Il silenzio
eBook - ePub

Il silenzio

Italia 1992-2022

  1. 128 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Il silenzio

Italia 1992-2022

Informazioni su questo libro

«Il 23 maggio 1992 avevo dieci anni. Ero un bambino ma portavo un carico di dolore sulle spalle e nel cuore che quelle macerie di asfalto e lamiere di Capaci rendevano se possibile ancora più insopportabile. Quella bomba fu l'inizio della fine, capimmo che se neanche il celebre pool antimafia di Palermo poteva niente contro la mafia, come avremmo potuto noi soli e abbandonati dalle istituzioni, in una Calabria ridotta in schiavitù, combattere contro le feroci cosche della 'ndrangheta che avevano ucciso mio padre?»

Le stragi del 1992 hanno lasciato un segno indelebile nella memoria di tutti gli italiani.Trent'anni fa Giovanni Tizian era un ragazzo di dieci anni, già orfano del padre ucciso dalla 'ndrangheta. In questo memoir appassionato ripercorre il ricordo drammatico della scia di sangue che ha unito in un filo comune la sua famiglia a quelle delle tante altre vittime e traccia un amaro bilancio: sono trascorsi trent'anni ma quel 1992 che doveva trasformare l'Italia ha lasciato ogni cosa immutata. Quel dolore collettivo non ci ha cambiati, ha solo prodotto una breve indignazione. Per il resto tutto è rimasto come prima: la cultura mafiosa, la prepotenza, l'umiliazione degli ultimi, dei più deboli, di chi è sotto ricatto. I tratti tipici della mafiosità li ritroviamo purtroppo ancora in ampi strati della società.In queste pagine, trent'anni della nostra storia letti prima con gli occhi di un bambino già ferito nel suo diritto all'ingenuità per la violenza che gli si dispiega intorno; poi con gli occhi del ragazzo che cerca con la sua famiglia un nuovo inizio nella 'normale' Emilia; infine con gli occhi del giornalista che da anni si occupa delle trame torbide del potere. Perché anche quando sembra impossibile ottenere giustizia e verità, può e deve rimanere il desiderio di lottare.

