I dialoghi con Leucò
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I dialoghi con Leucò

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Informazioni su questo libro

"Una rilettura dei I Dialoghi Con Leucò di Cesare Pavese", un'opera di Mario Salvatore Antonio Grasso.

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Informazioni

Anno
2022
Print ISBN
9791220395625

I Dialoghi con Leucò

Il passaggio dai Titani agli Dèi si manifesta con una ierogamia che determinerà diversamente la storia degli uomini:“la legge, il destino, la sorte, il limite”.
L’annuncia Nefele, la Nuvola, a Issione, l’antico antenato dei titani, di coloro che vivevano in stretta simbiosi col “il nevaio, la bufera, la tenebra, i monti, la rupe”.
Issione a cui piace gettare lontano un sasso o un macigno come se fosse un gioco, domanda se i nuovi padroni sono superiori alla stanchezza e alla morte, ma Nefele insinua che ormai i titani non possono più praticare l’invisibile promiscuità quantitativa di cui hanno goduto fino ad ora: “non puoi mischiarti con le ninfe delle polle, con le figlie del vento, con le dee della terra. E’ mutato il destino”.
La stanchezza cui accenna Issione è una manifestazione animica, un disturbo che appare quando l’anima si impoverisce e non riesce più a produrre la potenza creativa delle immagini.
Anche se Issione parla di stanchezza, non può conoscerne il senso che invece ha come referente semantico ed esistenziale la presenza degli deì.
Vedremo in seguito se nel mondo massificato ci sono ancora gli deì, oppure se da tempo sono fuggiti.
Issione rimane incredulo pensando che non può più attraversare liberamente i sentieri del bosco e delle zone rupestri.
Non può concepire il sentimento del limite e della misura, abituato a confondersi con la forza travolgente del vento e con gli incontri infiniti tra le ninfe delle sorgenti.
Nefele osserva che ciò che hanno generato assieme e le stesse immensità montagnose sono ora prese da un improvviso tremore, da un’attesa angosciante.
La morte ch’era il vostro coraggio può esservi tolta come un bene”.
Mentre i titani identificavano la vita e la morte, e questa era filtrata ed esaltata dalla loro potenza inconsapevole, dal loro coraggio, adesso, questa morte deve avere come modello una divinità che la può donare o negare, secondo la propria volontà.
Nel mondo titanico era talmente forte la voglia di vivere e godere con tutte le creature della natura che la tensione vitale arrivava agli estremi confini della corporalità e nell’eccesso emotivo della felicità vita e morte coincidevano.
La morte è una cosa che accade come il giorno e la notte”.
Adesso invece tutti i gesti umani saranno osservati e guidati dagli “immortali”; così nel mondo greco vengono chiamati gli deì.
Issione si deve rassegnare a vedere la propria vita come un’ombra che può maturare o estinguersi per capriccio divino.
Issione ricorda che in un sogno fatto tempo prima si trova in compagnia di questi immortali e parlano assieme “del destino, della morte e dell’Olimpo; ridemmo dei ridicoli mostri”.
Nefele sa che solamente da loro può essere conosciuto il senso del destino e la presenza dei mostri, in senso metaforico, che abitano l’anima.
Un altro diritto eserciteranno da questo momento, il diritto al castigo e alla punizione penale.
Nefele, pur rassicurando Issione che gli rimarrà vicina sino alla fine, lo avverte che ormai non si può più contemplare una divinità senza il castigo.
Sullo Xanto, da giorni non si vede Bellerofonte che nella Licia in passato aveva ucciso la Chimera, un mostro dalla testa di leone e dalla coda di serpente, e aveva poi combattuto i Solimi e le Amazoni, come racconta Omero nel VI libro dell’Iliade.
Ci troviamo così dentro la dimensione divina, nel racconto omerico, dove gli deì vengono chiamati gli immortali.
