«Allora, cos’hai visto?»
Ecco la domanda che tutti continuano a farmi, ancora oggi, anche se ho lasciato il lavoro da Hexa sedici mesi fa. Insistono e, se la mia risposta non è all’altezza delle aspettative – troppo vaga, non abbastanza scioccante –, ci riprovano con parole leggermente diverse: «Ma qual è la cosa più orrenda che hai visto?» chiede Gregory, il mio nuovo collega del museo. «E quindi di preciso cosa devo immaginarmi?» domanda zia Meredith, che da anni vedo solo all’anniversario della morte di mamma, ma che da un po’ ha preso l’abitudine di chiamarmi ogni prima domenica del mese per chiedere come sto e, ah già, cos’è che vedevi di preciso? «Scegli un video, una foto o un post che ti ha davvero turbato» questa è la dottoressa Ana. «Raccontami cos’hai provato e pensato. Immaginalo come un video, sì, un video che ti riprende mentre, lì seduta davanti allo schermo, guardi quelle immagini spiacevoli» dice, e a quel punto mi si avvicina con uno dei suoi strumenti con la lucina che va su e giù.
E anche lei fa parte di questo gruppo, signor Stetić. Ormai mi telefona quasi tutti i giorni: «La prego di richiamarmi, signora Kayleigh». Ma lo sa che Kayleigh è il mio nome di battesimo? No, vero? Ovviamente sono stati i miei ex colleghi a darle i miei contatti e, siccome loro non sanno come faccio di cognome, ora lei mi chiede: «Allora, signora Kayleigh, cos’ha visto?».
Fingono tutti che sia una domanda normalissima, ma come può essere normale una domanda da cui ci si aspetta una risposta atroce? Senza contare che questa gente non è interessata a me. Forse non è poi così insolito, forse nessuna domanda nasce dall’interesse per il prossimo, quanto dalla curiosità per le vite che noi non abbiamo vissuto (“Allora, signor Stetić, com’è questo diritto civile? Divertente?”), eppure in Gregory, in zia Meredith e perfino nella dottoressa Ana avverto una certa morbosità, un bisogno che porta a fare domande ma che non potrà mai essere soddisfatto del tutto.
Ho visto la diretta di una ragazza che si infilava un coltellino per nulla affilato nel braccio, ha dovuto spingerlo a fondo prima di veder affiorare una goccia di sangue. Ho visto un uomo che prendeva a calci il suo pastore tedesco così forte da farlo sbattere contro il frigorifero tra i guaiti. Ho visto bambini sfidarsi a ingoiare una dose spropositata di cannella. Ho visto gente decantare le qualità di Hitler con vicini, colleghi e lontani conoscenti, così, senza troppi problemi, a uso e consumo di potenziali partner e datori di lavoro: “Hitler avrebbe dovuto completare l’opera” sotto alla foto di due migranti su una barca.
Tutti esempi da nulla, lo sa anche lei, giusto? Si tratta di vicende già comparse sui giornali, raccontate da altri ex moderatori, il che comunque non significa che non mi ci sia imbattuta anch’io: saluti nazisti, cani maltrattati... E la ragazzetta con la lametta ormai è diventata un classico, come lei ce ne sono a migliaia, una in ogni via, le immagino così: nelle case in cui la luce del bagno rimane accesa di notte, sedute da sole sul pavimento duro e freddo. Ma non è questo che gli altri vogliono sentire. Vogliono che descriva qualcosa di nuovo, cose che loro non oserebbero guardare, che vanno al di là della loro immaginazione, e quindi Gregory chiede: «Ma qual è la cosa più orrenda che hai visto?», e non: “Come sta ora quella ragazza, sei forse riuscita ad aiutarla?”. Dio, no, la gente non ha idea di cosa implicasse il mio lavoro precedente, e in parte è anche colpa sua, signor Stetić. Leggendo le notizie sulla causa che lei sta intentando per conto dei miei ex colleghi, la gente pensa che ce ne stessimo passivi davanti agli schermi, che non sapessimo cosa stavamo facendo, ignorassimo cosa ci aspettava, sottoposti senza alcuna preparazione a un bombardamento di migliaia di immagini scioccanti che ci hanno bruciato i neuroni all’istante o quasi: ecco, le cose non stavano così. O quantomeno non del tutto, e non per tutti.
