1.
La triade sociale
1. Un quadro inedito
La società italiana, come del resto quella europea e occidentale, è cambiata profondamente negli ultimi decenni senza che l’immagine che abbiamo di essa sia stata aggiornata in modo significativo. Eppure, la distanza tra la situazione di oggi e quella degli anni ’80 è impressionante. I lavori di Paolo Sylos Labini (1976, 1985) ne sono il migliore documento. Il grande economista, che nel 2003 previde la crisi finanziaria del 2007-2008 e per primo mostrò la gravità della crescita del debito, compì negli anni ’70 e ’80 la migliore analisi delle classi sociali in Italia. La borghesia imprenditoriale appariva in lieve crescita, passando dal 2% del 1951 al 3% del 1983. Esplosiva risultava essere la crescita delle classi medie urbane che, nel trentennio postbellico, passavano dal 29% al 48%. La classe operaia era stabile, passando nello stesso periodo dal 41% al 43%, mentre i coltivatori diretti crollavano dal 28% al 6%.
Secondo Sylos Labini questa forma della società industriale rifletteva cinque robuste tendenze:
– la riduzione del divario tra stipendi e salari (egualitarismo);
– l’erosione dei profitti delle grandi imprese (perdita di competitività);
– la flessione dell’orario di lavoro (aumento della produttività);
– la partecipazione dei lavoratori alla gestione delle imprese;
– la crescita dell’intervento pubblico nell’economia.
La sua previsione era che la società evolvesse verso una grande classe media articolata in tre strati di piccola borghesia, composita ma robusta, con gruppi emergenti: intellettuali e scienziati, tecnici e specialisti e quegli “intellettuali di tipo nuovo” di cui parla Antonio Gramsci (1966) con cui la classe operaia avrebbe dovuto tendere ad allearsi.
Se misuriamo queste tendenze con l’oggi, scopriamo che si sono completamente invertite. Le grandi imprese hanno aumentato i profitti oligopolistici, a partire da quelle del web. La divaricazione tra quota dei profitti e quota del lavoro a favore dei primi è diventata esplosiva. I dati su reddito e ricchezza mostrano l’accrescersi della dicotomia tra strato ricco (1%) e strati poveri. L’orario di lavoro è aumentato in ragione della crescita di forme di lavoro autonomo e flessibile che prolungano il tempo di lavoro sul tempo di vita. Le forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione dell’impresa si sono interrotte. L’intervento pubblico nell’economia è regredito lasciando il campo a estese privatizzazioni, almeno a partire dagli anni ’90. La dicotomia garantiti/non garantiti è diventata insufficiente a censire le posizioni deboli presenti in tutti gli strati sociali intermedi e inferiori. Il quadro generale riflette uno scivolamento verso il basso – riduzione media di reddito e ricchezza delle famiglie, nuovi poveri specie di età giovane, aumento record di giovani che non lavorano né studiano, i Neet –, mentre la ricchezza si concentra verso l’alto della scala sociale.
Nonostante questo quadro mutato, usiamo tuttora categorie come imprenditori e dirigenti per qualificare l’élite economica, parliamo di classe politica per lo strato di governo, e poi di ceti medi, di classe operaia, pur verificando che tali classi e ceti si sono sfaldati in modo irreversibile. La loro rappresentazione sfocata va di pari passo con la loro mancanza di rappresentanza.
Dunque, se vogliamo mettere a fuoco il volto della società attuale è necessario aggiornare il lessico. Ci ha provato di recente Luca Ricolfi (2019) introducendo la categoria “società signorile di massa”. Una categoria che coglie alcuni tratti di un fenomeno interessante. Individua correttamente una crescita della rendita parassitaria e del consumo vistoso. Tuttavia, non convince appieno poiché attribuisce il signoraggio a una categoria sociale spuria: una generazione che vive consumando la ricchezza di quella precedente. Di certo, però, contribuisce a spiegare sia l’ascesa sia la caduta della classe media. Ascesa, quando essa insegue la propria promozione sociale mediante il lavoro e l’impresa, cui si aggiungono le rendite rese possibili dal risparmio e dagli investimenti in titoli pubblici, che fino all’introduzione dell’euro sono stati la via dell’alimentazione della classe media. Caduta, quando essa resta vittima della finanziarizzazione e subisce in prima persona gli effetti della crisi del debito. Sappiamo quanto le crisi bancarie hanno impoverito ceti medi e perfino operai e sono di palmare evidenza gli effetti della crisi del debito che ha prodotto la riduzione dei servizi pubblici – istruzione dei figli, sanità e assistenza degli anziani – cui si cerca di far fronte con un keynesismo privato, economicamente rovinoso.
