Furioso
  1. 324 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub

Informazioni su questo libro

Sono passati ormai sessant'anni dagli avvenimenti raccontati da Ludovico Ariosto nell' Orlando furioso: la guerra contro i saraceni è stata vinta e dalle piramidi al vallo di Adriano, dalle colonne d'Ercole a Gerusalemme, la cristianità domina incontrastata. Carlo Magno si è spento nell'abbraccio protettivo dei suoi fedeli paladini. Da allora, gli invincibili campioni regnano ognuno in una diversa provincia dell'impero. Finché un nuovo invasore arriva da sud: il misterioso re Marmadone con le sue armate di sanguinari infedeli.

Sullo sfondo, poi, rivolte popolari e una serie di inspiegabili catastrofi affliggono i quattro angoli del mondo conosciuto, facendo presagire un'Apocalisse imminente che nessuno, tantomeno i virtuosi paladini di un tempo, sembra in grado di fronteggiare. Di Orlando, il più forte tra i guerrieri cristiani, si sono perse completamente le tracce, Astolfo non pensa ad altro che a tornare sulla Luna e Rinaldo, tra sontuose rievocazioni dei fasti passati e serate folli alla corte di Parigi, stenta a tenere insieme l'impero in pericolo. Forse è giunto il tempo che una nuova generazione di eroi si faccia avanti: Esme, popolana indomabile dai magnifici capelli rossi, oppure Brando, diciottenne dall'animo semplice che sogna la gloria sul campo di battaglia, o forse Calvano, cavaliere integerrimo chiuso in una vecchia armatura rossa di ruggine che ha come compagni di sorte una muffa parlante e un gigante?

Furioso è un romanzo straordinario, che fin dalle prime righe trascina il lettore in un viaggio pieno di sorprese dove i protagonisti si muovono dall'Occidente alle vette dell'Imalaio, dal cuore di Parigi alle profondità del mare, agli antri più bui e terrificanti dell'inferno, e si imbattono in creature fantastiche e mostruose, oggetti magici e riti negromantici. Un rutilante succedersi di storie, personaggi, avvenimenti che non possono che soddisfare il lettore in cerca di meraviglia e divertimento. Un tentativo, ardito ma sincero, di attingere dalla tradizione della letteratura fantastica italiana per creare qualcosa di nuovo, originale ed estremamente attuale.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804728511
eBook ISBN
9788835718222

1

Il paladino portò i guanti all’elmo e lo tolse, liberando una matassa di ricci biondi imperlati di sudore. L’avversario digrignò i denti appuntiti e fece ondeggiare la grande testa, come ipnotizzato da quell’improvvisa macchia di colore, poi lanciò un grido di rabbia. Sebbene il mostruoso saraceno lo superasse di almeno due braccia, il paladino non arretrò di un passo.
«Arrenditi, Rodomonte!» disse Rinaldo con voce squillante. «Parigi non sarà mai tua!»
«Crepa, cagnaccio!» gridò il saraceno sollevando l’enorme scimitarra.
Il paladino rispose facendo roteare la spada Fusberta sopra la testa, colpì lo scudo a mezzaluna spingendolo di lato e infine vibrò un affondo che centrò la pancia di Rodomonte provocando un’esplosione di sangue finto.
Il gigantesco saraceno sventolò la scimitarra ma Rinaldo la schivò e tornò all’attacco con una gragnuola di colpi. Per un momento Fusberta si incastrò nelle funi che articolavano la spalla dell’avversario, ma Rinaldo riuscì a liberarla con grazia.
«È giunta la tua ora, mostruoso infedele!»
Sulle gradinate gli spettatori si spellarono le mani. Nella tribuna dei notabili, in particolare, una donna applaudiva più di tutti. Il suo nome era Esmerina ma tutti la chiamavano Esme. Aveva diciannove anni, un volto di una bellezza che non passava inosservata e magnifici capelli rossi acconciati con tale sapienza che non avrebbero sfigurato alla festa che quella sera si sarebbe tenuta alla reggia.