Sapevo cosa mi aspettava. Sapevo ciò che facevo e me la cavavo piuttosto bene. Ricordo ancora tutte le regole e ogni tanto mi capita di applicarle, è un processo automatico, deformazione professionale, lo faccio con le serie tv, i video o nella vita quotidiana, con ciò che accade attorno a me: la signora che viene sbalzata dalla carrozzina elettrica può finire online? No, se c’è del sangue. Sì, se la situazione è chiaramente comica. No, se si può parlare di sadismo. Sì, se quanto mostrato ha un valore educativo, e infatti, bingo, certo che ha un valore educativo, quella rampa per il parcheggio davanti al museo è un bel problema – “Bisogna davvero che qualcuno faccia qualcosa”, se aggiungo queste parole il video è ammesso –, ecco cosa penso mentre strappo quattro biglietti. E no, non è sempre piacevole avere quelle regole che mi ronzano in testa, ma sa una cosa? In un certo senso sono ancora orgogliosa di quanto conoscessi bene le linee guida. Ma lei vuole che le racconti altro, giusto?
Non ho risposto a nessuna delle sue mail. Né l’ho mai richiamata, e credevo che ormai l’avesse capito. Non voglio parlare con lei. Non voglio unirmi ai suoi assistiti. Non voglio partecipare alla vostra causa. Ma lei continua a telefonarmi e insistere e oggi ho ricevuto la sua seconda lettera (ha una grafia molto elegante, signor Stetić).
Non pensi che non la capisca. Lei è avvocato, è suo compito continuare a insistere, le tecniche di persuasione le padroneggia con maestria: ho notato che a ogni messaggio che lascia il suo tono si fa più amichevole. Sa che la ascolto, sa che mi abituo alla sua voce e quindi non dice più “lei, signora Kayleigh”, ma mi dà del tu e all’improvviso parla della “prospettiva di una somma cospicua”, e a essere sincera trovo piuttosto inquietante che lei sappia che una somma cospicua mi farebbe davvero comodo; i miei ex colleghi le avranno raccontato dei miei debiti e mi chiedo se questo sia in linea con le regole generali sulla privacy, ma in fondo lei lo saprà meglio di me.
Ancora due anni al museo e avrò saldato tutto. Sempre che lavori anche nei festivi, che pagano meglio; devo sperare di essere chiamata anche per Pasqua e Santo Stefano perché no, non voglio assolutamente collaborare con lei, anche se capisco benissimo come mai i miei ex colleghi abbiano deciso di farlo.
Ho letto che in questi giorni Robert (i nomi in quell’articolo sono stati modificati ma sono sicura che “Timothy” sia Robert) dorme con un taser, angosciato dall’idea che i terroristi vengano a prelevarlo di notte. Che “Nataly” non sopporta rumori forti, luci intense e movimenti inaspettati ai margini del campo visivo (un problema che avevano molti dipendenti, quindi non so chi sia Nataly). So che parecchi dei miei ex colleghi scappano non appena qualcuno si mette in fila dietro di loro al supermercato, che di giorno restano a letto finché non scende il buio e poi restano svegli finché non sorge il sole; troppo stanchi per cominciare un nuovo lavoro, vedono costantemente cose di cui nemmeno io parlo volentieri, e parte di questi disturbi non mi è del tutto estranea, purtroppo. E sì, come parecchi ex colleghi sono stata io a dimettermi da Hexa, quindi lo ripeto, capisco perché lei stia cercando di contattarmi.
Ma se vuole capire perché non intendo accogliere la sua richiesta deve sapere una cosa sul mio conto. Le immagini che mi tengono sveglia la notte, signor Stetić, non sono le foto terribili di adolescenti insanguinati e bambini nudi, né i video di accoltellamenti e decapitazioni. No, le immagini che non mi fanno dormire sono quelle di Sigrid, l’ex collega a cui tenevo di più. Sigrid appoggiata al muro, debole e senza fiato: sono quelle le immagini che vorrei dimenticare.