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Informazioni

eBook ISBN
9788858149546
Argomento
Economia

1.
Paura

Il carnevale del 1991 portava con sé l’odore della polvere da sparo, il rumore del ferro delle armi, il colore del sangue. Nel paese della Calabria dove sono nato la festa pagana si trasformava in una sfilata di eccessi arroganti. Persino il lancio della farina o delle uova si caricava di astio bellico. Per questo da bambino non ho mai vissuto il carnevale con l’attesa trepidante di chi non vede l’ora di mascherarsi per girare in sciame per le strade del paese rincorrendosi con i pugni carichi di coriandoli. Carnevale l’ho sempre vissuto con ansia più che con gioia. Poteva accadere qualunque cosa. Eri considerato fortunato se tornavi a casa solo con un po’ di schiuma da barba sui vestiti. I più sfortunati, invece, erano costretti a ripulirsi dall’impasto di farina e uova appiccicato sui mantelli di qualche Zorro troppo timido per contrastare la potenza di fuoco dei bulletti scatenati. Ricordo peraltro che girava una leggenda su arance imbottite con lamette da barba. Un marchingegno diabolico e potenzialmente mortale. Non ho avuto mai prova dell’esistenza e dell’utilizzo di questi agrumi pericolosi, di certo la voce ci spaventava moltissimo e preoccupava i genitori, che sugli orari di rientro a casa erano sempre molto rigidi. In ogni caso carnevale era una festa molto sentita. Lo era per i ragazzini così come per gli adulti, che iniziavano a preparare dolci tipici delle festività con largo anticipo. A casa mia erano d’obbligo i cenci e le castagnole fritte, e le zeppole ripiene di acciughe.
Tuttavia di quel carnevale del ’91 più del profumo dei dolci ricordo l’angoscia che ghiacciava gli occhi di mia madre, di mia nonna Amelia, dei miei zii. Era trascorso un anno e mezzo dall’omicidio di mio padre. Ucciso sulla statale 106, l’unica via di collegamento dal lato jonico della Calabria, che da Reggio Calabria porta fino a Taranto, in Puglia. L’unica strada all’epoca così come lo è oggi. Mi scappa un sorriso amaro quando al tg sento chiamare quella lingua di asfalto che lambisce le coste bagnate dal mar Jonio “la strada della morte” per via dei numerosi incidenti stradali. Più che sorridere, seppure amaramente, rivolto tra le mani il primo oggetto che mi capita davanti: lì sono morte troppe persone innocenti, sono morte perché vittime di agguati organizzati dalla ’ndrangheta, la mafia calabrese di cui si parla a intermittenza a seconda dei capricci del momento. La ’ndrangheta resta ancora adesso l’organizzazione mafiosa più potente in Europa, nel mondo gioca alla pari con i cartelli dei narcos colombiani e messicani.
Bovalino è l’epicentro di questo terremoto criminale che dura da secoli, con scosse costanti che servono a mantenere la gente in uno stato di terrore anche senza dimostrazioni di violenza evidenti. A volte queste scosse si fanno più violente, si fanno sentire anche al di fuori dei confini regionali. Tra il finire degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, in particolare, l’uso della forza da parte dei clan aveva raggiunto livelli mai visti prima. C’era la guerra per le strade, centinaia di morti ammazzati, i sequestri di persona, commercianti ridotti uno straccio, imprenditori umiliati dalle richieste arroganti delle cosche. Eppure per il resto d’Italia non esistevamo: la provincia di Reggio Calabria, in particolare l’area della Locride, per chi governava era un luogo distante, non pervenuto. Immaginario. Come Macondo, il villaggio di Cent’anni di solitudine. Come se appartenessimo a un altro stato.
Un anno prima del carnevale 1991 era finita la prigionia di Cesare Casella, il sequestro che fece più clamore: oltre 700 giorni trascorsi in un buco dell’Aspromonte, la montagna dei misteri di una bellezza disarmante. Il sequestro Casella è stato tra i più lunghi, secondo solo a quello di Carlo Celadon, anche lui portato in questo angolo di Calabria e tenuto in ostaggio per oltre 800 giorni. Lo dobbiamo in fondo a Casella e alla battaglia coraggiosa di sua mamma se il mio paese è stato occupato dall’esercito, dai reparti speciali della polizia e dei carabinieri. Da un lato era una presenza che ci tranquillizzava, dall’altro avvertivamo la sensazione di essere noi stessi ostaggio: di una mafia feroce, di uno stato incapace di trovare soluzioni che andassero oltre l’emergenziale soluzione militare.
