In sala parto
Quando parlo della preparazione al parto faccio sempre l’esempio di una maratona. Non si può pensare di affrontare in maniera vincente una corsa del genere senza essersi adeguatamente preparati. Ecco perché, oltre ai vari corsi preparto, dove si trattano temi come la respirazione o si danno altri consigli pratici sulla «fase espulsiva», è parimenti essenziale informarsi e programmare per tempo ciò che ci si aspetta avvenga in quei momenti così importanti.
Mi riferisco al piano del parto (o birth plan), ovvero un accordo scritto e firmato tra la partoriente e la struttura in cui ha deciso di partorire, o il ginecologo o l’ostetrica che la segue. Si tratta di un documento non vincolante in caso di emergenza, ma che, al netto delle complicazioni, raccoglie le richieste che andranno rispettate dalla struttura e dal personale sanitario.
Già nel 1985 l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha redatto un documento dove sono stati specificati una serie di punti, riguardanti il travaglio e il parto, che ogni donna incinta e in procinto di partorire ha il diritto di discutere con la propria équipe medica. Lo scopo è promuovere la consapevolezza dell’importanza del benessere del bambino e della mamma.
Si possono fare diverse richieste:
- avere il proprio compagno vicino per tutto il tempo, anche in caso di parto cesareo;
- non subire la rasatura del pube e rifiutare il clistere;
- creare un’atmosfera distensiva nella sala di travaglio: luce soft, musica rilassante, oli essenziali;
- potersi muovere liberamente durante il travaglio;
- essere informata di ogni manovra, somministrazione di farmaci o altro si renda necessario;
- limitare il tempo del tracciato al minimo indispensabile e chiedere che sia effettuato con una strumentazione che consenta il movimento;
- evitare che il travaglio venga accelerato dall’iniezione di ossitocina o da altre manovre se non strettamente necessario;
- evitare che venga praticata l’episiotomia;
- evitare che venga praticata la manovra di Kristeller;
- porre il bambino a contatto con la mamma prima che gli venga tagliato il cordone ombelicale;
- clampare (chiusura e taglio) il cordone ombelicale solo quando questo smette di pulsare;
- donare il cordone ombelicale;
- allattare il bebè subito dopo la nascita;
- inibire il personale dalla somministrazione di altri liquidi o formule di latte artificiale al di fuori del proprio colostro e poi latte;
- rimanere a contatto a pelle nuda col proprio bebè (skin to skin), dopo il parto, fino al momento della visita pediatrica, per tornare a farlo subito dopo.
Mi ritengo molto fortunata perché io tutte queste cose le ho ottenute e ho un ricordo stupendo di entrambi i miei parti. Sicuramente una scelta chiave è quella dell’ostetrica che ti seguirà prima, durante e dopo il parto, e che potrà essere un’alleata fidatissima, competente e allineata ai tuoi desideri in quei giorni.
Ma perché è così importante garantirsi un parto dolce e meno medicalizzato possibile? Per salvaguardare il bonding, termine che deriva dall’inglese bond («legare, attaccare») e che indica quel legame profondo, specifico e permanente, fra mamma e figlio.
È ormai ampiamente studiato e dimostrato che il neonato, nei primi sessanta-novanta minuti di vita, si trova in uno stato delicatissimo, che rappresenta il suo primo contatto col mondo. Ha una sensibilità molto elevata ed è importante che le sue percezioni vengano preservate e non alterate da stimoli esterni che non siano la pelle della mamma, il suo odore, il suo calore e la sua voce. Superate le due ore il piccolo passa a uno stato di sonnolenza/sonno in cui recupera le sue forze, così tanto stressate durante il passaggio nel canale del parto. Ormai il bonding è iniziato e il bebè può essere visitato e sottoposto alle routine assistenziali senza problemi.
Esistono poi situazioni in cui il neonato per questioni di salute deve essere separato precocemente dalla mamma, per essere posto in incubatrice, ad esempio. In questo caso il bonding non verrà effettuato subito, ma solo rimandato. Appena possibile i genitori potranno toccarlo, accarezzarlo, coccolarlo, anche se soltanto per breve tempo e senza strumentazioni sanitarie, ovviamente su indicazione dei medici di reparto.
