L’albergo è bellissimo, ovvio, è in cima alla lista dei migliori piccoli hotel di lusso del mondo, ma a malapena me ne rendo conto perché sono in ritardo. Tremendamente, spaventosamente in ritardo. Non è colpa mia: l’aereo è partito ben oltre l’orario previsto e ci è voluta un’eternità prima che scaricassero il bagaglio. Ma non ha importanza. Durante il tragitto penosamente lento dall’aeroporto, durato ben due ore, ho pregato che qualcosa potesse aver ritardato l’inizio, ma ora che sono scesa dal fresco del taxi per entrare nel caldo umido della reception, le cui porte e finestre sono tutte spalancate per sfruttare ogni minimo alito di vento, mi rendo improvvisamente conto di quanto fosse poco fondata la mia speranza. C’è una donna sorridente, dall’aspetto dev’essere dell’isola, che mi accoglie accanto a un enorme divano di bambù; sul tavolino di fronte è poggiato un vassoio con sopra una sorta di drink tropicale completo di ombrellino. Interrompo il suo discorsetto di benvenuto. «È già cominciato?»
«Oh.» È visibilmente sorpresa. «Lei è qui per, uhm, cioè... per Lissa?» Annuisco. «Sì, certo, è già cominciato.»
«Dove? Dove devo andare?»
«Giù alla spiaggia» dice, puntando il dito e lo sguardo in quella direzione. Ma poi si gira di nuovo verso di me, costernata, aggrottando la fronte. «Ma, signora...»
L’ho già superata e procedo senza fermarmi, a passo veloce. «Farò il check-in più tardi. Tenetemi le valigie, per favore» le dico da sopra la spalla.
«Ma, signora...» azzarda, ancora una volta. Però io non mi fermo, perché sono in ritardo. In ritardo, in ritardo, terribilmente in ritardo.
La reception è su una collinetta. Mi precipito giù lungo i gradini di pietra (incantevoli, ma piuttosto ripidi), spingendo ripetutamente indietro sul naso gli occhiali da sole, maledicendo i miei sandali con la zeppa e degnando a malapena di un’occhiata la distesa azzurra dell’oceano che brilla nel sole del tardo pomeriggio. Il sentiero tortuoso si snoda tra il fogliame tropicale e non riesco a vedere la spiaggia su cui sicuramente mi farà sbucare. Ma dopo una svolta ecco che mi ritrovo in una caletta a forma di ferro di cavallo. Le scogliere che la racchiudono sono a strapiombo sul mare, ma al centro dell’insenatura c’è una spiaggia, profonda all’incirca trenta metri, con questa marea, e lunga forse un centinaio. Al centro sono state disposte delle file di sedie con un corridoio per il passaggio, in mezzo. Accanto a quello che posso solo immaginare sia il celebrante, vedo l’inconfondibile figura di Jem di fronte a una sessantina di partecipanti, con gli occhiali da sole agganciati al colletto aperto di una camicia di lino bianco.
E poi un soffio di vento solleva la gonna del mio leggero abito estivo con scollo all’americana, nero, ma cosparso di fiori scarlatti, e la fa sventolare lateralmente come fosse una bandiera. Jem si gira verso di me e dopo un istante solleva la mano. È un piccolo gesto, ma la voce del prete si affievolisce e la maggior parte della gente si volta automaticamente, e a quel punto mi rendo conto con crescente orrore che sono tutti vestiti di bianco. Di bianco. Tutti.