In realtà non è corretto considerare la classe media il baricentro della società, cosa che abbiamo continuato a fare tanto durante la sua lunga ascesa quanto nel suo attuale declassamento. Il quadro sociale è assai più complesso e composito, come vedremo nel dettaglio nelle pagine che seguiranno.
Quello che possiamo affermare fin da subito è che difettiamo di un’analisi a tutto tondo dei nuovi strati che consideri insieme gli aspetti acquisitivi e remunerativi di successo o di declino e il sistema di credenze e valori che sempre accompagnano il loro emergere o precipitare. Vale, intanto, per la crisi dell’élite. Abbisogna di una comprensione l’avvenuta caduta dello spirito del capitalismo, della weberiana razionalizzazione e sistemazione delle condotte di vita dei suoi protagonisti imprenditoriali, delle loro qualità carismatiche. Basta tornare al decennio appena trascorso e valutare la crisi dell’élite economica e politica espressa dalle crisi finanziarie e bancarie dopo il 2008. In questo contesto, l’élite – imprenditoriale e rentier – si è separata dalla classe media, impoverita e impaurita, tornando a una condizione ottocentesca con due zone sociali contrapposte: la città dei nobili e del potere da una parte e quella del commercio e del guadagno a rischio dall’altra. L’élite ha, infatti, mantenuto il suo stile di vita, il suo privilegio immune alle crisi ricorrenti, né ha ricostruito quel tessuto dell’etica professionale, delle ‘buone opere’ che contribuiscono al benessere sociale e della fiducia razionalmente controllata.
Ma questo discorso non vale solo per l’élite, vale anche per gli altri strati. La crisi della classe media che produce e risparmia è, come vedremo, il frutto anche della caduta dello spirito di comunità della borghesia cittadina proprio di una fase di urbanizzazione anomica, estensiva e caotica. Allo stesso modo, l’espansione recente dello strato che denomineremo ‘neoplebe’ è il frutto anche della delusione degli strati declassati nei confronti di una escatologia e di una fede collettiva in un riscatto sociale cui aspirare. Sono nuove forme della distinzione sociale, quell’habitus che riveste gli appartenenti ai diversi strati e li differenzia l’uno dall’altro e che, per essere comprese, richiedono di un lavoro di scavo à la Pierre Bourdieu (ma prima ancora à la Balzac!).
Ancora non disponiamo di buone analisi sul rapporto conflittuale tra i valori e le visioni del mondo dei diversi strati o sul riflesso di quanto accade nel mondo sulla coscienza degli attori sociali. Eppure, l’analisi conflittuale era alla base della sociologia weberiana e simmeliana, per non dire di quella marxiana, tutte in ‘divergente accordo’. Il linguaggio degli interessi di ciascun gruppo o strato era ancorato alla rispettiva Weltanschauung, al proprio punto di vista sul mondo. L’egemonia neoliberale ha rimosso le tracce di tutto questo perché crede che tutti assumano il medesimo punto di vista concorrenziale e agonista: il linguaggio della solidarietà e della coesione, il conflitto produttivo tra agire economico e agire politico, la natura istituente delle diverse azioni sociali sono tutte questioni stralciate e negate dal pensiero unico dominante. Inutile dire che andrebbe invece ricostruito un pluralismo conflittuale in seno alla società. Un pluralismo conflittuale che tenga conto degli interessi di preda di certi gruppi, della rivendicazione di riforme sociali, dell’interesse comune, così come è sempre stato fatto dai classici per le società a noi precedenti.
2. Élite, classe creativa e neoplebe
Quale composizione sociale mostra, dunque, la società italiana attuale secondo la nostra analisi? Anzitutto diciamo quale fonte abbiamo utilizzato per arrivare a tale nuova configurazione sociale.
La nostra analisi si basa sulla rilevazione dell’archivio micro.STAT operata sulle forze lavoro e prende in considerazione il periodo 2008-2020 (dati trasversali trimestrali-microdati ad uso pubblico storici secondo la definizione dell’Istat).
Si tratta di un’indagine campionaria con un grado elevato di numerosità. Al primo trimestre 2020, infatti, raccoglie più di 93.000 interviste, di cui più di 23.000 ad occupati. Partendo dal primo trimestre del 2008, la nostra analisi fa riferimento a una situazione pre-crisi finanziaria e arrivando fino al primo trimestre 2020 comprende la situazione pre-crisi pandemica.