L’attenzione del governo dell’epoca si limitava all’annuncio di grandi operazioni. L’esecutivo di Giulio Andreotti, sostenuto anche dal Partito socialista italiano, dai repubblicani, dai socialdemocratici e dai liberali, non si è distinto per originalità nella lotta alla mafia in Calabria. Del resto, che fosse miope sulla questione l’allora presidente del Consiglio Andreotti lo aveva dimostrato qualche anno prima in occasione della posa della prima pietra del V centro siderurgico di Gioia Tauro. Una sceneggiata: l’opera in realtà non ha mai visto la luce. Nonostante il megaprogetto e lavori avviati con milioni di lire pubbliche (che ingrassarono le casse delle cosche della piana di Gioia Tauro, sempre in provincia di Reggio Calabria, lato costa tirrenica). Quando Andreotti arrivò a Gioia Tauro per recitare quella messa in scena fu portato nell’hotel di proprietà del clan Piromalli, ancora oggi all’apice della ’ndrangheta. A offrire il caffè fu il padrino della famiglia in persona.
Non è vero che in Calabria nessuno sapeva niente. Non è vero che chi sequestrava industriali, farmacisti, gioiellieri, imprenditori, erano anonimi criminali della famigerata Anonima sequestri. Fake news, si direbbe oggi. Notizia falsa, preferibilmente nella nostra lingua che non lascia spazio a incomprensioni con chi l’inglese non lo legge né lo parla. Falso perché era noto a tutti il gruppo allargato di famiglie di ’ndrangheta che stava terrorizzando l’intero Paese. Noti i cognomi, i nomi, le date di nascita dei capibastone. Ma quale Anonima sequestri?, si chiedevano i grandi davanti al camino in muratura e legno di noce del salone della casa dove sono cresciuto. Ascoltavo i loro discorsi rassegnato, non avevo strumenti per intromettermi nelle discussioni che duravano ore, seduti attorno al tavolino in legno con la scacchiera disegnata sul dorso. Il tavolo per scacchisti lo aveva costruito mio nonno, Francesco all’anagrafe, Ciccio per tutti. Fino al 1988 quella scacchiera è stata la piazza delle sfide tra lui e mio padre Peppe. In silenzio giocavano da prima di cena, interrompevano per venire a tavola e proseguivano poi fino a notte. Guai a disturbare la quiete di cui si nutrivano. Era il loro spazio in cui potevano liberarsi di ogni responsabilità e ogni angoscia accumulata nella giornata.
Ciccio, figlio di falegname dal quale aveva ereditato la passione per la lavorazione del legno, aveva avviato a inizio anni Ottanta una fabbrica di cucine componibili moderna e avanzata per i tempi. Produceva anche qualche arredo su misura, oltre ad essere rivenditore di marchi celebri per salotti, camere da letto e accessori vari. Il suo successo più grande, diceva con orgoglio, era stato aver dato lavoro a una ventina di operai nella zona ancora oggi più depressa d’Italia, con la disoccupazione record e il più alto tasso di povertà. Venti famiglie che campavano grazie agli stipendi della Fonti Cucine, questo il nome dell’azienda. Venti famiglie che non erano più ricattabili dal potente di turno perché avevano di che mangiare.
Come da copione, però, i problemi per la fabbrica non tardarono ad arrivare: richieste di pizzo, camion fatti saltare in aria da cariche di dinamite, colpi d’arma da fuoco sulle saracinesche, tentativi d’incendio: segnali di fumo inviati dai boss che non tolleravano chi aveva deciso di vivere da uomo libero. L’ultimo, prima che un tumore a Ciccio divorasse il fegato, ha distrutto tutto. I capannoni, le macchine di produzione, le materie prime, la merce già pronta da consegnare. 21 luglio 1988. Le vedo ancora oggi le fiamme che sembravano sfiorare il cielo stellato di quella notte. Svegliati dai pompieri, o forse dalle forze dell’ordine, seguii mia madre, mia nonna, i miei zii sulla scena del delitto, più simile a un luogo cancellato da un bombardamento. Rivedo ogni singolo istante, senza necessità di sforzare la memoria. È una pellicola ancora intatta custodita dalla mia mente. Arrivati lì, trovai riparo a distanza di sicurezza su un muretto: i miei occhi fissavano la sequenza di immagini che sembravano il trailer di un film distopico, diremmo oggi. Io ero lo spettatore accomodato nell’arena di un cinema all’aperto ma senza la fragranza dei pop corn caldi, piuttosto un odore di plastica, ferro, legno bruciato, che avvelenava le narici e l’anima. Sentivo piangere i grandi, sentivo la disperazione di mia madre, finalmente arrivò mio padre e si abbracciarono come se fosse l’ultima volta.
