I torinesi da Cavour a oggi
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I torinesi da Cavour a oggi

  1. 260 pagine
  2. Italian
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I torinesi da Cavour a oggi

Informazioni su questo libro

I re e i generali, gli industriali e i comunisti, i santi e gli scrittori, gli artisti e gli operai: tanti personaggi per raccontare una città che ha fatto la storia del nostro paese.

Con la maestria di un grande giornalista, Aldo Cazzullo delinea il profilo dei torinesi – di nascita e di adozione – che hanno contribuito in maniera significativa all'identità italiana: da Gianni Agnelli a Cesare Pavese, da don Bosco a Italo Calvino, da Camillo Benso di Cavour a Carol Rama, da Luigi Einaudi a Norberto Bobbio, da Piero Gobetti a Giovanni Giolitti, da Palmiro Togliatti a Rita Levi Montalcini. Ne esce il racconto di una città straordinaria, un laboratorio dell'innovazione scientifica, tecnologica e industriale ma anche delle avanguardie artistiche e intellettuali. Questa edizione si presenta con una nuova premessa e una revisione del capitolo finale dedicato alle prospettive della città.

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Informazioni

1.
I re

«Nel mentre che rispettiamo i trattati, non siamo insensibili
al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi...»
Vittorio Emanuele II
«I popoli hanno diritto di envoyer à faire foutre leurs Rois»
Vittorio Emanuele II
Il 1848 fu un anno straordinario. Anche a Torino. Fin dall’inizio. Nelle fredde serate di gennaio le vie del centro sono percorse da giovani patrioti con le fiaccole che a gran voce chiedono la guerra all’Austria e la liberazione dell’Italia, e nessuno ha l’animo di contrastarli. Quando la polizia li ha affrontati con la forza, tre mesi prima, nell’ottobre 1847, sciogliendo una manifestazione in onore del «papa liberale» Pio IX, il ministro degli Interni Villamarina si è dimesso per protesta. Il re Carlo Alberto l’ha lasciato andare, approfittandone per disfarsi anche del ministro degli Esteri, Clemente Solaro conte della Margarita, reazionario e filoaustriaco. La storia, che è parsa congelata per decenni in tutto il continente, accelera. Il 3 gennaio le truppe d’occupazione di Metternich, che l’anno prima, a Ferrara, si sono accanite sulla popolazione civile, uccidendo, saccheggiando, stuprando, per dare un avvertimento al papa, prendono a sciabolate i milanesi che fanno lo sciopero del fumo allo scopo di danneggiare l’erario austriaco: tra i feriti ci sono sei bambini. Il 4 gennaio i patrioti genovesi tentano di linciare i padri gesuiti, considerati i rappresentanti dell’Antico regime. A Torino si riuniscono i direttori dei giornali nati grazie alle concessioni di Carlo Alberto alla libera stampa: «Il Risorgimento» di Camillo Benso di Cavour, «L’Opinione» di Giacomo Durando, «La Concordia» di Lorenzo Valerio. Cavour chiede la Costituzione; Carlo Alberto, scrivendo a Roberto D’Azeglio, avverte: «Non la concederò mai». Il 12 gennaio Palermo insorge contro i Borboni. Il 31 giunge a Torino la notizia che la Costituzione, negata da Carlo Alberto, è stata concessa ai napoletani da Ferdinando II, il «re lazzarone», il sovrano più reazionario d’Europa. Il re di Sardegna in un primo tempo pensa di resistere, preoccupato com’è di cedere parte del suo potere, di «perdere una particella di assolutismo», scrive Massimo D’Azeglio, che non lo ama. Poi acconsente. In gran fretta viene scritto uno Statuto, che porterà prima a Torino, e tra poco nel resto d’Italia, le libertà della Rivoluzione francese: la fine del potere assoluto, il controllo della legge sugli atti del sovrano e del clero, una camera elettiva, la milizia municipale, la libertà di stampa. Attorno, tutto precipita.
