Due uomini e due donne erano seduti in fondo alla sala di un bar, sotto una foto incorniciata dell’alba in un campo di girasoli in Toscana. Erano alti come giocatori di basket e, mentre si allungavano sul tavolo rotondo con il piano a mosaico, le loro fronti quasi si sfioravano. Parlavano a voce bassa ma con un tono molto acceso, come se si trattasse di una questione di spionaggio internazionale, offrendo uno spettacolo che non si addiceva per niente a quel localino dei sobborghi in un bel sabato mattina d’estate, con il banana bread con le pere appena sfornato che profumava la sala e le note di un pezzo rock melodico che uscivano languide dallo stereo, accompagnando il sibilo e il macinio operosi della macchina del caffè.
«Devono essere fratelli» disse la cameriera al suo capo. La cameriera era figlia unica e i fratelli la affascinavano moltissimo. «Si assomigliano un sacco.»
«Ci stanno mettendo troppo a ordinare» commentò il capo, che proveniva da una famiglia con otto figli e non trovava affatto affascinanti i fratelli. Dopo la violenta grandinata della settimana prima, aveva finalmente piovuto per vari giorni di seguito. Adesso gli incendi erano sotto controllo, il fumo si era diradato, le espressioni delle persone si erano fatte più serene e i clienti erano tornati, pronti a spendere, quindi bisognava spicciarsi a liberare i tavoli.
«Hanno detto che non sono ancora riusciti a dare un’occhiata al menu.»
«E tu chiediglielo di nuovo.»
La cameriera si riavvicinò al tavolo e si accorse di come i quattro clienti fossero seduti tutti nello stesso modo peculiare, le caviglie intrecciate intorno alle gambe anteriori della sedia, come per non scivolare via.
«Scusate?»
Loro non sentirono. Stavano parlando tutti contemporaneamente, le voci che si sovrapponevano. Erano senz’altro imparentati. Persino le loro voci si assomigliavano: erano basse, profonde, un po’ arrochite. Voci di persone che avevano il mal di gola e molti segreti.
«Tecnicamente non è scomparsa. Ci ha mandato quel messaggio.»
«Io non mi capacito del fatto che non risponda al telefono. Lei risponde sempre.»
«Papà ha detto che la sua bicicletta nuova non c’è più.»
«Che cosa? È strano.»
«Perciò... è saltata in sella e si è messa a pedalare verso il tramonto?»
«Ma non ha preso il casco. E lo trovo davvero assurdo.»
«Penso che sia ora di denunciare la scomparsa.»
«È passata più di una settimana. È troppo tempo.»
«Come dicevo, tecnicamente non è...»
«Ma certo che è scomparsa, visto che non sappiamo dov’è.»
La cameriera alzò la voce fino a sfiorare la maleducazione. «Posso prendere la vostra ordinazione?»
Loro non sentirono neanche stavolta.
«Qualcuno è già passato da casa?»
«Papà mi ha chiesto di non andare. Mi ha detto che è “molto impegnato”.»
«Molto impegnato? Impegnato a fare cosa?»
La cameriera si spostò tra le sedie e il muro, in modo che qualcuno di loro potesse vederla.
«Sapete cosa potrebbe succedere se denunciassimo la scomparsa?» chiese il più bello dei due uomini. Portava una camicia di lino con le maniche lunghe arrotolate fino ai gomiti, un paio di pantaloncini e scarpe senza calzini. Aveva poco più di trent’anni, immaginò la cameriera, il pizzetto e il vago fascino carismatico di una star dei reality o di un agente immobiliare. «Potrebbero sospettare di papà.»
«Sospettare di papà per cosa?» chiese l’altro uomo, una versione più arruffata, tozza e dozzinale del primo. Invece del pizzetto, aveva solo bisogno di una bella sbarbata.
«Che lui... lo sai.» Il fratello versione lusso si passò un dito sulla gola.
La cameriera rimase impietrita. Era la conversazione più appassionante che avesse origliato da quando faceva quel lavoro.
«Dio santo, Troy.» Il fratello versione dozzinale sospirò. «Non è divertente.»
L’altro fece spallucce. «La polizia vorrà sapere se hanno litigato. E papà ha detto che hanno litigato.»
«Ma di certo...»
«Forse papà c’entra veramente qualcosa» disse la più giovane dei quattro, una donna che portava un prendisole arancione disseminato di margherite bianche sopra un bikini allacciato sul collo. Aveva i capelli tinti di blu (erano proprio della tonalità che la cameriera avrebbe voluto per sé) e li teneva legati in un groviglio appiccicaticcio e bagnato sulla nuca. Le braccia erano coperte di uno strato sottile e lucido di crema solare mista a sabbia, come se stesse arrivando dalla spiaggia, anche se la costa distava almeno quaranta minuti in macchina. «Forse lui non ha più retto ed è scattato.»
«Finitela, tutti e due» intervenne l’altra donna, che la cameriera riconobbe in quel momento come una cliente abituale: cappuccino extra-large ed extra-caldo con latte di soia. Si chiamava Brooke. Brooke con la “e”. In quel bar scrivevano il nome dei clienti sul coperchio delle bevande calde e quella tizia una volta le aveva fatto notare, timidamente ma in modo molto deciso, come se proprio non riuscisse a trattenersi, che mancava una “e” alla fine del suo.
