11 agosto 2018
Renato uscì dalla doccia a testa bassa, si asciugò e infilò un pantaloncino e una t-shirt puliti. Scese in cucina e tirò fuori una birra dal frigo. Poi sedette sulla piccola sdraio nel microscopico giardino e imprecò. Era già sudato.
Odiava il turno estivo di mattina. Si beccava le ore più calde e, una volta a casa, era così stanco che per il resto della giornata non riusciva a combinare niente.
E, come al solito, quando entrava in quel vortice di malumore, arrivarono pure le paranoie su quello che temeva di più al mondo. La paura della morte, che aveva cercato di disinnescare per tutta la vita. Ecco perché faceva quello che faceva.
Per paura della morte, della fine. La fine delle cose, del respiro. La fine di un uomo, di tutto quello che aveva costruito e distrutto negli anni che gli erano stati concessi. La insopportabile fine di tutti i sorrisi, di tutte le parole, di tutte le preghiere.
Cancellato. Come se non fosse mai esistito.
Ecco perché aveva fatto quello che aveva fatto. Non per altro. Per provare a vincere su quella paura e dare una chance alla vita. Ma sentiva che non ne poteva più, era arrivato al limite.
Bevve a canna dalla bottiglia e il liquido ambrato gli scivolò nella gola, fresco e rigenerante. Chiuse gli occhi. La morte significava niente birra. Niente di niente. Nemmeno il più misero dei piaceri. Avrebbe continuato a fare quello che faceva fino allo sfinimento, lo sapeva bene. Anche perché quello era l’unico modo che conosceva di stare al mondo.
L’aveva fatto apposta.
E alla sua età non avrebbe potuto riciclarsi in nessun modo, dignitoso o meno che fosse.
Sì: la sua vita - quello che ne restava - era una squallida strada a senso unico che finiva dritta dentro la morte.
Il suono penetrante del citofono lo distrasse dai pensieri catastrofici. Si alzò e andò ad aprire.
«Sì, salga, la stavo aspettando.»
In meno di un minuto la donna fu nel suo appartamento. Solo in quel momento si accorse che il divano era coperto di vestiti che avrebbero dovuto trovarsi in lavanderia o nell’armadio. Che il tavolinetto del salotto era pieno di cartoni della pizza e lattine di bibite.
«Perdoni il disordine,» si scusò «vivo da solo e sto poco a casa…»
«Non si preoccupi, capisco» lei gli strinse la mano «grazie per avere accettato di vedermi.»
Era giovane, non giovanissima. Molto piacente. Aveva i tratti tipici delle donne del sud: pelle olivastra, occhi molto scuri, ma caldi, non neri, capelli scuri tirati in una palla spettinata sulla cima della testa. Abbigliamento sciatto, poco femminile, ma fisico sportivo. Seno piccolo.
«Vuole una birra?»
«No, grazie. Devo fare altri giri e… ecco, andrei dritta al punto, se non le dispiace.»
«Prego.»
«Sono qui per chiederle informazioni su una donna» disse, spostando la tracolla della piccola borsa sulla spalla sinistra. La striscia lasciata dal laccio di cuoio sulla pelle sudata era rossa e circondata da bollicine d’acqua. E lui odiò, una volta di più, la sua ossessione per i dettagli. Odiò farlo anche quando non avrebbe dovuto. Così non riposava mai.
«Una donna morta. Spero che lei se la ricordi» la donna gli lanciò uno sguardo eloquente. Certo non si aspettava un sì. Lui piegò la bocca in un sorriso senza energia.
«Le ricordo tutte.»
A quella esternazione lei scostò lo sguardo, forse era in difficoltà. Renato sapeva che adesso avrebbe detto qualcosa di stupido, e lei lo fece.
«Non deve essere facile fare quello che fa lei. Mi dispiace.»
Sembrava davvero che lo capisse, ma non era possibile.
«Andiamo al punto. Una donna morta è un po’ poco» era stanco di avere sempre ragione. Viveva da solo, ma conosceva bene le persone. Forse per quello aveva scelto di isolarsi e di vivere coi fantasmi. Era una ipotesi interessante, ci avrebbe riflettuto più tardi, quando la sua ospite se ne fosse andata.
«Si tratta di una donna morta nel dicembre del 1991. Il corpo fu rinvenuto in uno dei crepacci nelle Gole dell’Alcantara.»
Lui fece mente locale. Ma non serviva sforzarsi tanto: ricordava benissimo quella donna. I dettagli di quella morte così colorata, spettacolare, un volo sulle rocce appuntite in un punto in cui l’acqua era bassa, l’atterraggio di faccia. Renato aveva il rullino stampato negli occhi. Rivide il corpo schiantato sulle pietre e semi sommerso dall’acqua gelida, la bocca aperta come in un urlo, quello che restava della testa e quello che invece era sparso tutto intorno. Era stata lì per giorni. L’acqua l’aveva lavata e gli animali selvatici si erano nutriti di lei.
Cos’era alla fine?
Era qualcosa che era stato vivo. Ecco, questo era il punto. L’intollerabile. Ma ci avrebbe pensato più tardi. «Avevo ventisei anni, ai tempi. Ero entrato da poco nella Protezione Civile: chissà che credevo di fare. Conosceva quella donna?»
«Era mia madre.»