Il 18 febbraio, alla festa dei liberali torinesi che cantano e acclamano lo Statuto arriva la notizia della rivolta di Parigi e delle dimissioni del «re borghese» Luigi Filippo; tra loro c’è anche Cavour, ma il canto gli muore in gola: la monarchia costituzionale di luglio è stata per vent’anni il modello dei liberali; ora può accadere qualsiasi cosa. Infatti il 24 i parigini devastano le Tuileries, l’esercito non interviene, il giorno dopo è proclamata la Repubblica. Il contagio rivoluzionario si estende, tocca Vienna, Budapest, Berlino. All’alba del 19 marzo Milano insorge contro gli austriaci. Fin dal mattino i nobili milanesi esuli a Torino chiedono a Carlo Alberto di intervenire, il Consiglio dei ministri decide di spostare le truppe sul Ticino. Nella notte arriva in città l’inviato del comitato rivoluzionario di Milano, Francesco Arese; quando, al mattino del 20, si reca alla reggia, assiste impressionato al saluto dei torinesi ai primi reparti in partenza per la frontiera: la folla applaude i soldati, le donne si sbracciano dalle finestre, si grida: «Guerra!», «Guerra all’Austria!»; «A Milano!», «A Venezia!». A Milano si combatte sulle barricate. Carlo Alberto assicura a Francesco Arese: «Ardo dal desiderio di portarvi soccorso». La notte del 22 il maresciallo Radetzky e le sue giubbe bianche fuggono con le casse dell’erario, dopo aver lasciato sul terreno cinquecento milanesi. Il 23 marzo Cavour scrive su «Il Risorgimento»: «L’ora suprema per la monarchia sarda è suonata». Alle 13 il re convoca il Consiglio dei ministri; la seduta si prolunga fino a sera; sotto la reggia si ammassano i torinesi che inneggiano alla guerra. I ministri votano all’unanimità: il piccolo regno di Sardegna, il governo di una città di frontiera di 120 mila abitanti, scende in campo contro la più grande potenza d’Europa.
Si scrive il proclama ai popoli in rivolta: «Le nostre armi [...] vengono ora a porgervi quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico». L’Italia farà da sé, e non sarà una guerra di conquista: «Vogliamo che le nostre truppe, entrando nel territorio della Lombardia e della Venezia, portino lo scudo di Savoia sovrapposto alla bandiera tricolore italiana». A Genova si canta Fratelli d’Italia, a Torino L’inno del re: «Figli tutti d’Italia noi siamo / forti e liberi il braccio e la mente. / Più che morte i tiranni aborriamo / aborriam più che morte il servir»; nelle chiese si intona il Te Deum per invocare la benedizione del cielo sulle armi sabaude. A sera Carlo Alberto, invocato dalla folla, si affaccia al balcone del palazzo e sventola una coccarda tricolore. Due giorni dopo, l’avanguardia dell’esercito piemontese varca il Ticino. Comincia la guerra per l’indipendenza.