Era cortese ma poco loquace e generalmente un tantino stressata, come se sapesse già che la giornata sarebbe andata storta. Pagava con una banconota da cinque dollari e lasciava sempre la moneta da cinquanta centesimi nel barattolo delle mance. Si vestiva sempre nello stesso modo: polo blu scuro, pantaloncini e scarpe da ginnastica con i calzini.
Quel giorno era vestita casual, da fine settimana, con una gonna e una camicetta, ma continuava a sembrare un membro delle forze armate in libera uscita, oppure un’insegnante di educazione fisica che non si berrebbe mai la scusa che hai i crampi.
«Papà non farebbe mai del male alla mamma» disse alla sorella. «Mai.»
«Oddio, ma certo che no. Non dico sul serio!» La ragazza con i capelli blu alzò le mani e la cameriera si accorse della pelle raggrinzita che aveva intorno agli occhi e alla bocca e si rese conto che non era affatto giovane: era solo vestita da giovane. Era una persona di mezz’età travestita. Da lontano si sarebbe detto che avesse vent’anni, da vicino forse una quarantina. Come una specie di trucco magico.
«Il rapporto di mamma e papà è assolutamente solido» disse Brooke con la “e”, e qualcosa nella sua voce stridula, nel suo tono deferente venato di risentimento, spinse la cameriera a pensare che, nonostante l’abbigliamento formale, potesse essere in realtà la più piccola dei quattro.
Il fratello più bello le lanciò un’occhiata interrogativa. «Tu sei sicura che siamo cresciuti nella stessa casa?»
«Non lo so, dimmelo tu. Perché io non ho mai visto nessun atteggiamento violento... insomma... Dio santo!»
«Comunque, non sono io a insinuarlo. Sto solo dicendo che altri potrebbero insinuarlo.»
La donna con i capelli blu alzò lo sguardo e si accorse della cameriera. «Scusa! Non ci abbiamo ancora dato un’occhiata!» esclamò prendendo il menu plastificato.
«Non c’è problema» rispose la cameriera. Avrebbe voluto ascoltare il seguito.
«Senza contare che non ci stiamo molto con la testa. Nostra madre è scomparsa.»
«Oh, no. È una cosa... preoccupante?» La cameriera non sapeva bene che reazione avrebbe dovuto avere. Loro non sembravano poi così preoccupati. Quelli lì erano, tipo, tutti più grandi di lei, quindi la madre doveva essere per forza una persona anziana, giusto? Una vecchietta? E com’è possibile che una vecchietta scompaia? Colpa della demenza senile?
Brooke con la “e” fece una smorfia e rimproverò la sorella: «Non dire così».
«Scusa. C’è la possibilità che nostra madre sia scomparsa» si corresse la donna con i capelli blu. «Abbiamo momentaneamente smarrito nostra madre.»
«Dovete cercare di ricordare.» La cameriera stette al gioco. «Dove l’avete vista l’ultima volta?»
Ci fu un silenzio imbarazzato. La guardarono con quegli occhi castani, liquidi e identici e le espressioni serie. Avevano tutti le ciglia così scure che sembrava fossero truccati.
«Lo sai? Hai ragione. È proprio quello che dobbiamo fare.» La tizia con i capelli blu annuì lentamente, come se stesse prendendo sul serio quell’osservazione spiritosa. «Cercare di ricordare.»
«Assaggeremo tutti il crumble di mele con la panna» la interruppe il fratello versione lusso. «E poi ti diremo cosa ce n’è parso.»
«Ottima scelta.» Il fratello versione dozzinale diede un colpetto al menu sul bordo del tavolo.
«A colazione?» disse Brooke con la “e” ma fece un sorrisetto sardonico, come se il crumble di mele evocasse uno scherzo che potevano capire soltanto loro. Poi passarono il menu alla cameriera come a dire: “Tutto a posto” con il sollievo tipico di tutti i clienti, felici di sbarazzarsene.
La ragazza scrisse sul taccuino: 4 x crumble mele e raddrizzò la pila di menu.
«Sentite» disse il fratello versione dozzinale. «Qualcuno l’ha chiamata?»
«Caffè?» chiese la cameriera.
«Lungo e amaro per tutti» rispose il fratello versione lusso e la cameriera guardò negli occhi Brooke con la “e” per darle la possibilità di dire: “No, in realtà per me non va bene, io prendo sempre il cappuccino extra-large ed extra-caldo con il latte di soia”, ma lei era impegnata ad aggredire il fratello. «Certo che l’abbiamo chiamata. Un milione di volte. Le ho mandato messaggi. Le ho scritto email. Tu no?»
«Quindi quattro caffè lunghi amari?» chiese la cameriera.
Non rispose nessuno.
«Benissimo, quindi quattro caffè lunghi amari.»
«Non la mamma, lei.» Il fratello versione dozzinale appoggiò i gomiti sul tavolo e si premette le tempie con la punta delle dita. «Savannah. Qualcuno ha provato a mettersi in contatto con lei?»
La cameriera non aveva più scuse per continuare a origliare.
Savannah era un’altra sorella? E perché non era lì insieme a loro? Era la pecora nera della famiglia? La figliola prodiga? Era per quello che il suo nome era piombato tra di loro in quel modo, come un sasso in uno stagno? E qualcuno l’aveva chiamata oppure no?
La cameriera si allontanò, diede un colpetto al campanello con il dorso della mano e sbatté la loro ordinazione sul bancone.