Qualora non fosse possibile un contatto vero e proprio, perché ad esempio il bebè necessita di restare in incubatrice, si stabilirà un contatto olfattivo, magari mediante una mussola con l’odore della mamma, oppure con la voce, gli sguardi… e prima o poi sarà fra le tue braccia.
Tantissime terapie intensive hanno ormai accolto e compreso l’importanza di questo passaggio e appena è possibile permettono ai genitori di praticare la kangaroo therapy. Di cosa si tratta? È un metodo ideato alla fine degli anni Settanta dal dottor Héctor Martínez Gómez e dal dottor Edgar Rey Sanabria a Bogotá, inizialmente per sopperire alla mancanza di cullette termiche in un periodo di altissimo tasso di mortalità dei bambini nati pretermine e con basso peso.
I due scienziati si ispirarono proprio ai canguri, che tengono nel marsupio i loro cuccioli dalla sesta settimana di vita, fornendo latte, calore e protezione costante, fino al sesto mese, quando il piccolo inizia gradualmente ad affacciarsi al mondo esterno, per poi uscire definitivamente attorno all’anno di età.
In pratica, il bebè viene avvolto in una copertina leggera e gli viene messo un cappellino, o viene tenuto nella maglia del genitore, sistemato in posizione verticale sul petto completamente nudo di mamma o papà. La durata del contatto pelle-pelle dipenderà ovviamente dallo stato di salute, dal peso e dalle settimane di età gestazionale del bambino. Solitamente va dai sessanta ai centoventi minuti in maniera molto graduale, fino alla dimissione del piccolo.
Oltre che favorire l’avvio dell’allattamento, sia nei neonati a termine sia nei prematuri, recenti studi hanno anche dimostrato che la kangaroo therapy ne favorisce lo sviluppo, la capacità di adattarsi alla vita extrauterina e ha effetti positivi sulla lunga distanza: rispetto ai bimbi passati esclusivamente dall’incubatrice, questi riposano meglio, hanno una maggiore serenità, oltre a essere dotati di una maggiore capacità cognitiva.
In ospedale
Al momento della dimissione ti verrà consegnato un libretto, una sorta di patentino con le principali informazioni riguardo alla nascita del bambino. Sulla facciata principale ci sono i dati anagrafici, le misurazioni alla nascita (peso, altezza e circonferenza cranica), il peso alla dimissione (che di solito si discosta da quello alla nascita al massimo del 10%).
Poi troverai l’indice di Apgar, uno strumento per dare una valutazione rapida dello stato di salute del neonato, che consiste in un punteggio che va da 0 a 10 e viene attribuito al primo e al quinto minuto di vita (e se necessario ancora ogni cinque minuti), valutando frequenza cardiaca, attività respiratoria, reattività agli stimoli, colorito cutaneo e tono muscolare. È da considerarsi normale un punteggio superiore a 7.
Tra le informazioni che riceverai sarà indicato se è stata somministrata la vitamina K alla nascita (una preziosa vitamina che più tardi sarà prodotta dal fegato del bimbo), di solito mediante un’iniezione sul sederino, e se sono state seguite delle terapie specifiche, ad esempio se ha necessitato di fototerapia in caso di ittero.
A proposito di ittero…
Il termine «ittero» si riferisce alla colorazione giallastra della pelle, delle sclere e delle mucose causata da un aumento di bilirubina nel sangue, che si sviluppa in maniera fisiologica in circa il 60% dei neonati per due motivi: la distruzione dei globuli rossi e l’immaturità del fegato che dovrebbe provvederne allo smaltimento. Solitamente scompare nel giro di pochi giorni.
Esistono poi altre due «tipologie» di ittero: quello da latte materno e quello patologico.