Il sovrano che gioca in una partita temeraria e definitiva il suo regno, la sua famiglia, il suo nome, è un cinquantenne incredibilmente magro e alto: due metri e tre centimetri. Un uomo, scrive il suo biografo Silvio Bertoldi, «nato francese, educato da francese, che alla fine si rivelerà profondamente italiano». Un principe nato da un ramo cadetto, che non sarebbe mai dovuto salire sul trono. Vittorio Amedeo III, terzo re di Sardegna, morendo ha lasciato dodici figli. Tre di loro, Carlo Emanuele IV, Vittorio Emanuele I, Carlo Felice, regneranno, ma non dureranno, né lasceranno eredi. Carlo Emanuele IV, il primogenito, alto, triste, bigotto, gracile, malato (di ernia, di epilessia, di cuore, di depressione), pessimista, sale al trono nell’ottobre 1796, a 45 anni, in un’ora terribile. Il padre è morto di crepacuore dopo la rotta e la vittoria di Napoleone. Al figlio toccano altre guerre, altre sconfitte; l’occupazione francese, la fuga, l’esilio. Cerca riparo in Sardegna, che fa parte del suo regno ma per lui è terra incognita; il viaggio è interminabile, dura oltre quaranta giorni; nell’isola il sovrano resiste cinque mesi, poi parte per Livorno, si stabilisce a Firenze dove vive dei sussidi dello zar e degli inglesi, oltre al denaro che arriva clandestinamente dai nobili sabaudi; quindi scende a Roma, ma neanche lì si sente sicuro; ripartirà ancora, verso Napoli. Vicissitudini che affronta con un motto non proprio adatto ai tempi: «Cedere, cedere, cedere con grazia, per rendere la sottomissione meritoria». La sua sposa è Maria Clotilde di Valois, sorella di Luigi XVI, il re ghigliottinato. Quando è arrivata a Torino la folla l’ha accolta con lazzi e battute ostili: «Sei troppo grassa» le hanno gridato; e la suocera Maria Antonietta di Borbone, credendo di consolarla: «Non impressionarti, quando sono arrivata io in questa città tutti dicevano che ero troppo brutta, eppure oggi non vi è nessuno che non mi voglia bene». Maria Clotilde muore a Roma, in esilio. Il marito abdica e si ritira prima a Frascati, poi in un palazzo vicino a Santa Maria Maggiore, e finalmente in convento, nel noviziato dei gesuiti a fianco del Quirinale, dove qualche decennio dopo i suoi successori regneranno sull’Italia. Ma Carlo Emanuele non riesce neppure a immaginarlo: è un povero vecchio quasi cieco, preda di crisi mistiche, senza più memoria, che passa le giornate in preghiera. Morirà nel 1819, diciassette anni dopo l’abdicazione. Il nuovo re è suo fratello Vittorio Emanuele I. Non è malato, è invece robusto, franco, deciso. E reazionario.
Ha molto odiato i francesi, e non per caso. Esiliato, senza un soldo al punto da dover ricorrere a esosi creditori (ma «generosissimo fu il sardo duca di San Pietro che diede un milione di lire ipotecando i suoi beni. La garanzia era il crollo dell’impero napoleonico»), avvilito dalla fuga lungo la penisola e poi dagli otto anni trascorsi a Cagliari, quando torna a Torino, dopo l’abdicazione di Napoleone, annuncia: «Riprendiamo tutto com’era, dopo un lungo sonno durato quindici anni». Il re abolisce la legislazione francese, le libertà degli ebrei e dei valdesi. Ripristina i segni del passato, riapre il ghetto, pretende che i cortigiani portino la parrucca incipriata e lo spadino, le nobildonne la crinolina; vieta di sfoggiare la croce della Legion d’Onore, progetta di bloccare le merci francesi, di distruggere il ponte sul Po costruito dai rivoluzionari e la strada napoleonica del Moncenisio. La censura vigila su libri e spettacoli, «libertà» è una cattiva parola ed è vietata, nella Norma di Bellini viene sostituita con «lealtà». I colpevoli di propaganda antimonarchica rischiano da cinque anni di lavori forzati alla pena di morte. I funzionari e gli ufficiali che hanno fatto carriera sotto i francesi vengono degradati. Solo il sistema di riscossione delle tasse non viene toccato.
