Si era appuntata tutto quello che Marilyn Monroe le aveva detto. C’era stato un incidente in elicottero. Russ, una donna del posto e il pilota erano partiti da un eliporto alle sette del mattino di martedì primo gennaio. Era scoppiato un temporale; l’elicottero era stato colpito ed era scomparso nel tratto di mare tra Virgin Gorda e Anegada. Quest’ultima sembrava fosse appunto la meta, aveva riferito Marilyn. I resti dell’elicottero e le tre salme erano stati recuperati.
«Il procuratore del signor Steele è partito per le British Virgin Islands per identificare il corpo» aveva detto Marilyn. «E il signor Croft ha dato disposizioni per la cremazione.»
«Un momento» aveva detto Irene. «Che cosa?» Sapeva che era intenzione di Russ farsi cremare. Era l’intenzione di entrambi, a dire il vero, ma questo significava dunque… «Allora non farò in tempo a rivederlo, prima che…?»
«Mi dispiace, signora Steele» aveva continuato Marilyn. «Dovrà fidarsi del giudizio del signor Croft, in proposito. Il corpo andava identificato il prima possibile, perciò il signor Croft ha chiesto che se ne occupasse il procuratore del signor Steele. Il fattore tempo era fondamentale, ragion per cui è stato necessario prendere una decisione.»
«Non capisco! Non avrei dovuto essere io a decidere? Chi è questo procuratore, tanto per cominciare? Che diavolo significa? Non capisco!»
«È una notizia scioccante, me ne rendo conto. Anzi, più che scioccante. Ma, ribadisco, dovrà fidarsi del fatto che il signor Croft abbia adottato le misure appropriate.»
Fidarsi di Todd Croft? Un uomo che per tredici anni aveva tirato i fili della loro vita sebbene Irene lo avesse incrociato solo una volta. E non era stato nemmeno lui ad avvertirla che Russ era morto precipitando con un elicottero tra Virgin Gorda e qualche altro posto, un posto di cui lei non aveva mai nemmeno sentito parlare. Aveva lasciato che fosse la sua segretaria, Marilyn Monroe, a farlo. Doveva essere una battuta, uno scherzo, un brutto sogno. Irene era arrivata al punto di pizzicarsi con forza il braccio per essere sicura di essere sveglia e vigile; e che Ryan, il loro affascinante cameriere, non le avesse messo qualcosa nel vino.
Marilyn le stava dicendo che un tal “procuratore” avrebbe identificato il corpo e che Todd Croft aveva dato l’okay per la cremazione. Il tempo era un fattore fondamentale e lei non avrebbe più rivisto suo marito. «Come mai Russ era alle Virgin Islands?» aveva chiesto. «Non me ne ha mai parlato. Era lì per lavoro?»
«Aveva degli affari, lì» aveva risposto Marilyn. «E una casa.»
«Una casa? Mio marito non aveva nessuna casa alle Virgin Islands. Lo avrei saputo di certo. Sono sua moglie.»
«Mi dispiace davvero.» Poi, dopo una breve pausa, Marilyn aveva aggiunto: «Il signor Steele possiede una villa a St John».
«Una villa?»
«Sì. Se ha carta e penna con sé, posso girarle i dettagli…»
«Carta e penna?» aveva ripetuto Irene. «Prendo il primo volo.»
«Mi sento di sconsigliarglielo…»
«Non può impedirmelo. Russ era mio marito. Ho appena perso mio marito.» La segretaria riusciva a capire? Per un istante, spinta da un qualche bizzarro motivo, aveva pensato ai mariti della vera Marilyn Monroe. Arthur Miller. Joe DiMaggio. E altri. «Voglio vederci più chiaro su questa fantomatica casa. Perché, detto francamente, tutta questa storia suona un po’ strana. È sicura che stiamo parlando di Russell Steele di Iowa City? Originario di…» Dov’era nato Russ? Non le veniva in mente. «È proprio sicura?»
«Signora Steele» aveva ripreso Marilyn. Aveva il tono di voce che si usa con una persona irragionevole. «Se proprio insiste nel suo proposito, troverà una donna ad attenderla all’imbarco dei traghetti. Si chiama Paulette Vickers e il suo numero è 340-555-6121. La accompagnerà alla villa del signor Steele.»
Irene aveva avvertito un giramento di testa. Troppo chardonnay. La cena al Pullman con Lydia, Brandon il barman alla Prairie Lights… sembrava successo in un’altra vita, ormai.