Infatti le scrivo con una proposta. Lo veda come un accordo, uno scambio. Le parlerò dei miei mesi a Hexa, le racconterò le mie mansioni, le regole, le famigerate condizioni di lavoro pietose; cose, insomma, che senza dubbio la interessano.
Poi le spiegherò perché me ne sono andata da Hexa. Non l’ho mai raccontato a nessuno ma sarò sincera, del tutto sincera, al 100 percento. A quel punto capirà da sé perché non voglio diventare sua cliente, signor Stetić, anzi, probabilmente non mi vorrà più nemmeno assistere.
In cambio le chiedo di non rivelare queste informazioni e di lasciarmi in pace una volta per tutte. Niente mail, niente telefonate, nessuna improvvisata sotto casa mia nei prossimi giorni; se i miei ex colleghi chiedono notizie, può limitarsi a rispondere che mi sono trasferita all’estero, si inventi qualcosa, so che le riesce benissimo.
Sia chiaro: ciò che scrivo non è una testimonianza ufficiale. Non farò mai il nome dell’imputato, sa che infrangerei il contratto se lo facessi; mi sono informata, conosco la mia posizione legale, quindi le ripeto: non accuso nulla o nessuno di alcunché. Le racconto soltanto, una sola volta, la mia storia.
Le nuove leve di ottobre erano diciannove. Prima di iniziare seguimmo un corso obbligatorio e di quella settimana ricordo soprattutto Alice, una donna bionda con le stampelle che aveva trent’anni in più rispetto alla maggior parte del gruppo. Durante una pausa sigaretta Alice raccontò di aver lavorato come educatrice socio-pedagogica. “Ma questa che ci fa qui?” ricordo di aver pensato (più avanti Sigrid mi raccontò di aver pensato lo stesso di me: “Ma questa Kayleigh che ci fa qui?”. L’avevo colpita subito, disse, mi trovava intrigante, con i capelli corti e la maglietta sgualcita dei NOFX, sembrava che non me ne fregasse nulla di quello che pensavano gli altri, e la cosa le pareva estremamente sexy). Quella settimana, quando distoglievo lo sguardo dallo schermo, osservavo Alice, che pareva lavorare sempre con la massima concentrazione, le stampelle appoggiate alla scrivania. In genere le pause le trascorrevo con lei, avrebbe potuto essere mia madre e per qualche strano motivo mi attraeva, non necessariamente a livello erotico. Alice parlava poco, era piuttosto impenetrabile, ma quando il terzo giorno la sentii dire che chi masticava gomme le faceva schifo – «È la consistenza, sembra di avere un grumo di muco in bocca» – ingoiai subito la mia Stimorol.
Con le altre nuove leve non parlavo. Non ero lì per stringere amicizie, mi dicevo; non era forse per quello che nel mio ultimo lavoro era andato tutto storto? Grazie alla mia “socievolezza”, chiamiamola così, ora mi trovavo con una carta di credito bloccata. Mi ero candidata per Hexa soprattutto perché lo stipendio era più alto del 20 percento rispetto al call center da cui provenivo. Per il resto l’annuncio non diceva molto, oltre all’indicazione dello stipendio compariva soltanto una descrizione sommaria della posizione: Hexa cercava “addetti qualità”. Avevo dovuto controllare cosa significasse, ma per quel 20 percento in più avrei raccolto volentieri la spazzatura. Durante il colloquio, che fu piuttosto superficiale, mi dissero che Hexa non era altro che un subappaltatore. In realtà avrei “valutato contenuti” per un’azienda tecnologica grande e potente che, mi dissero prima che potessi anche solo sfiorare il contratto, non avrei mai potuto nominare. Scoprii ben presto che questa piattaforma – il suo imputato, signor Stetić – dettava tutte le nostre regole, gli orari di lavoro e le linee guida. E che tutti i post, le foto e i video che avremmo giudicato erano stati segnalati come “offensivi” da utenti e bot di quella piattaforma specifica e delle sue società controllate. Noi, le nuove e straordinariamente disciplinate leve di ottobre, facemmo di tutto per non nominare il nostro effettivo datore di lavoro durante il primo giorno del corso, finché non scoprimmo che i nostri istruttori, un ragazzo e una ragazza che, ci raccontarono, avevano iniziato a loro volta come moderatori, lasciando intendere che una simile promozione fosse alla portata di tutti noi (una prospettiva allettante che portò alcuni del nostro gruppo, credo, a lavorare per Hexa più a lungo di quanto la loro salute potesse sopportare), il nome della piattaforma lo utilizzavano senza problemi. “La piattaforma ritiene questo” dicevano, “la piattaforma permette quello”, e così capimmo ben presto che avremmo dovuto tenere la bocca chiusa soprattutto nei confronti del mondo esterno. Lì, nel palazzo che ospitava gli uffici di Hexa, nascosti e protetti in un’area commerciale servita da una fermata dell’autobus, eravamo tra pari, confratelli affiliati a una società segreta. Quel corso era un battesimo, un rito di iniziazione che doveva dimostrare se fossimo degni di partecipare. O almeno così la pensavo allora.