Direi una sciocchezza se provassi a fornire con certezza al lettore un perimetro temporale dei fatti di quella notte. Ancora alla mia età, dopo più di trent’anni da quel maledetto incendio, credo che la scena di me spettatore dell’anticamera dell’inferno sia dilatata oltre il tempo effettivamente trascorso sul muretto davanti al mobilificio in fiamme.
L’incendio fu solo l’antipasto di un banchetto cannibalesco organizzato dalla ’ndrangheta con i corpi della nostra famiglia. La portata principale nel loro menu era la vita di mio padre. Il 23 ottobre 1989 Giuseppe Tizian muore colpito a morte da decine di proiettili sparati da un fucile a canne mozze con la matricola abrasa. In pratica lupara, marchio di fabbrica della ’ndrangheta anni Ottanta nella Locride.
Peppe Tizian alle sette di sera circa termina il turno di lavoro nella filiale del Monte dei Paschi di Siena a Locri. Parte con la Panda rossa, direzione casa. Sul sedile del passeggero ha due libri per me. Fa giusto in tempo a uscire da Locri, quando davanti al museo sulla statale 106 una motocicletta affianca l’auto e la trivella di colpi. Il capo di mio padre riverso sul volante devia la corsa verso la carreggiata nord che porta a Taranto. La moto sparisce nel buio di quell’autunno sporcato dal sangue e dall’aria irrespirabile per via del piombo dei proiettili, che nel 1989 nell’arco di pochi mesi hanno ucciso persone perbene ancora oggi nel purgatorio dei senza giustizia. Mio padre è tra questi. Indagini frettolose, testimoni sospetti mai sentiti, archiviazione del caso con una rapidità umiliante. Fu all’epoca che capii il significato della parola ingiustizia: vivere sulla propria pelle l’indifferenza dello stato. Quanto valeva la vita di mio padre per le istituzioni che si vantavano negli stessi anni di aver accerchiato il potere criminale in Calabria? Quanto vale la vita di una persona che fa un lavoro normale, non è celebre, non ricopre ruoli pubblici? Per la mia personale esperienza posso dare una risposta molto netta: niente. Vale nove mesi di indagine, un fascicolo striminzito e trent’anni di silenzi. Tanto è valsa la vita di Peppe Tizian per quello stato che mostrava i muscoli contro i soldati delle cosche mentre dialogava con i loro capi per liberare gli ostaggi e mostrare al Paese quanto fossero capaci gli uomini al governo nel salvare le vite dei rapiti portati in Aspromonte.
Era una guerra, lo so bene. E in un conflitto di quella portata le vittorie lasciano ai margini sempre qualcuno di coloro che giocano dalla stessa parte della barricata. In una guerra che si combatteva anche sul piano mediatico, il governo per mostrarsi credibile aveva fatto delle scelte: militarizzare il territorio con l’obiettivo di frenare l’Anonima sequestri. Pubblicizzare i risultati ottenuti su questo fronte garantiva la massima visibilità, il massimo consenso. Da questa strategia restavano fuori tutte le altre vittime, massacrate negli agguati, colpite da proiettili vaganti, ammazzate perché sapevano troppo, per aver denunciato o per aver osato frequentare la donna, la fidanzata, la figlia di famiglie di ’ndrangheta. Dare più risorse alle procure e ai comandi territoriali delle forze dell’ordine per risolvere questi casi non serviva ad alimentare la propaganda diffusa a reti unificate sui grandi trionfi della lotta all’Anonima sequestri.
La verità è che dal 1988 in Calabria soffrivamo isolati in un recinto senza uscita che affogava le nostre richieste di aiuto, lasciandoci senza più voce. Accadevano atrocità, moltissime cose orribili, siamo stati testimoni di crimini che in una guerra dichiarata ricadrebbero nella categoria “contro l’umanità”, ma che per convenienza andavano tenuti nascosti, in un Paese dell’Europa che non voleva sfigurare di fronte alle potenze alleate. Con la lucidità data dal tempo trascorso, possiamo però smetterla di rifugiarci nell’ipocrita narrazione e usare i termini corretti. In Calabria si è combattuta una guerra, che ha fatto centinaia di morti, decine di persone scomparse, bambini rimasti orfani, ragazzini traumatizzati dal deflagrare di bombe intimidatorie, adolescenti rovinati dall’indottrinamento mafioso. C’è, per tutto questo, un termine più appropriato di guerra? Lo chiedo a chi rappresenta le istituzioni oggi, che sicuramente il 23 maggio e il 19 luglio del 2022 saranno sui luoghi delle stragi di mafia per il trentennale degli attentati in cui sono morti i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. E tuttavia non basta dare il nome corretto ai fatti accaduti in quegli anni per riportare sui binari della verità storica gli eventi trascorsi, la cui sottovalutazione ha prodotto impunità per interi clan della ’ndrangheta non direttamente coinvolti con i sequestri o che grazie al loro intervento richiesto dai servizi segreti italiani hanno aiutato a liberare gli ostaggi dell’Anonima sequestri.