Carlo Alberto è molto diverso dai suoi zii. È un Carignano, il ramo cadetto, una famiglia francese più che italiana. Il padre, Carlo Emanuele, ha studiato in Francia, ha servito nell’esercito francese, ha sposato un’austriaca, Albertina, si è trasferito a Torino a 27 anni. Quando arriva Napoleone e il re di Sardegna parte per l’esilio, lui rimane, sua moglie balla la carmagnola nelle strade. Ma i francesi non si fidano, li portano a Parigi, li fanno sorvegliare dalla polizia. Il piccolo Carlo Alberto cresce in un sobborgo, gioca con i figli di bottegai e soldati. A due anni resta solo con la madre e la sorella Elisabetta: il padre muore all’improvviso; i Savoia offrono aiuto, ma in cambio vogliono il piccolo principe per educarlo secondo le loro regole; Albertina rifiuta. La «principessa giacobina», come la definisce Vittorio Emanuele in una lettera a Carlo Felice, impartirà al figlio un’«educazione diabolica», prima nella Francia rivoluzionaria, poi a Ginevra, in casa di un pastore protestante, quindi al collegio militare di Bourges, dove Carlo Alberto entra nel reggimento dei dragoni. Viene presentato a Napoleone, che lo nomina conte dell’Impero, gli assegna un vitalizio ma gli impone di rinunciare alla croce dei Savoia e di portare un altro stemma: un cavallo bianco in campo azzurro con spiga di grano in un angolo. Il re che tenterà di fare l’Italia ancora non parla l’italiano. Ma sul destino d’Europa, e sul suo, incombe Waterloo.
Carlo Alberto è pur sempre un principe di sangue reale, tutto lascia credere che un giorno erediterà il trono. La madre, che si è risposata, ora accetta di mandarlo a Torino. Nella patria che non ha mai conosciuto, il giovane francese ritrova l’altro ramo della sua famiglia, e scopre l’atmosfera del secolo passato. I Savoia gli assegnano come precettore un conte molto religioso, Filippo Grimaldi del Poggetto, che ha passato gli anni di Napoleone chiuso nel suo palazzo. Un cappellano è incaricato di seguire il principe per tutto il giorno, e di riferire la sera al re la sua confessione quotidiana; Carlo Alberto, che a Parigi inseguiva e veniva inseguito dalle donne, che è «portato all’erotismo, spesso addirittura con complicazioni torbide», come scrive Bertoldi, deve raccontare alla fine di ogni giornata a un prete i suoi desideri, i suoi impulsi, i suoi pensieri. Pensa di uscirne prendendo moglie: gli tocca in sorte una principessa austriaca, Maria Teresa, figlia del granduca Ferdinando III di Toscana, spenta, timida, devota, debole, impaurita dal sesso. Così il marito cerca distrazioni altrove, e le trova con la vedova del duca di Berry, con la principessa Cristina di Belgioioso, con la contessa Isabella Belguardi, che va a visitare nel suo palazzo di via Dora Grossa, e con la moglie del console di Russia a Firenze; sorpreso dal marito, fugge nella notte inseguito dal diplomatico, riesce a sottrarsi alla sua furia ma quello pretende riparazione, e allora Carlo Alberto fa per la prima volta quel che ripeterà ancora: si sottrae alle responsabilità, costringe il suo scudiero Costa ad assumersi la colpa; il console, che è uomo di mondo, abbozza. Anche dopo la nascita del primogenito, Vittorio Emanuele, Maria Teresa passa le serate a giocare a moscacieca con le figlie dei cortigiani e a ricamare, mentre il marito è nella sala del biliardo a conversare di politica e a disegnare nuovi assetti con i suoi amici, per quando al dispotismo austriacante sarebbe succeduto il liberalismo patriottico.
