Capo dove lei studiava, mentre lui era lì per giocare a rugby con la squadra della Rhodes University. Il padre del primo ministro si chiamava Jock ed era arrivato dalla Scozia molti anni prima, aveva una fattoria di 21.500 acri e una miniera, era il presidente del locale club di rugby di Selukwe, dove è nato Ian, trecento chilometri a sud della capitale. Anche Janet è di origine scozzese, figlia di un chirurgo. Dopo quel breve innamoramento all’università, aveva però sposato Piet Duvenage, giocatore di rugby che durante la Seconda guerra mondiale con la squadra dell’esercito sudafricano era stato protagonista di una storica partita in Italia, a Rapallo, contro la selezione dei militari neozelandesi: un surreale Springboks - All Blacks sotto le bombe e lungo la costa ligure del Tigullio. Duvenage era morto nel maggio 1947 su un campo da rugby per un attacco di cuore. Janet e Ian si sono ritrovati, e sposati. Hanno un figlio maschio, Alec, che a quei tempi sta già dando loro più di un grattacapo.
«Questa è la terra di Dio: solo grazie a noi bianchi può prosperare.»
Ian Smith è testardo, completamente privo di pietà e di senso dell’umorismo. Lontano dalla Rhodesia è considerato un dittatore crudele. Ma la “sua” popolazione bianca – che rappresenta il tre per cento di quella complessiva della Rhodesia – lo adora. E con lui, tutti i britannici nostalgici del vecchio impero dove non tramonta mai il sole. Si definisce “rhodesiano di ceppo britannico”, in realtà è il più british dei british. A chi lo accusa di razzismo, risponde:
«Abbiamo i più alti standard di salute, istruzione e alloggio per i nostri neri di qualsiasi Paese in Africa. Qui troverete le facce nere più felici che abbiate mai visto: non c’è nessun bisogno di cambiare».
Non si è piegato alle sanzioni internazionali e, con l’appoggio del Sudafrica – così come Portogallo, Iran e Israele, più gli “informali” rapporti con gli Usa che hanno messo le mani sui giacimenti minerari –, ha reagito in maniera durissima alle istanze di quelli che chiama «gangster comunisti della rivoluzione africana. Non mi arrenderò. Nel nome della giustizia, della civiltà e del cristianesimo». Ma per quale diavolo di motivo un tipo del genere conosce bene l’italiano?
“A Ian Smith l’abbiamo insegnato noi, l’italiano. Noi, e i partigiani”: Leo e Lorenzo Zunino, fratelli. Contadini di Sassello, un paese alle spalle di Savona, famoso per i funghi e gli amaretti.
È una storia che comincia durante la Seconda guerra mondiale, il 12 giugno 1944. Ian Smith è un pilota della Brit...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Non puoi fidarti di gente così
  4. IL VIAGGIO PROIBITO
  5. CALCIO D’INIZIO
  6. I BANTU DI PORT ELIZABETH
  7. TERZO TEMPO
  8. Ringraziamenti
  9. Inserto fotografico
  10. Copyright