Dopo queste imprese, Bellerofonte abbandonato dagli deì ha ridotto se stesso simile a un mendico; è la potenza divina che può trasformare un uccisore di mostri in un vagabondo, in colui che animicamente ha perduto la totale stima di sé.
Sarpedonte, figlio di Laodamia, figlia di Bellerofonte, incontra Ippoloco e gli dice che suo padre parla solo di eventi legati alla memoria: “Isolimi, Glauco, Sisifo, la Chimera”.
Bellerofonte sa leopardianamente che l’unica stagione della vita degna di essere vissuta è la giovinezza e, passata questa, subiamo continuamente fino alla fine il silenzio e l’assenza degli deì; come se questi ci avessero abbandonato!
Ragazzo, mi ha detto, tu sei giusto e pietoso, smetti di vivere”.
Più la giovinezza coincide col coraggio, la giustizia e la pietà, prima volerà via fugacemente.
La vecchiezza diventa così l’anima decadente della tristezza e della caducità, anch’esse simboli animici nel momento in cui la forza vitale del corpo ci abbandona.
La tragedia consiste nel fatto che proprio la vecchiezza, con la sua querulante solitudine, viene abbandonata dalle divinità dell’Olimpo.
E pensare che Bellerofonte che da giovane era di straordinaria bellezza perseguì sempre il cammino tortuoso e difficile della giustizia.
La giustizia che viene concepita in Omero come lotta contro la forza fisica brutale e letteralizzata.
Sarpedonte sa che dal giorno in cui Bellerofonte uccide la Chimera non ha più pace perché in quella morte si riflette la fine inesorabile della sua gioventù.
Chi una volta affrontò la Chimera, come può rassegnarsi a morire?
La fine della gioventù coincide gradualmente col nascere della follia, una follia intesa come deprivazione corporale ed esaurimento della potenza immaginale dell’anima.
Ippoloco è convinto che dopo l’uccisione della Chimera, cioè del mondo dei mostri, la terra è diventata più pietosa nella ragione e compassionevole nelle emozioni.
Ma ciò che importa non è l’uccisione letterale, oggettiva della Chimera, ciò che risalta nella malinconia di Bellerofonte è che “sa che mai più un'altra chimera lo aspetterà in mezzo alle rupi e chiama alla sfida gli deì”.
Solo Bellerofonte può capire cos’è la giovinezza e cos’è la vecchiezza, anche se ormai la sua vita appartiene ai tempi remoti.
Il suo sguardo è diventato “freddo, smarrito”, “ come chi non è più nulla e sa ogni cosa”:
senza la bellezza attiva del corpo, il sapere e la conoscenza diventano fonte di infelicità e perpetua contrizione.
Ora, tutto viene dagli deì:“la madre fatta rupe, la storia di Aracne che per l’odio di Atena divenne ragno”.
Ippoloco ribadisce che si tratta di storie antiche e di altri destini, ma non è così perché gli deì, vedendo Bellerofonte invecchiare, lo hanno abbandonato.
Teme il capriccio e la ferocia degli deì. Questo è il tradimento. Prima ti tolgono ogni forza e poi si sdegnano se tu sarai meno che uomo. Se vuoi vivere smetti di vivere”.
Sopraggiunta la decadenza è difficile uccidersi anche perché l’amor proprio è ormai debilitato.
Sarpedonte conclude: “Nessuno si uccide. La morte è destino”.
Per comprendere il suicidio non si può rimanere ancorati al gesto fisico, letterale, oggettivo e temporale.
Occorre andare oltre, investigare l’hiponoia, l’esistenza sotterranea e sottile, andare verso la metafora del destino.
Ci si uccide fisicamente e letteralmente, ma il senso del gesto non appartiene alla misurazione cartesiana, ma alla sofferenza discontinua e serpentina dell’anima.
Nessuno si uccide, la morte è destino”.
Dal mondo omerico scendiamo verso la tragedia, verso lo spirito tragico, origine essenziale della grecità più profonda.
Dal punto di vista dell’arc...

Indice dei contenuti

  1. Una rilettura dei I Dialoghi Con Leucò di Cesare Pavese
  2. Frontespizio
  3. Copyright
  4. I Dialoghi con Leucò