I torinesi, che pure non hanno amato gli invasori, non sono entusiasti del «ritorno dei principi amati che hanno fatto la vostra felicità e la vostra gloria per tanti secoli», come ha proclamato Vittorio Emanuele I. Proliferano le società segrete in contatto con i fratelli di Milano e di Parigi, massoni, carbonari, adelfi, federati. Si cospira. Un episodio rivela la brutalità dell’antico regime restaurato e la forza del vento di fronda. La sera dell’11 gennaio 1821, a un’innocua rappresentazione teatrale – vanno in scena La vestale al campo scellerato e La pianella perduta nella neve – quattro studenti universitari si presentano con il berretto rosso e nero della carboneria. Sono goliardi più che oppositori, ma governo e polizia non tollerano. All’uscita dal teatro ci sono i gendarmi. Un ragazzo è preso, gli altri tentano di liberarlo, si scontrano con le guardie, fuggono, saranno catturati nottetempo a casa. Un centinaio di studenti si barrica nell’università, all’alba interviene l’esercito al grido «viva il re», i soldati colpiscono i giovani, infieriscono su quelli caduti a terra. Intellettuali e carbonari protestano. Alcuni credono sia giunto il momento di passare all’azione, anche perché l’Italia è in fiamme, l’esercito austriaco marcia su Napoli dove il popolo ha strappato al re la Costituzione, e i patrioti torinesi hanno concepito un piano semplice e folle insieme, per avere uno Statuto e una guerra.
Avvisato dall’ambasciatore spagnolo che a Torino si va preparando una congiura, l’aristocratico liberale Emanuele Dal Pozzo della Cisterna, esule a Parigi, si precipita in patria. Tradito da una sua amante, viene bloccato alla frontiera dalla polizia, che sequestra lettere e piani dei cospiratori: nelle carte si fa il nome di Carlo Alberto. Il re Vittorio Emanuele gli chiede spiegazioni. La sera successiva, il 6 marzo, un gruppo di giovani avvolti in un tabarro scuro entra a palazzo Carignano. Sono gli aristocratici che tengono compagnia al principe nella sala del biliardo, che discutono con lui di politica, di riforme, di Costituzione, di campagne militari. Il conte Santorre di Santarosa, funzionario al ministero della Guerra, il marchese Carlo di San Marzano, figlio del ministro degli Esteri, il cavaliere Giacinto Provana di Collegno, scudiero di Carlo Alberto, il marchese Roberto D’Azeglio e il conte Guglielmo Moffa di Lisio, capitano dei cavalleggeri del re, sono qui per dirgli che l’ora è giunta, che non ci si può tirare indietro, che è tempo di assumersi le proprie responsabilità. Comincia una commedia delle beffe, un gioco degli equivoci, una trama in bilico tra il colpo di Stato e l’operetta, la crisi internazionale e il melodramma, con re tremebondi, regine madri coraggiose, ministri che si danno malati, generali che esibiscono certificati medici, fedeltà e tradimenti; su tutto, nel volgere di pochi giorni di una primavera in ritardo, un principe che si guadagna con un voltafaccia al giorno il soprannome di «Re Tentenna» o «Italo Amleto», e una Torino insolitamente emotiva, incerta, sospesa tra lo statu quo e un futuro torbido e affascinante di intrighi, libertà, democrazia, rivoluzione nazionale, guerra per l’unità e l’indipendenza.
Il piano dei giovani aristocratici liberali è riprodurre gli avvenimenti di Napoli: si tratta di indurre il re a concedere la Costituzione; la guerra all’Austria sarebbe venuta da sé, avrebbe pensato Metternich a dichiararla. S’intende che «nulla ha da temere il re»; gli insorti si proclamano fedeli al vecchio sovrano. Certo, Vittorio Emanuele I non ha nessuna intenzione di rinunciare al potere assoluto, ma non sarà difficile forzargli la mano, per il bene del suo regno; le truppe agli ordini dei ribelli si limiteranno a circondare il castello di Moncalieri, e il re dovrà cedere.
