Sono andata all’indirizzo sulla busta perché non volevo andare in ufficio. È arrivata la mia auto, scura cromata lucente, una sagoma che scorreva sulle vetrine dei fast food, delle pompe di benzina, dei saloni di bellezza. La radio alimentava bisbigliando il panico per le elezioni, e l’autista, senza che gli rivolgessi la parola, aveva già immaginato con una voce sommessa un’adunanza notturna di droni neri venuti a spiare le nostre conversazioni. Ma sapevo, per lavoro, che era una notizia vecchia.
Non c’era ragione di imprimermi in mente il conducente. All’epoca mi sentivo sveglia, per tutti i dettagli che ricordavo, ma c’erano cosí tante cose di cui neanche mi accorgevo. Aveva la barba. Forse un accento straniero. Ricordo che temevo fosse originario di uno dei paesi che stavamo bombardando. Non ci siamo detti niente di importante. Perché avremmo dovuto?
Il conducente avrà pensato che ero una persona ragionevole, una persona normale. Giusto un filo piú grossa della media. Ai tempi indossavo completi grigi su misura, perché le taglie disponibili nei negozi non mi stavano mai bene. Avevo un piumino nero molto costoso. Non mi chiedevo mai da dove venisse tutta quella morbidezza, a che prezzo. I tacchi erano una falsa pista: erano comodi, piú che altro una concessione rituale a ciò che ci si aspettava da una donna.
Il mio unico accessorio un po’ stravagante era una borsa enorme, quasi una sacca. Quando credeva che non lo sentissi il mio capo la chiamava Pancia di Scrofa, che era un modo per dare della scrofa a me. Perché gli facevo paura.
– Di cosa si occupa? – ha chiesto il conducente.
– Dirigente. Tecnologia, – ho detto, perché era facile, e i dettagli no.
Ho tenuto lo sguardo fisso sul finestrino mentre mi recitava tutto ciò che sapeva sui computer. Era chiaro che la cosa di cui aveva piú bisogno al mondo era starsene per un’ora seduto al parco muto come una roccia. O forse ne avevo bisogno io.
Il centro-città si disgregava, via i grattacieli e i complessi industriali gentrificati; poi, dopo qualche strada di controcultura, caos controllato e baraonda, hanno preso forma i sobborghi. Il conducente ha smesso di parlare. Una sfilza di casette a un piano, coi tetti inclinati e i praticelli smorti, la ghiaia dei vialetti che scintillava sotto un sottile strato di neve. Le montagne come una premonizione strappata alla nebbia grigia, remota ma sempre piú fitta.
Non avevo neppure cercato l’indirizzo. Mi avrebbe fatta sentire al lavoro. Non mi avrebbe fatto battere il cuore.
Quando siamo arrivati al cancello con le dorature scrostate ho capito perché oltre all’indirizzo avevo una chiave. Sopra il cancello c’era la dicitura «Self-Storage Imperiale». Solo perché devo darti un nome. Non aveva granché di maestoso, in realtà, quindi se preferisci chiamalo pure «Self-Storage Normale». Tanto prima che tu faccia in tempo a trovarlo, il cartello sarà cambiato di certo.
Abbiamo imboccato una stradina asfaltata stretta fra due filari di abeti senza neanche ghirlande natalizie, che si avvicinava a un versante ripido con qualche chiazza di pini. C’era poca luce, era quasi un tunnel. Percepivo l’aria fresca nonostante la puzza di fumo dei sedili posteriori. Sulla montagna aleggiava un nebbione in cui poteva esistere qualunque cosa. Una foresta vastissima. Un campus di startuppari. Ma con ogni probabilità solo una scarpata brulla, disboscata, coi tronchi mutili e le pietraie piú fitte man mano che si avanzava.
I lampioni di fronte all’ingresso illuminavano la strada solo indirettamente. L’edificio era vastissimo, il silenzio appesantito dalla facciata di finto marmo. Era tutto sudicio, ma lo sporco sembrava un diversivo. Cosa stava nascondendo? La pretenziosità del colonnato dorico? La muffa tossica sull’erba sintetica che bordava le scale?
Il tappeto rosso all’ingresso dava segni di un cedimento impossibile da camuffare. I margini sbrindellati, schegge di pigne e orme degli scoiattoli incorporate nella trama.
L’ombra della palazzina, alta due piani, si perdeva su una parete di un verde profondo che sfumava in lontananza, salendo verso quote sempre piú alte. Il paesaggio premeva contro la macchina, mi pulsava nelle vene.
Ero sperduta nel nulla, e per poco non decidevo di restare in auto. Ma era troppo tardi. Come quando si accetta ciò che ci viene offerto: quando arrivi a destinazione, scendi dall’auto.