Ci diedero due manuali, il primo giorno. Uno con i termini d’uso della piattaforma e uno con le linee guida per i moderatori. Che quelle linee guida cambiassero ogni manciata di giorni e che il volume ricevuto in quel momento fosse in realtà già superato, ancora non lo sapevamo. Non potevamo portare a casa i manuali, quindi imparavamo sul campo. Nella prima giornata del corso, sui nostri schermi comparvero post di solo testo, e dal terzo giorno anche foto, video e dirette. La domanda era sempre la stessa: questo contenuto può rimanere sulla piattaforma? E, se no, perché? Quella era la questione più complicata. Una frase come “Tutti i musulmani sono terroristi” è vietata dalla piattaforma perché i musulmani sono una CP, una “categoria protetta”, così come le donne, gli omosessuali e, che lei ci creda o meno, signor Stetić, gli eterosessuali. “Tutti i terroristi sono musulmani” invece è ammessa, perché i terroristi non sono una CP e inoltre “musulmano” non è una parola offensiva. Il video di qualcuno che lancia il gatto dalla finestra è ammesso solo quando alla base del gesto non c’è crudeltà, la foto di qualcuno che lancia il gatto dalla finestra è sempre ammessa, il video di due persone che si baciano a letto è ammesso a patto che non si vedano organi genitali o capezzoli femminili, i capezzoli maschili sono sempre ammessi. Il disegno realizzato a mano di un pene in una vagina è ammesso, il disegno digitale di una vulva no, un bambino nudo può essere mostrato solo se l’immagine è legata a una notizia, a meno che non riguardi l’olocausto; le foto di vittime dell’olocausto minorenni e senza vestiti sono vietate. La foto di una pistola è concessa dalle linee guida, ma non se la pistola è in vendita. È ammesso augurare la morte a un pedofilo, ma non a un politico. Il video di una persona che decide di farsi esplodere in un asilo deve essere rimosso per ragioni di propaganda terroristica, non per violenza o maltrattamento dei minori. Quando selezionavamo la categoria errata, che la rimozione fosse corretta o meno, ci veniva assegnato un giudizio negativo. Quella settimana valutammo duecento post al giorno (sì, dopo l’assunzione divennero molti di più) e alla fine di ogni giornata ci venivano mostrati i punteggi di precisione. Hexa mirava al 97 percento di giudizi corretti e all’inizio ci restavo male quando non riuscivo ad andare oltre l’85. Finché non cominciai a sbirciare sullo schermo di Kyo. Forse di dieci anni più giovane di me – gli scarabocchi fatti a penna sullo zaino suggerivano che avesse appena finito le superiori –, Kyo si sedeva spesso accanto a me e il suo punteggio non superava mai il 75 percento. Era incoraggiante, in un certo senso. Ma quando il quarto giorno, alla fermata dell’autobus, Alice mi raccontò di aver giudicato correttamente il 98 percento delle segnalazioni, per quella sera decisi di saltare la solita birra per vedere se l’indomani avrei ottenuto un punteggio migliore.
Come se la fosse cavata Sigrid in quei giorni, non lo so. Se mi chiedesse quand’è stata la prima volta in cui l’ho notata per davvero, le risponderei: all’ultimo giorno del corso, durante il nostro “esame”. Mi sembrò un esercizio piuttosto str...