Ma se sfoggiava la testa di una duchessa, sotto la mantella nascondeva le braccia robuste e le mani screpolate di una lavandaia, che battevano senza risparmiarsi. Stretta tra un abate e la moglie di un magistrato, Esme stava ancora applaudendo quando Fusberta raggiunse Rodomonte tra capo e collo, infliggendogli il colpo di grazia.
Il vociare del pubblico, che era andato scemando, rimontò come il fragore di una carica di cavalleria. Esme vide il saraceno crollare con uno schianto d’albero: nel cadere, la grande macchina scenica che aveva mosso le braccia e la testa si accartocciò intorno ai due attori nascosti nel corpo, mostrando la lunga asta di ferro che aveva come schiena e le ossa di legno tenute insieme da funi e pulegge.
Dalla buca dei musicisti, intanto, giungevano le prime note dell’inno, che cresceva a ogni frase d’archi e a ogni squillo d’ottoni. Il momento si avvicinava: l’attore dai capelli biondi abbassò la spada e posò una mano sul cuore. Gli strumenti si avvolsero uno sull’altro fino a quando, alle ultime tre note, l’intero stadio gridò in coro: «Ri-nal-do!».
Tutti gli occhi si spostarono verso il palco reale, dove il vero Rinaldo aveva assistito allo spettacolo insieme a una manciata di altri paladini. Il re paladino di Francia si alzò in piedi e tutti poterono vedere che indossava la sua armatura, coperta da un lungo mantello rosso che fluiva in ogni direzione come vino di Borgogna. I riccioli biondi come grano di Picardia gli arrivavano fino a metà della schiena, mentre gli occhi erano azzurri e splendenti più del cielo di Provenza. Al confronto l’attore, che nella lotta con il finto gigante saraceno aveva stregato gli sguardi del pubblico, ora appariva vecchio e sbiadito. Il re lo salutò con un cenno e poi spalancò le braccia per accogliere il frastuono della folla.
Se possibile, Esme applaudì ancora più forte, ma d’un tratto tutti smisero e anche lei restò con le mani sospese. Nel silenzio che era calato sulle gradinate, un altro rumore cresceva d’intensità. Un sibilo possente, o meglio un coro di suoni sibilanti, come spifferi di vento che si inseguono tra gli alberi di un bosco. Proveniva dall’immensa grata in fondo all’arena. Si fece l’unico rumore, al punto che Esme sentì lo scatto della fibbia che reggeva il mantello del re, quando lui l’aprì per lasciarlo cadere. L’altra mano si appoggiò sull’elsa della spada che pendeva dalla cintura. Finalmente era il momento della Prova. Con un salto Rinaldo scavalcò il parapetto e si lasciò cadere sul sabbione dell’arena.
Con uno sferragliare di catene, la grata cominciò a salire.
Ogni sette anni, da quando era re paladino di Francia, Rinaldo scendeva nell’arena di Parigi e affrontava da solo un mostro scelto tra i più temibili al mondo, per dimostrare di essere ancora il più valoroso campione della corona. Al tempo della Prova precedente Esme aveva dodici anni e suo padre si era rifiutato di accompagnarla, mentre ora ne aveva diciannove e suo marito si era rifiutato di accompagnarla. A sua insaputa lei era venuta lo stesso, e guardando il re che sorrideva sentì il cuore esploderle di amore e capì di aver fatto la cosa giusta. Rinaldo porse una mano nell’aria per salutare il pubblico, e a Esme parve che la porgesse proprio a lei, come per invitarla a scendere sul sabbione. Già si era persa con la fantasia tra le braccia del re, rapita da un ballo dolcissimo, quando Rinaldo sollevò la vera Fusberta. I pochi che erano ancora seduti si alzarono e molti si spinsero verso le balaustre facendo scricchiolare le tribune. Perfino il vecchio venditore sdentato di pasticcini di montone, che in vita sua di prove ne aveva viste sette, non riuscì a staccare gli occhi dal re che tendeva la spada verso il cielo. In quell’improvviso travaso di spettatori la folla si aprì per un istante davanti a Esme. In fondo alla gradinata avvistò due guardie, le stesse che quella mattina l’avevano vista mentre scavalcava la cancellata che delimitava la tribuna dei notabili. Nella calca dell’ingresso avevano rinunciato subito a inseguirla e anche in quel momento non sembrava che la stessero cercando, ma cosa sarebbe successo se si fossero accorte di lei? La cosa più saggia per Esme sarebbe stata risalire lungo le gradinate e nascondersi tra la folla degli spalti popolari, ma non voleva rinunciare al posto che si era guadagnata, così vicino al parapetto da potersi quasi affacciare sull’arena. A malincuore tirò su lo scialle per nascondere i capelli color melograno e la costosissima acconciatura che li rendeva ancora più visibili.