Era troppo tardi anche perché il mondo era fatto di carta moschicida: era impossibile non restare invischiati. C’era già qualcuno che guardava. Da qualche parte.
– Vuole che la aspetti? – ha chiesto il conducente.
L’ho ignorato e con uno sforzo mi sono alzata. Sono alta uno e ottanta, cento chili di peso; è piú facile che una montagna passi per vallata, un pugile per un ginnasta, che io per una donnina indifesa. Mi serve tempo per mettermi in moto.
– È certa che non vuole che aspetti? – ha ripetuto, sporgendosi verso il finestrino del lato del passeggero.
Mi sono chinata, l’ho squadrato.
– Mi faccia capire, gli affari suoi non le bastano?
Il conducente mi ha lasciata lí, dando una bella botta di acceleratore, come avrebbe detto mio nonno.
A volte sono proprio come lui.
All’interno, la carta da parati dorata stingeva verso il giallo piscio. Il tappeto, persino piú arruffato, si infilava fra le zampe di leone di due poltrone d’epoca e conduceva a una specie di fortezza che occupava un atrio striminzito: una gabbia metallica con all’interno un bancone nero, e una ragazza che mi fissava. Alle sue spalle un’arcata conduceva ai magazzini. Uno striscione stropicciato sopra la sua testa recitava CUSTODIAMO I VOSTRI TESORI DAL 1972.
– Cosa vuole? – ha chiesto la donna, senza preamboli. Con l’aria di aspettarsi che avrei potuto volere qualunque cosa.
– Secondo lei? – ho chiesto.
Le ho mostrato la chiave, pulendomi le suole sul tappetino malmesso.
– Quale?
– Sette.
– Documento?
– Ho la chiave.
– Ha un documento associato alla chiave?
– Ho la chiave.
Mi sono chiesta se posare una banconota sul bancone. Era un’idea strana. Ma sarebbe stato strano anche farle sapere chi ero.
Le ho consegnato la mia patente.
Era molto piú giovane di me. Strati su strati di indumenti neri, piercing, occhi truccati per sembrare piú grandi, rossetto viola. In certi quartieri era praticamente una divisa.
Forse era castana. Ricordo la sua espressione. Annoiata. Imbottigliata là dentro senza niente da fare – e io di certo non rendevo il tutto meno noioso.
– Sono venuta da molto lontano, – ho detto. Presto sarebbe stato vero. Stavo per fare parecchia strada.
– Se è in lista, ottimo, – ha detto lei, scorrendo con un dito un foglio con dei nomi stampati in caratteri tanto piccoli da risultare quasi illeggibili.
– Ottimo sí, – ho detto io. Incredula di quanto spesso dicessimo parole del tutto prive di senso. Però ricordo la conversazione e non la faccia.
La ragazza ha indicato una riga sul foglio con una penna a sfera e mi ha restituito la patente.
– Su, entri, – ha detto.
Quasi che lí fossi fra i piedi.
– Dove?
– Là.
Ha indicato un punto sulla destra, un’altra porta, seminascosta dai motivi della carta da parati giallo piscio.
Sono rimasta a fissarla per qualche istante prima di andare. Lei ha aperto una rivista e mi ha ignorata. Mi serviva una lista delle scelte che avevano portato quella ragazza a trovarsi in quel posto specifico, in quel momento specifico. A chiedermi i documenti. A ignorarmi. Cosí ostile. Cosí anonima.
All’uscita non l’avrei rivista. La gabbia sarebbe stata vuota, come se non ci fosse mai stato dentro nessuno.
Come se fossi riemersa anni dopo e il posto fosse già stato abbandonato da un pezzo.
Tutte quelle file di porte. Cosí tante porte, non le solite serrande d’alluminio. Piú simili alle porte di un manicomio o di un carcere minorile: spesse, rettangolari, con una finestrella di vetro opaco zigrinata di rinforzi metallici, e un numero appiccicato quasi controvoglia. Le porte erano di colori diversi, e il petrolio o il magenta non facevano che rafforzare la sensazione di trovarsi in una prigione. La puzza di muffa si faceva sempre piú forte. Il suono si propagava in modo strano, quasi rispondendo ai volumi ammassati nei vari magazzini.
Cosa sapevo dei magazzini come quello? Niente. Ero stata in quello che nostra madre aveva preso in affitto per placare nostro padre, che non voleva vivere sommerso dalle cianfrusaglie. Ma, forse, se decidevi di andare fino ai margini della città, ai piedi di una montagna, era per depositare qualcosa che volevi tenere a distanza. E ciò che volevi tenere a distanza poteva essere prezioso o fragile, come un ricordo. Anche un brutto ricordo.