Il modo in cui aveva risposto diceva tanto di lei e diceva tanto anche della donna morta nelle Gole dell’Alcantara che lui aveva raccolto. La voce aveva esitato nel pronunciare la parola “madre” e solo in parte per il dolore che quel termine evocava. C’era qualcos’altro. Un risentimento acuto, tagliente. Un coccio di bottiglia sulla cima del muro che si tenta di scavalcare. E questo altro dettaglio glielo avevano comunicato gli occhi. Si erano increspati come quando il vento scuote l’acqua di un lago e quella sembra che tremi.
La giovane donna era combattuta tra l’odio e l’amore. Questa volta era stato davvero semplice. Aveva tutto scritto in faccia.
«La ricordo bene» disse «ipotizzammo che fosse caduta durante un’escursione alle Gole. Aveva un abbigliamento da trekking, scarponcini, nessun documento con lei, ma da quelle parti è normale. Si lasciano le cose da qualche parte e poi si scende a camminare: solo che noi non trovammo mai le sue cose, e al bar di sopra nessuno l’aveva vista passare. Fu diramato un comunicato e vennero convocate le famiglie che avevano denunciato una scomparsa nell’ultimo periodo. Quello era l’unico modo per tentare di dare un volto e un’identità alla vittima.»
«Chi l’ha trovata?»
«A dare l’allarme fu un tedesco, solo loro possono pensare di fare gite là dentro in dicembre, a parte sua madre, naturalmente» spiegò «lui era con la moglie e due figghiuzzi biondi, un maschio e una femmina. La trovarono loro. Non deve essere stato bello.»
Lui la guardò. Dietro il muro di impassibilità spesso come carta velina c’era qualcosa che andava persino oltre l’odio e oltre l’amore. Negli occhi della sua ospite c’era l’attesa. Un’attesa colma di tormento che le mordeva le palpebre e le mangiava il colore dell’iride. Quell’attesa l’aveva divorata e continuava a scavarle tunnel nello sguardo, inarrestabile.
«Si chiamava Anna, credo di non sbagliarmi» aggiunse «venne a riconoscerla il marito. Un uomo distrutto.»
Renato si fece due conti veloci in mente. La donna che aveva di fronte doveva essere stata una bambina all’epoca dei fatti. Forse il padre non le aveva mai raccontato i dettagli. Forse era cresciuta così, tormentata come la vedeva lui adesso, immaginando la fine di sua madre. E, finalmente, spinta da chissà cosa - un nuovo amore? Un cambio di vita? - si era decisa a fare luce sulla faccenda. Magari il padre nel frattempo era mancato e si era portato i dettagli con sé.
Non sarò certo io a descriverglieli pensò, guardandola bene. Perché dietro il fisico allenato e lo sguardo torbido, dietro le forme da donna lui vedeva la bambina che era stata, carica di tutto un mondo di dolore impossibile da smaltire in una sola esistenza.
«Ricorda bene,» disse lei «il suo nome era Anna. Grazie, mi è stato di aiuto.»
E Renato seppe che stava per andare. Menomale, non gli avrebbe chiesto i dettagli. E, chissà perché, si trovò a pensare a quei due fratellini biondi, i tedeschi. Nonostante tutto lui era stato fortunato: aveva fatto il soccorritore per scelta, anche se adesso era stanco.
E non aveva mai visto cadaveri infranti sulle rocce quando era bambino.
«Ehi, dove sei? Ti ho mandato diversi messaggi in mattinata, ma…»
«Scusa Enri, sono a Messina.»
«A Messina? Ma dovevamo andare insieme! Ma perché fai così.»
«Lo so. Scusami, è stata una decisione istintiva, stamattina mi sono alzata e sono partita. Anzi ti devo ancora ringraziare per avermi fatto avere il numero di telefono di uno dei soccorritori che recuperarono il corpo di mia madre. Già è stato difficile farmi dare da zia Catena la lettera che mio padre le aveva scritto per avvisarla della morte… zia non me la voleva fare leggere, ieri ho dovuto alzare la voce.»
«E c’era scritto sopra qualcosa che non sapevi?»
A quella domanda Stella non rispose subito. Guardò il mare, i traghetti, le vele e tutto il resto. E la Calabria, luminosa al di là dello stretto.
«Sì» disse poi «aveva omesso alcune cose, ero troppo piccola.»
«Ah. E si possono dire a un amico speciale?»
«Ah siamo amici adesso?»
«Finiscila dai, dimmi.»
«Mio padre pensava che si fosse uccisa.»
«Ah.»
«Si deve essere sfracellata contro le rocce e poi gli animali se la sono mangiata.»
«Ah…»
«E nella lettera mio padre non mi nomina mai. Nemmeno: saluta mia figlia. Nemmeno: come sta Stella? Niente.» Soltanto a raccontarlo la faceva stare male.
«…»
«Le hai volute sapere tu, eh. Adesso non ti lamentare.»
«No è che…» lui ci pensò un attimo «è che mi chiedo come fai.»
«Questa cosa me l’hai già detta. Dimmene un’altra.»
«Okay. Allora ti dico che per quanto terribile, voglio che tu mi dica sempre tutto. Voglio esserci per te, condividere tutto, anche le cose bestiali che ti succedono. Se anche tu lo vuoi, naturalmente.»
Stella sorrise. Erano anni che, inconsciamente, aspettava di ascoltare quella frase. Ma sapeva bene che quella...