Così parlò l'ingegnere
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Così parlò l'ingegnere

  1. 448 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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Così parlò l'ingegnere

Informazioni su questo libro

Personalità tra le più poliedriche degli ultimi decenni, Luciano De Crescenzo ha tra i suoi meriti maggiori - ma anche mal digeriti da certa critica - quello di aver divulgato materie specialistiche come la filosofia, la mitologia e l'informatica, e contemporaneamente di essere riuscito a diffondere un'immagine obiettiva e senza dubbio coinvolgente dell'amatissima Napoli. Queste pagine ne ricostruiscono l'intera parabola di vita, dall'infanzia alla carriera come dirigente all'Ibm e al successo letterario, cinematografico e televisivo: un'esistenza condotta con la razionalità dell'ingegnere e l'acume del filosofo, animata dal carattere ineguagliabile, struggente, sincero e dissacrante dell'autentico napoletano.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804745563
eBook ISBN
9788835718475
IV

Napoli filmata

La napoletanite: «F.F.S.S.»

Dopo Il Pap’occhio e i due successivi programmi televisivi, Luciano De Crescenzo e Renzo Arbore nel 1982 iniziano a scrivere il soggetto e la sceneggiatura del loro secondo film, ispirato da varie passioni comuni: Federico Fellini, la canzone, il mondo dello spettacolo, e ovviamente Napoli, luogo prediletto, unico e magico di cui – vivendo e lavorando a Roma – sentono entrambi la mancanza, soffrendone quasi come se avessero una curiosa malattia che, scherzando, ribattezzano appunto «napoletanite».
La pellicola esce nelle sale a dicembre del 1983, è diretta da Arbore e si intitola F.F.S.S. – Cioè: «… che mi hai portato a fare sopra a Posillipo se non mi vuoi più bene?», omaggiando così già con la sigla F.F.S.S. – che sta per «Federico Fellini Sud Story» l’amico regista, presente peraltro nelle scene iniziali e finali, interpretato dall’attore Teodoro Ricci.
Il film comincia a Roma nei pressi del Colosseo, dove – in una cabriolet americana e con il sottofondo di canzoni napoletane – i due amici discutono in cerca di uno spunto cinematografico da sottoporre ai produttori. Renzo suggerisce di girare un «vermicelli western» di ispirazione napoletana, mentre Luciano propone la storia di un investimento automobilistico intitolata Per chi suona il clacson, sfruttando così la sua somiglianza con Ernest Hemingway, immediatamente e scherzosamente negata da Arbore, che chiama piuttosto in causa qualche analogia fisica con il bravo ma non certo bellissimo regista e attore Luciano Salce.
Fermi a un semaforo rosso e ormai sfiduciati per la mancanza di un’idea convincente, si rivolgono allora a san Gennaro affinché venga loro in soccorso; tuttavia non immaginano nemmeno che in quel momento si trovano esattamente davanti al palazzo in cui abita Federico Fellini, che è intento a lavorare a un nuovo film il cui titolo è proprio F.F.S.S.
Nel frattempo il grande regista – alzatosi dalla scrivania per sollecitare la moglie Giulietta a liberare il bagno – lascia però inavvertitamente aperta la finestra dello studio, da dove, per un colpo di vento, volano via quasi tutti i fogli della sua sceneggiatura appena ultimata. Prontamente raccolte da Renzo e Luciano, quelle pagine sembrano proprio la prova dell’aiuto celeste appena invocato, tanto più che il rosso del semaforo inizia a ribollire proprio come il sangue del patrono napoletano nell’ampolla al momento della miracolosa liquefazione.
I due si mettono quindi al lavoro per realizzare l’opera felliniana, in cui Arbore interpreta il protagonista Onliù Caporetto – maldestro impresario campano nativo di Busco e «parente» di Ciriaco De Mita – che tenta di portare al successo Lucia Canaria (Pietra Montecorvino)1, giovane napoletana sorvegliante di bagni pubblici dotata di uno straordinario talento canoro, tanto da essere considerata l’elemento di punta della sua raffazzonata agenzia di spettacolo.
Lucia però non riesce a mostrare le proprie doti poiché purtroppo è affetta dalla napoletanite, uno strano morbo che si manifesta con improvvisi svenimenti dinanzi a qualunque cosa le ricordi l’amata città natale e che si può curare soltanto con impacchi di panettone milanese doc sulla fronte. Proprio per questo motivo tutti i tentativi di Caporetto per lanciarla nel mondo dello spettacolo spaziano senza fortuna tra Napoli, Roma e Milano, e poi dalla sgangherata televisione locale Tele Ottaviano fino alla Rai e alla pubblicità, finché per puro caso finiscono al Festival di Sanremo al seguito dello Sceicco Beige (Roberto Benigni), cantante emergente di «arabian sound».