«Mi dispiace davvero, Irene» aveva concluso Marilyn Monroe, in tono più gentile. Poi aveva messo giù.
Cash arriva il giorno dopo intorno alle dodici. Irene si risveglia distesa sulla méridienne di velluto viola, i vestiti ancora addosso. Winnie le sta leccando la faccia. Indugia per qualche istante nell’amore caldo e umido del cane di suo figlio, prima di riprendere del tutto coscienza. Apre gli occhi lentamente e, quando vede l’espressione di Cash… è allora che le torna in mente.
Russ è morto. È precipitato con l’elicottero su cui viaggiava. E con lui sono morti anche una donna e il pilota. Una villa. Su un pezzo di carta sul tavolino da caffè c’è segnato il numero di una certa Paulette. E anche i dettagli del volo.
Cash è sempre stato uno spirito libero, ma si fa carico della situazione egregiamente. Per prima cosa, si siede sulla méridienne accanto alla madre e le prende le mani. Si aspetta che pianga. Anche lei si aspetta di piangere, di zampillare come una diga sul punto di cedere – l’uomo che è stato suo marito per trentacinque anni è morto! –, ma non succede nulla. Non riesce a crederci. Non ha senso. Dev’esserci stato un errore. Russ alle Virgin Islands su un elicottero, diretto a un’isola di cui nessuno ha mai sentito parlare insieme a una donna del posto? E cos’aveva detto Marilyn Monroe a proposito di una villa? Cosa intendeva esattamente con villa? Irene la immagina come una casa di villeggiatura ai tropici. “La casa del signor Steele” l’aveva definita Marilyn. Cosa assolutamente priva di senso. La casa di Russ è questa, in Church Street. Avevano discusso della possibilità di acquistare qualcosa nella contea di Door, una volta che Milly fosse venuta a mancare. Un posticino in cui i ragazzi li potessero andare a trovare insieme alle rispettive famiglie. Irene si era immaginata sci d’acqua, pesca alla trota, grandi cene di famiglia intorno a un tavolo rustico, stelline pirotecniche in veranda mentre ascoltavano il richiamo delle strolaghe. Si era figurata una versione più anziana e brizzolata di lei e Russ, uno di fianco all’altra sulle sedie a dondolo. Ma quell’immagine era appena implosa come una stella nana.
«Milly» dice. Devono darle la notizia.
«Non ancora» interviene Cash. «Per prima cosa dobbiamo occuparci di te.» Dà un’occhiata al foglio sul tavolino. «Sono i tuoi voli? Li hai prenotati tu?»
Irene fa cenno di sì. Li ha prenotati la sera prima, benché adesso abbia come l’impressione di averlo sognato. Comprare un biglietto aereo per St Thomas è una cosa che non ha fondamento nella sua realtà (aveva scoperto di non poter volare su St John, dal momento che l’isola non ha un aeroporto. Eliporti privati sì, ma niente aeroporti commerciali. Dovrà prendere un traghetto da St Thomas). Eppure, lo aveva fatto. Volerà da Chicago ad Atlanta e poi da lì a St Thomas, con la Delta. Ha prenotato il ritorno a distanza di una settimana, e la cosa le sembra surreale. Che persona sarà dopo una settimana trascorsa a ricomporre i resti del marito sull’isola di St John? Perché di certo non potrà fare una cosa del genere e rimanere quella che è adesso.
«Li ho prenotati io» conferma. «Devo essere a Chicago domani alle nove.»
«Ti ci porto io» dice Cash. «E prenoterò lo stesso volo. Per me e Winnie. E dirò a Baker che ci incontreremo ad Atlanta.»
«Con Floyd?»
«No, Floyd deve andare a scuola. Rimarrà a casa con Anna. Saremo soltanto tu, Baker e io. E Winnie.»
Irene annuisce. Ci sono così tante cose a cui pensare. Solo che non gliene viene in mente nemmeno una. «Dovrebbe venirci a prendere questa donna, Paulette. Potresti chiamarla per dirle che arriviamo?»
«Lo farò. Ora ti porto un po’ d’acqua fresca e un’aspirina. E farò il caffè. Ce la fai a mangiare un toast?»