La grata in fondo all’arena, ampia abbastanza da contenere una casa di due piani, era ormai per metà sollevata. Come un sol uomo i musicisti si alzarono e corsero nella direzione opposta. Anche i due attori salutarono frettolosamente il pubblico e i quattro acrobati che avevano manovrato Rodomonte, fino a un momento prima sdraiati per esigenze sceniche nella pozza di sangue finto, si rialzarono di scatto e andarono dietro agli altri. Uno scudiero porse lo scudo al re e li seguì di gran carriera. Quegli orrendi sibili di vento ghiacciato ripresero ancora più intensi.
Da un momento all’altro Rinaldo si ritrovò solo. Diede le spalle alla grata che si alzava sferragliando per farsi il segno della croce con l’elsa della spada, imbracciò lo scudo e si voltò a fronteggiare il nemico.
Tutti e ottomila gli spettatori trattennero il fiato, mentre dall’oscurità spuntava una testa di serpente, seguita da una seconda e da molte altre. Nove teste in totale, ciascuna al termine di un lungo collo sinuoso, ma tutte provenienti dallo stesso corpo bestiale.
Una testa guizzò in avanti e i suoi denti si chiusero con uno schianto sinistro. Rinaldo fece un salto all’indietro, agilissimo nonostante l’armatura, e spianò Fusberta in direzione del mostro. La lama catturò un raggio di sole e parve incendiarsi.
Una dopo l’altra le nove teste spalancarono le fauci: da ciascuna traboccava bava luccicante, come rugiada gelata che si scioglie ai primi raggi del sole. Una zampa in avanti, poi l’altra, il mostro partì alla carica facendo tremare gli spalti, ma Rinaldo lo aspettò a piè fermo. Solo all’ultimo momento scartò di lato, rotolò e si rialzò in tempo per menare un gran fendente al collo più vicino, recidendolo di netto. Uno schizzo di sangue viola macchiò il sabbione. Esme esultò con gli altri: già una testa era stata abbattuta!
Rinaldo invece non sembrò allentare un attimo la concentrazione. Il mostro fece un passo indietro, mentre il collo reciso cominciava a contorcersi e pulsare. La testa tagliata giaceva a terra con le fauci spalancate e immobili, ma al suo posto ne ricresceva un’altra: l’orrenda creatura ne aveva di nuovo nove, che guizzavano e si accavallavano.
“Idra” fu la parola che corse sulla bocca di tanti tra i presenti, la più terribile delle fatiche di Ercole.
Rinaldo però se lo aspettava e, schivando con agilità i morsi, continuò a tormentare il nemico. Con un altro fendente centrò tra gli occhi una testa spaccandola fino alla gola. Un’altra la trafisse sotto la mandibola e poi la staccò dal collo con una torsione del polso. Ciascuna ricresceva pochi istanti dopo strappando mormorii di orrore al pubblico, ma di nuovo Rinaldo non parve turbato. Al contrario, anche agli occhi inesperti di Esme era chiaro che il re avesse un obiettivo preciso: la testa centrale dell’idra. Le altre otto però continuavano ad attaccare senza sosta per proteggerla e con questa foga spinsero a poco a poco il paladino nell’angolo del sabbione. L’odore del sangue del mostro appestava l’aria, pungente e metallico come bile imputridita. Il re si trovò a combattere tra una dozzina di teste tagliate, una selva di zanne e occhi sbarrati, musi schiacciati a terra e chiazze di fango violaceo. Il mostro fece un balzo nel tentativo di inchiodarlo, ma Rinaldo riuscì a sottrarsi con un guizzo e finalmente a scattare dove il sabbione era libero. Lasciò cadere lo scudo e corse verso il corridoio d’uscita, afferrò una delle torce che lo illuminavano e si voltò verso l’idra. Acciaio in una mano, fuoco nell’altra, un mezzo sorriso sotto i baffi biondi.