Lo Sceicco Beige debutta infatti sul palco dell’Ariston con il brano Il pillolo, ma a un certo punto dell’esibizione simula un improvviso malore proprio per consentire a Lucia di entrare in scena al suo posto e interpretare finalmente la canzone Nuie simm d’’o Sud. Tra gli applausi del pubblico e confusa dal successo inatteso, la cantante trova il coraggio di chiedere a Onilù: «Ma tu me vuó bene?», frase d’effetto alla quale però lui non può rispondere, in alcun modo, perché Luciano dal set fa notare che dai fogli sottratti a Fellini manca proprio il finale e dunque le riprese del film F.F.S.S. si devono per forza fermare qui.
Arbore, De Crescenzo e Pietra Montecorvino sono allora costretti a tornare sotto la casa del grande regista implorando ripetutamente ad alta voce di «buttare il finale», finché il Maestro acconsente lanciando loro dalla finestra un aeroplanino di carta fatto con la pagina mancante della sceneggiatura. All’interno però c’è scritto soltanto: «Fate il solito girotondo», coreografia da lui già utilizzata per il celebre epilogo del film , e dunque ai tre non resta altro da fare che prendersi per mano e interpretare in strada l’ultima scena sulle note della stessa marcetta composta da Nino Rota, rievocando così il capolavoro felliniano.2
Animato da sketch surreali tipici dello stile dei due inseparabili amici, F.F.S.S. è un’acuta satira sul mondo dello spettacolo e della televisione tra raccomandazioni e ingerenze della politica, nonché sul divario tra Nord e Sud, manifestato attraverso i preconcetti secondo i quali Napoli è vista come una casbah e Milano è avvolta dalla nebbia. Il fine principale, tuttavia, è quello di rappresentare la napoletanità in maniera comica fino a farla degenerare in napoletanite, ma al solo scopo di rivalutarla in corso d’opera e mediante una giusta interpretazione.
La napoletanite, infatti, colpisce Lucia proprio perché lei è la personificazione smisurata della napoletanità con tutti i suoi luoghi comuni, elencati dallo stesso Onliù Caporetto richiamando titoli e testi di celebri melodie partenopee: la giovane cantante «ca si nun canta more» è nata infatti proprio nella casa della finestrella di Marechiaro resa immortale da una famosa canzone di Salvatore Di Giacomo ed è una dei ventotto figli di madre africana e «d’’o piscatore ’e Pusilleco», mentre «’o nonno è originale ’e Santa Lucia luntana, ’o frate è pizzaiuolo a Mergellina e tene pure ’na zia monaca a ’o munasterio ’e Santa Chiara: è troppa napulitana, sente troppo assaje Napoli».
L’esasperata ironia di Onliù-Arbore nel descrivere Lucia intende ovviamente evidenziare che l’ingiusto declassamento della napoletanità a banalità folkloristica ne mortifica il valore e genera per lo più un grave pregiudizio, contro il quale lui stesso poi si scaglia palesemente, per esempio rimproverando in una scena lo Sceicco Beige per averle detto: «Brava piccola. Bravissima. Dovresti andare a Roma, perché a Roma c’è la Rai. Peccato che sei meridionale».
La napoletanità di Lucia trionfa infatti inaspettatamente soltanto nel finale grazie alla sua magistrale interpretazione di Nuie simm d’’o Sud, brano firmato dallo stesso Renzo Arbore e il cui testo rivendica proprio tutti i più diffusi elementi oleografici: il sole, il mare, il cielo blu, il mandolino e il putipù, i pomodori per il ragù, la pizza, la mozzarella, il cuore della mamma e la tarantella, i maccheroni per mangiare e un filo di voce per cantare, e contiene non a caso un’orgogliosa esortazione alla rivalsa del popolo meridionale che ce la farà, ma – venendo dal Sud – ha solo bisogno del tempo necessario per arrivare.
Pellicola corale3 e innovativa, F.F.S.S. vede Renzo e Luciano ancora una volta in veste di attori, sceneggiatori e autori di alcuni brani musicali,4 ma soprattutto li consacra in un nuovo ruolo di difensori e salvatori della napoletanità attraverso il cinema e lo spettacolo. Una vera e propria missione che però d’ora in poi porteranno avanti percorrendo strade diverse, pur condividendo sempre le stesse idee e un unico, immenso amore per Napoli.