La variabile principale utilizzata è la professione, disaggregata a livello di tre digit, ovvero il massimo livello di disaggregazione possibile e affidabile. Il criterio è il livello di competenza, definito a partire dalla natura del lavoro (manuale, intellettuale ecc.) e dal grado di conoscenza necessario per il suo svolgimento, acquisita per via formale o tramite esperienza.
I livelli di competenza sono quattro, gerarchicamente ordinati. Il primo è quello dei lavori di routine di natura manuale, svolti con mezzi di produzione elementari, spesso legati alla fatica fisica. L’ultimo è quello delle professioni che sono chiamate alla soluzione di problemi o a processi decisionali complessi tali da richiedere un esteso corpus di conoscenze teoriche e pratiche. Le conoscenze e le competenze richieste sono di solito ottenute con un percorso di istruzione pari o superiore alla laurea di secondo livello.
Tali criteri permettono di distinguere la diversa intensità di conoscenza incorporata in ciascuna professione, nonché i livelli di comando e controllo che, in via generale, ciascuna professione esercita sulle altre. Per questa via è possibile leggere le professioni come una forma della relazione non solo economica, ma anche sociale. Queste relazioni sono specchio degli intrecci tra professioni e istituzioni, funzionale in particolare per quelle legate alla formazione o all’ingresso formale in domini specifici (ordini professionali, impiego pubblico). Le professioni sono ordinate secondo livelli crescenti di disaggregazione. Il livello che usiamo nella nostra analisi utilizza 129 classi professionali che aggreghiamo in tre strati principali: élite, classe creativa, neoplebe.
Il primo strato è quello delle élites del potere politico, economico-finanziario e burocratico. Rientrano in questo strato le classi occupazionali legate ai più elevati livelli decisionali (guida, comando, controllo) nelle sfere del governo, dell’amministrazione pubblica e dei servizi di welfare, della magistratura, delle organizzazioni di interessi (partiti, sindacati ecc.), degli imprenditori e amministratori di grandi aziende, dei direttori e dirigenti generali e dipartimentali di aziende. Lo strato delle élites è completato da un sub-strato di occupazioni di controllo e comando locale dei processi di management e direzione, che definiamo ‘strato di servizio’ alle élites. Si tratta dell’insieme delle classi occupazionali che esercitano la razionalità tecnica, con un livello significativo di competenze e supervisione/controllo del lavoro esecutivo nelle diverse sfere economiche e scientifiche: sono, appunto, i tecnici (della gestione dei processi produttivi di beni e servizi, delle attività finanziarie e assicurative, dei rapporti coi mercati, della distribuzione commerciale ecc.). Un segmento spurio, ma di prevalente razionalità tecnica, non creativa, funzionale al controllo e comando delle élites. Questa nostra idea di uno strato del potere e di un sub-strato funzionale ad esso riprende e modifica l’impostazione classica di Gaetano Mosca (1994), che definisce la classe politica dirigente della società e sotto di essa uno strato di servizio funzionale.
Il secondo strato, la classe creativa (usiamo qui il termine classe in senso più ampio introducendo principi diversi dalla posizione economica, e soprattutto quello di ‘capitale culturale’), comprende le classi occupazionali tipiche dell’economia della conoscenza, la knowledge economy orientata alla progettazione, invenzione o ampliamento delle conoscenze negli ambiti della produzione scientifica, tecnica e culturale che richiedono elevati livelli di competenze. Questo strato include specialisti delle scienze ‘dure’, economisti e specialisti di management e finanza, scienziati sociali e delle discipline storico-umanistiche, medici, architetti e ingegneri, le occupazioni a maggior qualificazione nella sfera artistica, culturale e del leisure, e il nuovo segmento dei professionisti indipendenti, gli independent professionals e i freelancers ad alto contenuto di conoscenza. A questo strato si è scelto di aggiungere gli imprenditori di aziende di piccola dimensione nei settori economici knowledge intensive e ad alto valore aggiunto (chimica, farmaceutica, fabbricazione di computer, biomedicale e altri prodotti elettronici, autoveicoli, meccanica di precisione, attività editoriali e di informazione, telecomunicazioni, ricerca e sviluppo, marketing). Questo segmento sta pienamente dentro la knowledge economy, e per questa via esercita impatti rilevanti sul sistema socio-economico nel suo insieme e risulta in genere associato a stili di management e produzione (forse anche a stili di vita) molto vicini a quelli delle attività creat...