Quando il mostro tornò alla carica, il re sapeva esattamente cosa fare: schivò con grazia il primo morso, calò Fusberta per spiccare un’altra testa e poi piantò la torcia contro il moncherino per cauterizzare la ferita. L’idra emise un grido di dolore e fece un passo indietro, mentre il collo pulsava e si scuoteva. Sotto lo sguardo attonito dei parigini la testa provò a ricrescere ma non ci riuscì, si disfece in uno sfrigolio di carne ribollente. Accecata dal dolore, l’idra andò di nuovo all’attacco con le otto rimanenti, ma Rinaldo riuscì a evitarle tutte e a contrattaccare: un fendente micidiale mozzò un’altra testa facendola volare così in alto che il sangue piovve sugli spalti. Esme vide arrivare un fiotto violaceo e tutti intorno a lei si abbassarono per evitarlo. D’un tratto la visuale lungo le gradinate era libera ed ecco a un tiro di sasso le guardie che guardavano nella sua direzione.
Esme portò la mano alla testa e si accorse che lo scialle le era ricaduto sulle spalle, lasciando in bella vista la preziosa incastellatura di trecce color melograno.
«Fermatela!»
E così finiva, proprio sul più bello, la sua giornata tra i parigini che contano. Una mezza dozzina di spettatori inzaccherati di sangue color prugna si voltarono a guardarla, probabilmente credendola una ladra e non soltanto un’imbucata. Ma Esme non aveva tempo di vergognarsi: scivolò tra l’abate e la moglie del magistrato, scansò un capodoganiere e se la diede a gambe mentre provava a riavvolgersi lo scialle sui capelli. Corse su per le scale come una lepre, sfruttando il passo pesante delle guardie, e riuscì a raggiungere la cancellata che delimitava la tribuna dei notabili. Proprio in quel momento l’idra, nel tentativo di artigliare Rinaldo, diede una spallata al muro facendo vacillare le gradinate. Molti caddero in ginocchio ed Esme dovette aggrapparsi alla cancellata per rimanere in piedi, ma non appena ritrovò l’equilibrio scavalcò e si lasciò scivolare giù dall’altro lato. L’odore di sporco e sudore la accolse negli spalti popolari. Più lontani dall’arena, più affollati e più fetidi, ma specialmente più adatti a una lavandaia, come erano ansiose di ricordarle le due guardie. Stava per rialzarsi quando un coro di stupore si sollevò da tutto il pubblico. Stavolta Esme cedette alla tentazione e si voltò. Con la testa premuta tra le sbarre della cancellata, cercò di spingere lo sguardo nel cuore dell’arena.
L’idra aveva incurvato uno dei colli, e dalla bocca spalancata sputava una colonna di vapore scintillante, un torrente di ghiaccio che spense la torcia di Rinaldo. Un’altra testa sputò un secondo getto, e in un attimo il paladino si trovò a combattere tra sbuffi di gelo che provenivano da ogni direzione. La temperatura in tutta l’arena cominciava a scendere e anche le altre torce si erano spente: il re non poteva più cauterizzare le teste che tagliava e ne aveva ancora cinque da combattere. Nella tribuna dei notabili cominciava a crescere la preoccupazione per le sue sorti, e anche nel palco reale c’era agitazione. Esme si ritrovò con le mani aggrappate al ferro gelato della balaustra, incurante dei suoi inseguitori, protesa verso il sabbione.