Le tre malattie di Luciano: «Uno snobismo sublime»

L’esperienza sul set di F.F.S.S. per Luciano è come sempre un’occasione di divertimento, di spensieratezza e di allegria in compagnia di Renzo e di tanti amici, ma purtroppo questo momento di felicità e di successo coincide con l’insorgere di un insolito problema. Già prima dell’uscita del film, infatti, teme di scorgere in sé i segni della prosopagnosia – e cioè una rara disfunzione neurologica per la quale non si riconoscono più i volti delle persone ma soltanto le voci – che lo accompagnerà poi per tutta la vita senza tuttavia scalfire la sua ironia e la capacità di giocare anche su questo singolare inconveniente.
A parlarne per la prima volta – alla comparsa dei primi incerti sintomi – è lui stesso nel settembre 1983, quando la giornalista Lietta Tornabuoni lo intervista all’Hotel Excelsior di Venezia tra attori e registi di tutto il mondo in occasione della 40a Mostra del Cinema, scrivendo poi sul quotidiano «La Stampa» che «Luciano De Crescenzo, assediato, si rammarica d’un curioso fenomeno che l’ha da poco colpito: “Ho perso la testa, oppure la vista non so, so soltanto che non riconosco più nessuno. Sarà mica una forma di autoprotezione? Possibile. Magari. Sarebbe d’uno snobismo sublime”».5
Autoironico, sempre animato dall’ottimistica napoletanità, non si preoccupa però particolarmente di questa pur seria patologia e inizia serenamente a conviverci perché d’altronde ha già combattuto e in gran parte debellato quella che lui chiama «malattia dell’ingegnere», ovvero «la malattia di una persona che di ogni cosa valuta i pro e i contro, che nelle sue scelte fa prevalere la razionalità, il logos, anziché l’emotività. Il suo modo di ragionare è sempre binario: come quello di Eraclito, che affronta la realtà a partire dagli opposti».
Dalla «malattia dell’ingegnere» Luciano è poi comunque guarito, sia pure per effetto dell’aggravarsi di un terzo male che lo affligge da sempre – appunto la napoletanite – e che però non combatterà mai, perché è quello più amato nonché orgogliosamente condiviso con l’amico Renzo. I due, anzi, arrivano al punto di «contagiarsi» reciprocamente del desiderio di far conoscere e salvare la napoletanità.
Del resto, è proprio grazie alla napoletanite se a un certo punto della carriera trova il coraggio di misurarsi per la prima volta come regista di un film tutto suo, che ovviamente vedrà la complicità di Arbore e non potrà che avere come fulcro l’amata Napoli, con il professor Bellavista come protagonista principale.