«No» risponde lei. Poi respira a fondo e percorre con lo sguardo il salotto ametista arredato con gusto impeccabile. Quante ore ha trascorso sgobbando su questa stanza, su questa casa? È come se negli ultimi sei anni fosse stata sposata alla residenza. Russ veniva per secondo, gli piaceva ripetere per scherzo. Quand’era di buonumore, lei ribatteva che stava allestendo il loro nido d’amore. Quando aveva la luna di traverso, gli rinfacciava che tanto lui a casa non c’era mai.
Solo adesso si rende conto di quanta poca attenzione gli riservasse davvero: i particolari del suo lavoro, dove fosse e che cosa facesse. Quando ci aveva parlato, lunedì pomeriggio, che cosa le aveva detto? Che aveva in programma una cena di lavoro con dei clienti. Che non era sicuro di resistere in piedi fino a mezzanotte. E che l’amava.
Le aveva mentito?
La villa. Le Virgin Islands. Una donna del posto.
Sì, le aveva mentito.
Quando Cash si ripresenta con il caffè, Irene gli dice: «L’ho detto solo a te e a Baker».
«Bene.»
«Non l’ho detto alle amiche. Non l’ho detto in ufficio. E nemmeno a Milly. Che cosa dirò a Milly?»
«Una cosa alla volta» consiglia Cash. «Chiamerò la redazione e dirò che c’è stata un’emergenza in famiglia e che sarai via per una settimana.»
Irene annuisce. Il lavoro è l’ultimo dei suoi pensieri, visto che è stata appena demansionata. Se la caveranno benone senza di lei. Non le importa nulla della rivista. Non le importa più di nulla se non del fatto che Russ se n’è andato per sempre.
«Non possiamo dirlo a Milly» osserva Cash.
«Non possiamo non dirglielo» replica lei.
«Glielo diremo insieme quando saremo tornati. Non possiamo dirglielo e poi lasciarla qui da sola.»
«Hai ragione.»
«Stasera chiamala come fai sempre» prosegue Cash. «E dille che stiamo partendo per una vacanza a sorpresa.»
“Una vacanza a sorpresa” pensa Irene.
È tutto sfocato, indistinto, finché l’aereo non atterra a St Thomas e gli altri passeggeri esplodono in un applauso.
Irene sbircia dal finestrino. St Thomas ha colline di un verde lussureggiante punteggiate da edifici dai colori vivaci: il giallo della sabbia, il rosa delle conchiglie. L’acqua è… be’, di quel turchese brillante che si vede nelle pubblicità. Sì, St Thomas ha proprio l’aria di essere uno di quei posti che ti strappano un applauso.
«È così… bello» dice.
«Io e Anna abbiamo fatto il viaggio di nozze ad Anguilla» racconta Baker. «Era simile, solo più pianeggiante.»
«Già.» Irene ricorda di essere rimasta sconcertata di fronte alla loro decisione. Come regalo di matrimonio, lei e Russ si erano offerti di pagare il viaggio di nozze – qualunque destinazione avessero scelto, qualsiasi posto al mondo – e loro avevano optato per Anguilla. Le era sembrato così… privo di immaginazione. Ma Baker aveva spiegato che per Anna era importante non allontanarsi troppo da casa. E che voleva soltanto sole, massaggi e alcol in abbondanza. Non le andava di girare.
Se fosse toccato a lei scegliere, Irene sarebbe andata senza dubbio in Europa. Francia, Svizzera, Inghilterra: posti ricchi di storia e di cultura. Così avevano fatto, in effetti, lei e Russ: una settimana a Londra, una settimana alle Cotswolds e poi una in Provenza, una a Parigi e un’altra a St Moritz. L’alternativa era andare a sciare in Colorado. Irene sa di nutrire un pregiudizio naturale riguardo ai Caraibi. Come mai? Le torna in mente un viaggio in Giamaica quando i ragazzi erano ancora piccoli, dieci e otto anni, forse nove e sette. Era stato quando ancora non avevano soldi, ragion per cui avevano prenotato un albergo mediocre nei pressi dell’aeroporto. Aveva piovuto tutta la settimana, tanto che non avevano messo il naso fuori dalle loro stanze, praticamente. Alla fine, Russ aveva allungato ai ragazzi qualche spicciolo perché andassero a giocare ai videogame nella hall dell’albergo. Dopo aver schiacciato un pisolino di un paio di ore, Irene si era svegliata per scoprire, non senza agitazione, che Baker e Cash non erano ancora risaliti. Russ era sceso a controllare, per poi tornare di sopra correndo, in preda al panico. I ragazzi erano spariti.
Irene ricorda ancor...