Si parla di «ittero da latte materno» quando la bilirubina aumenta a partire dai quattro-cinque giorni di vita in neonati allattati al seno, in buona salute e con una buona crescita. Probabilmente è causato da una sostanza presente nel latte materno che aumenta il riassorbimento di bilirubina dall’intestino. Può durare fino alle dodici settimane di vita ma, anche in questo caso, si risolve spontaneamente nella grande maggioranza dei casi e non necessita assolutamente di interrompere l’allattamento al seno.
Se invece la causa dell’ittero è un’incompatibilità fra alcuni fattori del gruppo sanguigno di mamma e bimbo, può dar luogo al cosiddetto «ittero patologico», e in questo caso si andrà a effettuare la fototerapia, ovvero l’esposizione del piccolo a delle lampade UV con la capacità di rendere la bilirubina, accumulata in grandi quantità e potenzialmente tossica, più facilmente smaltibile dall’organismo.
Altra informazione che troverai nel libretto di dimissione è l’esito di alcuni esami clinici fatti al piccolo, come il test del riflesso rosso per la vista e le otoemissioni acustiche per l’udito ed eventuali altri esami effettuati per motivi specifici. Troverai anche uno spazietto in cui è segnata la data in cui sono stati eseguiti gli screening neonatali.
In Italia lo screening neonatale è obbligatorio per la diagnosi di tre malattie congenite: l’ipotiroidismo, la fenilchetonuria e la fibrosi cistica. Da una decina d’anni a questa parte, è disponibile uno screening allargato, per permettere di identificare alla nascita malattie metaboliche – da venti a quaranta, a seconda dei pannelli utilizzati per la ricerca – in aggiunta alle tre testate nello screening obbligatorio.
In presenza di una malattia metabolica c’è un difetto di una via di trasformazione e utilizzo di alcune sostanze utili per l’organismo, così alcune si accumulano e altre vengono a mancare, causando, nella maggior parte dei casi, gravi patologie, spesso con conseguente interessamento neurologico, handicap e, a volte, morte. Per fortuna lo screening ha lo scopo di individuare queste patologie prima della comparsa dei sintomi e di iniziare rapidamente terapie specifiche.
Attenzione: molto spesso i risultati del primo test che viene effettuato sul piccolo presentano dei falsi positivi! Accade davvero di frequente e può capitare di essere chiamati dal punto nascita per eseguire un esame più specifico e avere la reale diagnosi. Quindi non disperarti alla prima chiamata: potrebbe trattarsi di un falso allarme.
Nel libretto di dimissione troverai anche eventuali appuntamenti fissati per il tuo bimbo dall’ospedale stesso per eseguire dei controlli e alcuni consigli pratici su quando effettuare la prima visita dal pediatra o sull’integrazione vitaminica.
Una volta ultimate le pratiche di dimissione arriva il momento del ritorno a casa... questa volta in tre!
Per il viaggio in macchina il dispositivo adatto e conforme per il neonato è l’ovetto, che va posizionato in direzione opposta al senso di marcia e sul sedile posteriore, dietro il guidatore. È bene vestire il piccolo a strati e utilizzare un cappellino, anche solo in cotone, perché la testa del bimbo disperde molto calore e va tenuta protetta.
A casa
Durante i primi giorni a casa il piccolo ha bisogno di ambientarsi a nuovi stimoli dati da luce, temperatura e rumori diversi rispetto al grembo materno. Spesso la reazione del neonato a questo «stress» è rifugiarsi nel sonno. Potrebbe dormire moltissimo specie durante il giorno. Approfitta di questi momenti d’oro per riposare e pianificare meglio la gestione della nuova avventura appena iniziata.
Sia che la mamma abbia affrontato un parto naturale sia che abbia avuto un parto cesareo ha bisogno di molto riposo e cure e, in queste giornate, consiglio ai papà di dedicarsi principalmente alla propria compagna, approfittando anche dell’aiuto delle persone care per sbrigare le faccende di casa o preparare un pasto caldo.
Sarebbe ideale evitare visite interminabili di parenti e amici al piccolo durante le primissime settimane: mamma, papà e bambino hanno bisogno di quiete per costruire il loro nido e sentirsi pronti ad accogliere estranei in casa. Ci sarà tutto il tempo per presentarlo al mondo!