La napoletanità sul grande schermo

Scrittore e poliedrico personaggio di spettacolo, Luciano De Crescenzo è riuscito in pochi anni a ribaltare quasi completamente l’opinione fino ad allora diffusa sulla napoletanità, anzitutto contrastando quei dogmi che la facevano apparire come un male assoluto, e poi restituendo dignità persino ai luoghi comuni, che ha anzi trasformato nel simbolo dell’identità partenopea.
Da Così parlò Bellavista fino alla Storia della filosofia greca ha infatti dimostrato – come già era stato intuito da Giuseppe Marotta – che non c’era alcun bisogno di portare la letteratura partenopea a essere più «italiana», mentre era quanto mai necessario avviare un processo contrario per rendere viceversa più «partenopea» la letteratura nazionale; un processo che di conseguenza – raggiunto il già considerevole traguardo di riavvicinare decine di migliaia di persone alla lettura – può adesso ampliarsi al cinema, seguendo così il percorso di Marotta, laddove la trasposizione in pellicola del libro L’oro di Napoli era stata la tappa fondamentale per la miglior comprensione e la massima diffusione del suo messaggio.
Sei anni dopo l’uscita di Così parlò Bellavista pare dunque arrivato il momento di farne anche un film che, esattamente come il libro, possa portare sul grande schermo un ritratto quanto mai realistico di Napoli e al tempo stesso offra gli spunti per una riflessione più ampia sull’idea di napoletanità di De Crescenzo.
A questo progetto – sostenuto dagli stessi produttori di F.F.S.S., Mario Orfini ed Emilio Bolles – Luciano inizia dunque a lavorare già nell’estate del 1983, mettendosi alla prova nell’inedito ruolo di regista per un motivo ben preciso: «Non è che voglio rubare il mestiere agli altri ma, dal momento che vogliono realizzare un film dal mio libro Così parlò Bellavista, piuttosto che fare tutta la fatica di spiegare a un altro quello che c’è dietro il racconto tanto vale che me lo giri da solo».
Ovviamente siederà dietro la macchina da presa come sempre alla sua maniera, divertendosi, senza prendersi troppo sul serio e soprattutto «seguendo semplicemente l’esempio di Arbore, il quale sostiene che l’importante di un film è che si veda: tutto il resto è un di più».6
Nei primi anni Ottanta realizzare un film su Napoli e sulla napoletanità non è però cosa facile, né ci si può limitare alla semplice trasposizione del testo letterale, che potrebbe risultare parziale e inattuale. Nel frattempo, infatti – seppure nell’arco di soli sei anni – in ambito criminale c’è stata l’avanzata della Nuova camorra organizzata, capeggiata da Raffaele Cutolo e in perenne lotta con i clan della Nuova famiglia di Carmine Alfieri; si fanno i conti con le piaghe della disoccupazione, del contrabbando e della droga, e si inizia inoltre a sentire il peso dei danni e degli scandali legati al terremoto del 23 novembre 1980; per quanto riguarda il passato, invece, è ancora viva l’eco dell’epidemia di colera del 1973.
In una cupa stasi del dibattito culturale pesano come un macigno le parole di Eduardo De Filippo – «Se volete fare qualcosa di buono, fujtevenne ’a Napoli» – e tutto sembra avere ulteriormente compromesso l’immagine della città agli occhi del mondo, cancellando la fama che la identificava come «’O paese d’’o sole» e declassandola definitivamente a terra di nessuno in balia di malavita, degrado, arretratezza, e senza ormai nemmeno più la speranza di una rivalsa.
Anche per Luciano – che ormai da anni si è trasferito dapprima a Milano e poi a Roma – l’approccio con questa nuova realtà è quanto mai doloroso, poiché gli sembra quasi ...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Così parlò l’ingegnere
  4. Introduzione
  5. I. Napoli vissuta
  6. II. Napoli da raccontare
  7. III. Napoli raccontata
  8. IV. Napoli filmata
  9. V. Il divulgatore napoletano
  10. VI. Il filosofo napoletano
  11. VII. Napoli salvata
  12. VIII. Luciano
  13. IX. Napoli «nell’aldilà»
  14. Appendice
  15. Note
  16. Ringraziamenti
  17. Copyright