Un’altra valanga di freddo investì Rinaldo, che riuscì a saltare via giusto in tempo: Fusberta però era rimasta intrappolata in un cono di ghiaccio. Il re aveva perso il fuoco e ora anche l’acciaio! Eccolo che schivava i colpi nascondendosi dietro le teste tagliate, saltando a destra e a sinistra come una volpe circondata da un branco di cani da caccia, finché una zampata lo raggiunse al fianco strappando via pezzi dell’armatura e un fiotto di sangue. Grida costernate del pubblico accompagnarono il re, che con uno slancio si liberava dall’accerchiamento di teste in cerca di un luogo sicuro. Si trovò sul bordo della pozza ghiacciata di sangue finto lasciata dal finto Rodomonte e sembrò che vi scivolasse sopra, ma invece l’attraversò pattinando sugli stivali e svelto si chinò a raccogliere dai resti della macchina scenica la pesante asta di ferro che era stata la schiena. La impugnò con entrambe le mani, roteandola con la facilità con cui avrebbe maneggiato una canna da pesca, e si mise a correre verso il mostro. L’idra andò all’attacco sibilando ma Rinaldo piantò la punta dell’asta nel terreno, sfruttando lo slancio per sollevarsi da terra e spiccare un salto altissimo. Passò sopra le teste con un’evoluzione, poi a mezz’aria tirò l’asta a sé, la roteò e assestò un colpo alla testa centrale del mostro. La sabbia stessa tremò quando le altre teste dell’idra stramazzarono al suolo. Il corpo le seguì subito dopo con uno schianto.
Il pubblico restò con il fiato sospeso mentre Rinaldo si rimetteva dritto e lasciava cadere l’asta accanto all’enorme creatura agonizzante: il re aveva dimostrato cos’era in grado di fare chi aveva il Signore dalla sua parte. Che fosse un applauso di amore o di paura, tutta l’arena si unì senza riserve. E di nuovo Esme applaudiva più di tutti, e le due guardie che la cercavano erano il problema di un’altra vita.
Ora entrava una squadra di vecchi agghindati di bianco, probabilmente vescovi, che portavano ogni genere di paramenti sacri. Quattro bracieri e un piccolo altare, una statua di san Giorgio e una di Carlo Magno, una chiesa a cielo aperto che venne disposta intorno all’idra morente. Era il momento della santa messa, e come un sol uomo gli occupanti degli spalti popolari si alzarono per guadagnare l’uscita: la parte migliore dello spettacolo era finita. Un vescovo si accostò a Rinaldo per benedire Fusberta, il re si accinse a sferrare il colpo di grazia ma l’idra lanciò un gemito e morì da sola, emettendo un profondo sospiro dalle bocche superstiti e uno spruzzo nerastro da sotto la coda. Un altro vescovo incominciò a dimenarsi, ricoperto di feci da capo a piedi, e per un istante gli spettatori furono di nuovo catturati dallo spettacolo che a sorpresa era ricominciato.
A Esme dispiaceva perdersi quei momenti finali ma doveva approfittare della confusione per raggiungere l’uscita. Non ebbe però il tempo di fare un passo che si sentì strattonare per la mantella. Senza neanche voltarsi la sfilò con una torsione delle spalle, si rimise dritta e sgusciò tra le gambe di un gruppo di ubriachi che furono fin troppo lenti a fare spazio alle guardie. Risalendo ancora le gradinate scelse un altro gruppo e si appiattì dietro la tunica del più grosso.
«L’idra era eccezionale» stava dicendo un amico al proprietario della tunica, «ma bello anche Rodomonte, non sapevo che era stato il re a ucciderlo.» Gli applausi scemavano e le teste cominciavano a voltarsi in cerca delle scale, e fu così che Esme si trovò davanti l’ultima persona che sperava di vedere: suo marito.
«Esme!» le disse lui, più sorpreso che infuriato. «Che ci fai qui?»
Lei non aveva una risposta pronta, ma per fortuna ci pensarono le guardie a dare le dovute spiegazioni sopraggiun...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. FURIOSO
  4. 1
  5. 2
  6. 3
  7. 4
  8. 5
  9. 6
  10. 7
  11. 8
  12. 9
  13. 10
  14. 11
  15. 12
  16. 13
  17. 14
  18. 15
  19. 16
  20. 17
  21. 18
  22. 19
  23. 20
  24. 21
  25. 22
  26. 23
  27. 24
  28. 25
  29. 26
  30. 27
  31. 28
  32. 29
  33. 30
  34. 31
  35. 32
  36. 33
  37. 34
  38. 35
  39. 36
  40. EPILOGO
  41. RINGRAZIAMENTI
  42. Copyright