Uno due tre, poi nove dieci undici. Mi ero persa un corridoio? Era un labirinto fitto di incroci. Forse i depositi si susseguivano senza fine, proseguendo sotto la montagna in uno spaventoso corridoio sconfinato. Un attimo di panico al pensiero di perdermi, intanto che continuavo a non trovare il numero sette.
Ma poi ho visto la porta giusta.
O forse la porta sbagliata, a seconda del punto di vista.
Il fatalismo crea dipendenza. Attraversando la soglia del Deposito 7, non sarei stata in grado di dire cosa fosse prestabilito e cosa fosse casuale. Né quanto ci sarebbe voluto a capirlo.
All’inizio ho visto solo un rettangolo completamente spoglio, come il cliché di una sala interrogatori. Una seggiola di legno sul fondo, un neon che sfarfallava al soffitto. Sulla sedia c’era una scatola di cartone, non troppo grande.
Sono rimasta a lungo a fissare la scatola sulla sedia, senza entrare. Poi ho lasciato la porta aperta – non era solo paranoia, ma anche una contrarietà istintiva alle porte che ti sbattono alle spalle. La trappola poteva essere ovunque. Dentro era tutto cosí immobile, cosí asettico. Tranne che per un alone di muffa sulla parete di fondo. Non ricordo neppure pulviscolo. Come una scena del crimine ripulita di fino.
Ma prima di avvicinarmi ho controllato gli angoli bui, il soffitto. Almeno quello.
Solo una normalissima scatola di cartone, chiusa piegando le lingue superiori. Leggera, quando ho provato a spostarla un poco. Nulla che producesse suoni, all’interno. Niente prese d’aria. Niente gattini o cuccioli, se non altro. Un sollievo immenso.
Ho posato la borsa, ho schiuso una linguetta, poi l’altra.
Penso di aver riso per il nervoso.
Ma non c’è stato neppure un istante di fraintendimento, non un fremito di ribrezzo. Sul fondo della scatola c’era un oggetto non troppo grande. Un soprammobile? Come i cavallini di porcellana che collezionava mia madre. È stato allora che ho pensato che forse era tutto uno scherzo.
C’era un uccellino, in fondo alla scatola. Fermo, morto. Impagliato.
Un colibrí in volo, assicurato a un piedistallo con un pezzo di fildiferro. Ali congelate. Occhi congelati. Piume iridescenti.
Accanto al colibrí c’era un pezzetto di carta, con due parole e una firma.
Colibrí
. . . . . .
Salamandra
Silvina
Oh, Silvina, grazie per non aver aggiunto «Trovami» in calce.
Grazie per aver capito che non sarebbe stato necessario.
Mi ha riportata a casa un uomo che avrebbe potuto essere il fratello del primo conducente, alla guida di un’auto piú scura e piú anonima di prima. Il paesaggio sembrava compresso, mi sfilava accanto piú rapidamente, per cui mi sono ritrovata in città piú in fretta. O forse non ci ho fatto attenzione.
Colibrí. Salamandra. Uno c’era, l’altra no, e quella che non c’era era la creatura che conoscevo cosí bene sin da piccola. Le rocce ribaltate. I mulinelli del torrente, la danza delle pianticelle acquatiche. Il muschio verde smeraldo. Tutte le mie spedizioni, cosí tanto tempo addietro.
Me ne sono stata in silenzio sul sedile posteriore stringendo la scatola fra le ginocchia, proteggendola dolcemente fra le braccia. Attenta a non schiacciarla. Una cosa morta, eppure viva in qualche modo, se poteva essere ferita. Non mi azzardavo ad aprire le linguette per timore che il conducente sbirciasse. Non pensavo. Niente di niente. O forse ero invischiata nella silhouette di un ricordo che mi ero lasciata alle spalle. Il volto di mio nonno distorto dalla rabbia. La sagoma inerte, pallida, di mio fratello in riva al fiume.
Nessuno psicoterapeuta mi aveva mai detto di dimenticare il passato, perché odiavo gli psicoterapeuti e non ne avevo mai visto uno. Ma sapevo che la cosa migliore era dimenticare. I morti dovevano restare morti. Ciò che era ancora vivo doveva diventarlo. Passare oltre.
Non era la scatola né il deposito. Non so di preciso cos’era che spingeva per riportarmi lí, per incastrarmi, se non la sensazione di non avere il controllo.
Pomeriggio facile. Nessuno in casa. Mi ero già sbarazzata del mio capo scrivendogli che non stavo bene. Ho posato la scatola sul piano della cucina, accanto alla borsa. Sono andata in soggiorno per gettare il cappotto sul divano, sono tornata in cucina, esitante… poi ho riaperto la scatola e ho preso il colibrí.
L’ho scrutato, seduta precariamente su uno sgabello del bancone a isola, al limitare di una distesa di legno e marmo. Acciaio inossidabile immacolato, lavandino a vasc...