Cazzo. Sembra un matrimonio, non un funerale, penso. Jem potrebbe essere il futuro marito in attesa della sposa. Mi assale un’improvvisa ondata di nausea, ma la soffoco brutalmente: non è questo il momento di crollare. Raddrizzo le spalle per sopportare l’impatto di tutti quegli occhi che mi fissano e percorro con passo deciso gli ultimi metri ignorando i mormorii intorno a me, avviandomi poi con il mio scandaloso abito svolazzante nero e rosso lungo il corridoio tra le sedie, che per fortuna è pavimentato con delle assi di legno. Camicie leggere bianche, abiti estivi bianchi, pantaloni larghi da spiaggia bianchi... Come ha fatto a sfuggirmi questo piccolo particolare? Ci sono una o due paia di shorts beige chiaro dal taglio sartoriale, ma tutto il resto è decisamente candido come la neve. Da dietro gli occhiali da sole cerco Bronwyn o Duncan, che sicuramente saranno seduti nelle prime file. È Duncan in tutta la sua imponenza a farsi notare per primo, seguito dalla testa di riccioli castani e ribelli di Bron, lì accanto, che gli arriva a malapena alla spalla. Mentre mi avvicino vedo che Jem ha intenzione di venire a salutarmi prima che mi infili tra le sedie e non mi viene in mente assolutamente nulla di significativo da dirgli.
«Ce l’hai fatta» dice, stringendomi le mani tra le sue. Non lo vedo da mesi, anzi, da più di un anno. Più precisamente dall’ultima volta che il gruppo si è riunito per una delle nostre vacanze programmate di swimtrekking. Solo che quella, per tutti gli altri, non è stata l’ultima volta. L’ultima volta è stata quando Lissa è affogata, ma io non c’ero. Contrariamente al solito, in questo momento Jem dimostra tutti i suoi quaranta e passa anni. La sua bocca sorride, ma è un sorriso di circostanza e gli occhi verde chiaro sembrano stanchi. È come se avesse indossato la sua pelle come un abito e si fosse reso conto che, ormai, è troppo larga per lui.
«L’aereo ha fatto ritardo. Mi dispiace tantissimo» mormoro imbarazzata.
«Non importa, ora sei qui. Lei avrebbe voluto che ci fossi.»
Non credo. Nessuno vorrebbe un funerale a trentacinque anni; di certo Lissa non vorrebbe proprio niente di tutto questo. Avrebbe voluto invece che fossi stata lì quella notte, a impedirle di andare a nuotare da sola al buio. Ma non c’ero. Gli stringo le mani senza dire una parola, poi lascio che Duncan mi guidi verso una sedia, barcollante e goffa sulle zeppe che affondano nella sabbia. «Un’entrata ad effetto, come al solito» mormora mentre lo supero a fatica per sedermi accanto a Bron. Lei ha gli occhi gonfi e, guardandola meglio, noto che non è l’unica cosa che sembra essersi gonfiata. La sento più morbida, mentre le passo un braccio attorno alla vita e la stringo a me. Da quando la conosco, circa metà della mia intera esistenza, Bron ha pian piano occupato uno spazio sempre più grande nella mia vita, uno spazio lasciato quasi impercettibilmente da Lissa. Ma ora Lissa se n’è andata del tutto: di lei non è rimasto più niente.
Bron incrocia il mio sguardo mentre il celebrante riprende a parlare. «Volevi dimostrare qualcosa, con quello?» sussurra indicando il mio vestito.
E cosa diavolo avrei potuto voler dimostrare? «Nessuno mi ha mandato le istruzioni.»
Arcua per un istante le sopracciglia: probabilmente non mi crede. Per lei sarò sempre la stessa ragazza che ha conosciuto mille anni fa, cambiata al massimo di una virgola: sconsiderata, incosciente, un rischio per me stessa e per gli altri, una mina vagante. Forse ha ragione, forse sono io quella che si sta illudendo. Forse basterebbe appena un passo per ricadere nelle vecchie abitudini. Un passo che oggi mi sembra pericolosamente allettante.