Due fatti confermano questa mia affermazione. Il primo ci riporta al carnevale 1991, al profumo della vaniglia mescolata allo zucchero dei dolci tipici che in quel periodo si preparavano nelle case del mio paese. Le deputate all’impasto nella cucina di casa erano zia Finetta, nonna Amelia e Antonia, molto di più che una governante: all’occorrenza consigliera, cuoca, infermiera, baby sitter. Loro tre nella tavolozza di legno che occupava tutto il tavolo amalgamavano il lievito, la farina, lo zucchero con le uova. Chiacchieravano senza sosta mentre come alchimiste formavano le soffici ciambelle da friggere che segnavano la fine della festa delle maschere per annunciare la Pasqua. Quelle stesse uova usate per realizzare dolci deliziosi, ingredienti semplici e innocui, saranno la scintilla di una guerra di mafia durata decenni. Sembra assurdo, lo so, e probabilmente se ve lo raccontassi dal vivo reagireste dandomi un colpetto di compatimento sulla spalla e cambiereste strada. Eppure fu un banale lancio di uova a incarnare il mito della vendetta e dell’onore, il velo dietro il quale nascondere contrasti dovuti a mire espansionistiche e di territorio. La landa contesa era il mio paese e allo stesso tempo un lembo di terra separato dal fiume Reno in Germania. Sud e Nord dell’Europa ostaggio della ’ndrangheta.
Il 10 febbraio ’91, durante quel carnevale, che per la mia famiglia aveva il retrogusto della pena e dell’inquietudine, un gruppo di ragazzi della ’ndrina (così si definiscono i clan della ’ndrangheta) Nirta-Strangio organizza un lancio di uova davanti a un circolo ricreativo di San Luca, luogo sacro dell’organizzazione mafiosa calabrese. Il circolo però era di proprietà di un’altra ’ndrina, Pelle-Vottari. Le uova colpiscono alcuni ragazzi di quest’ultima famiglia molto potente nel regno della ’ndrangheta. Occorre precisare che in quegli anni molte famiglie riciclavano il denaro ottenuto dai riscatti dei sequestri di persona nel traffico di droga – o meglio, più che riciclarlo lo hanno usato come capitale iniziale per investire in acquisto di enormi partite di droga, prima di eroina e poi di cocaina. In quegli anni San Luca, a pochi chilometri dal paese in cui vivevo, diventa snodo centrale nel narcotraffico mondiale. Nello stesso periodo le famiglie più importanti avevano iniziato a investire anche in Germania, tra Duisburg e Krefeld, città della regione della Renania settentrionale-Vestfalia separate dal fiume Reno.
Il lancio delle uova e la risposta armata pochi giorni dopo, con due morti, furono il pretesto per celare le reali cause del conflitto: gli affari e l’espansione territoriale, anche verso il mio paese, che con il suo mare e le spiagge era una buona piazza di reinvestimento di denaro sporco da tramutare in locali, bar, ristoranti, hotel. Il problema è che la violenza, i sequestri, le guerre avevano nel frattempo imprigionato il paese dove sono nato in una bolla di paura, arrestandone il progresso economico. Perciò investire lì era come investire nel deserto, e capito ciò le ’ndrine hanno preferito ripulire i soldi in Germania. Lontano dalla ferocia e dalle macerie di cui erano artefici loro stesse in Calabria.
I morti per strada, l’esercito di stanza nell’unico albergo al centro del paese un tempo frequentato da villeggianti, la preoccupazione dei genitori per i figli in giro per le vie. La tensione in quel 1991 avvolgeva le nostre vite, era l’involucro dentro il quale trascorrevamo le giornate. A casa mia i grandi fingevano che in fondo fosse tutto come prima. Lo facevano per non lasciarmi affogare nel dolore tutte le volte che chiamavo papà e ottenevo solo silenzi dalla sua assenza. Ci provavano, a volte io facevo in modo di crederci, serviva a me e serviva a loro. L’i...

Indice dei contenuti

  1. Prologo
  2. 1. Paura
  3. 2. Rimozione
  4. 3. Consapevolezza
  5. 4. Resistenza