Non si sa con esattezza quale sia stata la risposta di Carlo Alberto. È probabile che i suoi amici, come accade d’abitudine ai cospiratori, abbiano sopravvalutato la sua disponibilità, abbiano caricato di aspettative fuori luogo le sue parole. Ma senza dubbio non si trovarono di fronte a un rifiuto. Il principe non stava improvvisando. Il disprezzo per l’arretratezza dei parenti Savoia, l’impazienza, forse anche la noia l’avevano indotto ad aprirsi ai giovani liberali. Aveva preso contatto con i patrioti di Milano, uomini della Carboneria pronti a guidare la ribellione contro gli austriaci: Federico Confalonieri, Giuseppe Pecchio, Giorgio Pallavicino Trivulzio. Certo, appena un anno prima, alla nascita del primogenito, aveva scritto all’imperatore austriaco: «La principessa che mi procura questa felicità è nipote di Vostra Maestà; una ragione in più per legarmi indissolubilmente alla Sua Augusta Famiglia». Nulla più che esigenze diplomatiche. Le sue attitudini liberali erano note al punto che Vincenzo Monti l’aveva accostato a «un sole che s’è levato nel nostro orizzonte», e Pietro Giordani addirittura a «un Messia».
Il piano prevede che gli insorti si muovano all’alba dell’8 marzo verso Moncalieri. Carlo Alberto ha invitato Santarosa e Collegno a dormire a casa sua. Ma durante la giornata del 7 ha un primo ripensamento. Confida al ministro della Guerra, Alessandro di Saluzzo, che si prepara un complotto contro il re. L’8, però, invita gli amici ad andare avanti. Il 10 va a Moncalieri, si getta ai piedi del re e si dichiara pronto a combattere chiunque minacci la sua autorità. Troppo tardi. Nella notte la guarnigione di Alessandria, fomentata da Santarosa, si è ribellata. Il re, spaventato, torna a Torino. Si comincia a discutere di Costituzione: il ministro Prospero Balbo suggerisce quella spagnola, la regina è d’accordo ma chiede garanzie per la Chiesa, Vittorio Emanuele preferirebbe il sistema inglese. Domenica 11 marzo il capitano Vittorio Ferrero giunge alle porte della città con 150 ribelli e le insegne della Carboneria, e arringa la folla che è lì per una scampagnata: «Viva la Rivoluzione!». I torinesi intendono «costipazione», che in dialetto indica il raffreddore, e fanno cenno di non aver capito. Il comandante della guarnigione della capitale, conte Ignazio Thaon di Revel, non si muove. Manda avanti il colonnello Lorenzo Raymondi di Finalmarina, che intima ai ribelli di fermarsi. Uno dei rivoluzionari gli spara in faccia; ma la carica non ha funzionato, il nobiluomo si è soltanto bruciato i baffi; tanto però gli basta: torna a casa, si mette a letto e manda il figlio da Thaon di Revel con un certificato medico. Le voci si susseguono e si amplificano a ogni passaggio, e quando arrivano a palazzo reale dicono di un esercito rivoluzionario pronto a imporre al re la Costituzione con la forza. Panico. Consulti. Decide la regina: vada per la Carta spagnola, a cui però va aggiunta qualche buona parola a tutela della religione. Sembra fatta, ma arrivano altre voci: 70 mila soldati russi stanno per entrare in Italia; altri 60 mila li manda l’Austria; 9 mila giubbe bianche sono già al Ticino. L’unico a non perdere la testa tra gli uomini di corte è Cesare Balbo, che consiglia prudenza. Thaon di Revel scongiura Carlo Alberto di far sparare per primo a lui, se davvero sta con i rivoltosi. Carlo Alberto lo conforta. I due si abbracciano e piangono.
Il re non sa che fare. Può ancora contare sull’esercito? Forse sì, purché non si chieda ai soldati di sparare sulla folla, rispondono i comandanti dei granatieri di Sardegna, del Piemonte cavalleria, del reggimento Aosta. Poi escono da palazzo e si uniscono agli insorti. Spuntano ovunque bandiere della massoneria...

Indice dei contenuti

  1. Premessa alla presente edizione
  2. 1. I re
  3. 2. I generali
  4. 3. Gli industriali e i comunisti
  5. 4. Gli intellettuali e gli artisti
  6. 5. I santi
  7. 6. Gli ex torinesi
  8. Riferimenti bibliografici
  9. Ringraziamenti