Concentrati, mi dico. Non è questo il momento di crollare. Devo sostenere Bron. Ora sta piangendo, il più silenziosamente possibile, stringendo con forza una delle mie mani tra le sue. C’è appena un alito di vento su questa spiaggia e siamo completamente esposti al sole tropicale. C’è qualcosa di straordinariamente sbagliato in questo clima, in un’occasione come questa. Dovrebbe far freddo, un freddo che ti entra nelle ossa, ma invece sento l’umidità nel punto in cui il braccio di Bron e il mio si sfiorano, ed è probabile che chi è seduto dietro di me riesca a vedere la patina di sudore sulla mia schiena nuda. E dovrei anche andare in bagno. È così strano: Lissa è morta, ma i nostri corpi sembrano ignorarlo, e continuano ad andare avanti, immersi nelle loro meschine preoccupazioni.
Faceva freddo al funerale di Maddy. E a quello di Graeme.
Concentrati.
Mi costringo ad ascoltare il prete, ma all’improvviso non riesco a capire cosa sta dicendo perché lo sguardo mi è caduto su un’enorme foto di Lissa esposta su un cavalletto, come fosse un dipinto. Non l’ho mai vista prima, sembra uno scatto professionale: è in bianco e nero e la luce è posizionata ad arte per far risaltare i suoi occhi mentre il resto dei lineamenti sembra sfumato. Un ritratto incompleto.
Lissa è morta. È morta, morta, morta. Come può essere morta? È stato questo il ritornello costante nella mia testa in questi ultimi tre mesi, da quando Bron mi ha chiamato per dirmelo, anche se non riusciva a trovare le parole. Duncan ha dovuto prenderle il telefono di mano.
«C’è stato un incidente» ha detto. La sua voce era roca, ma ferma. «È andata a nuotare da sola l’altra notte, a Kanu Cove e...»
«Aspetta... È andata? Chi? Chi è andata?»
«Lissa.»
«Lissa? Ma...»
«È scomparsa, Georgie. Lissa è scomparsa. Non è mai tornata. La stanno ancora cercando, ma a questo punto non c’è molta speranza. E a Kanu... tu non hai visto com’era il mare lì, ma... Cristo santo, non so cosa le sia passato per la testa. La polizia la dichiarerà dispersa, presumono che sia...»
«No.» Non potevo lasciarglielo dire. «Non ci credo.» Non ci credevo allora e non so come fare a crederci ora.
Duncan mi dà una gomitata; dopo un istante mi rendo conto che si sono alzati tutti. Balzo in piedi e le mie zeppe affondano nella sabbia facendomi barcollare contro Bron, che è ancora attaccata a me. Penso a tutte le fotografie che ho di noi tre, sedici anni di pose davanti a una macchina fotografica. Scatti degli anni all’università: gare di nuoto, feste eleganti e premiazioni, ricordi di un’epoca precedente all’avvento dei cellulari. E poi foto di matrimoni, battesimi, dei tanti momenti passati insieme durante le nostre vacanze dedicate al nuoto. In quasi tutte sono io quella al centro. Ora un centro non c’è più.
Capisco che siamo quasi alla fine della cerimonia, anche se non riesco a dare un senso alle parole del prete, non con quella foto proprio lì accanto. Potrebbe essere un quadro da cui l’artista si è allontanato per qualche istante, magari per dare la possibilità alla modella di fumarsi una sigaretta, senza però avere il tempo di immortalare su tela quello che lei stava pensando. Mi tornano alla mente le parole di Duncan – Non so cosa le sia passato per la testa – e lo sconcerto nella sua voce. Neppure io ho idea di cosa possa esserle passato per la testa. Niente di tutto questo ha senso. Lissa non c’è più, e la sua morte non ha alcun senso.
Ora la cerimonia sembra finita; Duncan si sta voltando verso di me. Non so cosa vede sul mio volto, seminascosto com’è dagli occhiali da sole, ma lo sento esclamare in tono quasi sconsolato: «Oh, Georgie».
Scuoto bruscamente la testa, faccio un respiro profondo e attiro Bron contro di me. «E Ruby?» chiedo, per cambiare discorso.
Lui mi scruta con attenzione, come se volesse dire qualcosa, ma poi alla fine sospira e scuote la testa. «Voleva venire, ma con i gemelli...» I gemelli di Duncan non dovrebbero avere più di sette mesi. E lui sembra dimostrare tutti quei mesi nelle rughe del viso e nella leggera pancia che intravedo sotto la camicia morbida. «Forse se fosse stato un posto più facile da raggiungere...» È vero che molti più amici e familiari sarebbero riusciti a venire se la cerimonia si fosse tenuta a Londra. Guardo verso le persone che si stanno disperdendo. A naso direi che le ultime file o forse addirittura la metà delle sedie erano occupate da gente del posto, molti con indosso le divise del personale dell’albergo. «Non si può certo usare un funerale come scusa per una vacanza, non credi?»
«Commemorazione» lo correggo. Duncan mi guarda. «Non c’è il corpo. È una commemorazione.» Non c’è il corpo, ma non c’è neppure alcun dubbio. Un adolescente con una barchetta da pesca ha tirato su con la sua rete il corpo di una persona con i capelli biondi e un costume da bagno rosso poco più di un mese dopo la scomparsa di Lissa. Era così scioccato che non l’ha trascinato a bordo e il corpo è scivolato di nuovo in mare. È stato il costume a togliere ogni dubbio. Il ragazzo ha visto il logo: TYR. Un costume da nuotatore, non del tipo che una donna indosserebbe in vacanza.
TYR, la marca preferita di Lissa. Quel costume rosso alla Baywatch lo conoscevamo tutti. Mi domando dove sia ora, che aspetto abbia dopo mesi nell’acqua salata. No, non voglio pensare a che aspetto possa avere Lissa.
«Be’, tipico di Lissa esigere una commemorazione su un isoletta del sud-est asiatico» dice Bron in un coraggioso tentativo di dimostrarsi la Bron di sempre.
«Esigere?» chiedo.
«Era scritto nel suo testamento» spiega Bron. «Ce l’ha detto Jem. L’hanno fatto redigere quando hanno comprato questo posto e lei ha inserito una clausola in proposito.»
«Gesù» mormoro. «Sembra...» Preveggenza? Non è un po’ macabro, essere così previdenti, alla sua età?
Ma Bron, sempre pratica, la vede da un’ottica del tutto diversa. «Guarda che è molto ragionevole, come scelta. Tutti dovrebbero fare testamento, specialmente se possiedono delle proprietà.» Mi osserva con espressione intensa. «Tu ne hai?»
«La mia casa è in affitto» ribatto con una certa acidità.
Duncan si volta verso di me. «Venite» taglia corto, per impedire a Bron di continuare a pressarmi o più probabilmente per impedirle di interrogare lui sullo stato delle sue ultime volontà testamentarie. «Hanno organizzato una cosa, adesso. Su alla reception.»
Guardo di nuovo la foto. Un dipendente dell’albergo si sta apprestando a toglierla dal cavalletto. Non è Lissa, non la mia Lissa, almeno. Torno a voltarmi verso Duncan e Bron. Non c’è nient’altro da fare che continuare a vivere quest’orribile giornata fino alla fine. «Sì, andiamo.»
Siamo tra gli ultimi a inerpicarci su per la collina verso la reception, ripercorrendo la strada lungo la quale sono scesa precipitosamente poco prima. Il sole sta calando in fretta, senza la fanfara di colori accesi ad accompagnarlo; tra pochi minuti sarà buio. Mentre ci avviciniamo vedo che la “cosa” sembra essere di tipo mangereccio. C’è un buffet all’ombra di un tendone, con del personale dietro postazioni con differenti tipi di cibo che viene cucinato al momento. Non ho per niente fame.
«Georgie» dice una voce alle mie spalle, in un leggero accento del nord. Adam, penso. No, è impossibile. Poi però mi giro, ed eccolo lì.
«Sei venuto» dico, incapace di nascondere la sorpresa.
«Pensavi davvero che non venissi?»
Sì. Ma non lo dico. Dev’...