I
Oggi ho incontrato un giovane, egregio signore, il cui nome non dovrebbe esserle sconosciuto. Si chiama Schnecker, per quanto ne so abita già da decenni vicino a lei ed era un compagno di scuola del suo fratello disperso. Ma questo non è tutto. Da oggi so anche che lei ha atteso invano per cinque anni notizie di suo fratello, sulla cui sorte le è stata comunicata la fatale menzogna burocratica: «Disperso». Ebbene, Schnecker avrebbe potuto correggere questa menzogna. Ci sono solo due uomini al mondo che avrebbero potuto darle certezza, uno è Schnecker, l’altro sono io. Ho taciuto. Quando avrà letto la mia relazione comprenderà che non potevo venire da lei e “raccontarle”, come si suol dire.
Mi scusi se ora sono costretto a comunicarle qualcosa che non si può in nessun modo addolcire. Suo fratello è morto.
Schnecker dava veramente l’impressione di una grande allegria. Lo incontrai sulla terrazza di un caffè estivo, sotto quegli allegri ombrelloni colorati, delimitati da grandi casse rosse di gerani, dove siede gente spensierata, che porta occhiali da sole e osserva la corrente dei passanti. Schnecker era in compagnia di una giovane donna.
La giovane era graziosa, allegra e disinvolta. Entrai nella terrazza contro le mie intenzioni, mi sedetti al tavolo accanto per osservarli di nascosto e ordinai un gelato.
La mia eccitazione era aumentata dal fatto che Schnecker non era cambiato. Era leggermente ingrassato, più ringiovanito che invecchiato, con quei leggeri sintomi di un incipiente collo taurino che, per un determinato tipo di tedeschi di ceto elevato, inizia inevitabilmente quando hanno trentadue anni e sono abbastanza grandi da entrare nel partito paterno e collaborarvi attivamente. Quando ebbi ringraziato il cameriere e mi fui seduto in modo che niente potesse sfuggirmi, Schnecker stava dicendo:
«E Winnie?»
«È sposata, non lo sapevi? È felice, felice da morire, ti dico.»
Schnecker rise.
«Lo saremo anche noi» disse dolcemente e mise la mano su quella della ragazza. Lei spalancò i suoi grandi occhi, soavi e appena un pochino stupidi, così diritti su di lui, che ebbi la sensazione che si sarebbe liquefatta per la felicità e che sarebbe rimasta sulla graziosa, leggera sedia estiva come una massa di un qualche genere di zucchero. «Sigaretta?» chiese Schnecker e le porse l’astuccio aperto. Lei prese una sigaretta, fumarono entrambi e si dedicarono al loro gelato. Fuori passava la fiumana di gente sudata, vestita con abiti leggeri, che si recava in città per i saldi estivi o ne ritornava. I loro volti mostravano la stessa tensione che un anno prima si poteva osservare nella coda per le patate. Su quei visi c’erano paura, stanchezza e avidità. Io mescolavo indeciso il mio gelato, la sigaretta non mi piaceva più.
«Oggi è proprio un bel giorno di festa» incominciò di nuovo Schnecker.
«Oggi è un giorno di festa assolutamente straordinario» disse la ragazza.
«Davvero.»
«Ma certo, scusa! Il modo in cui sei passato! Con prontezza e sicurezza e l’unico con “Ottimo”. Ma dimmi,» rise sommessamente verso di lui «adesso ti metteranno un vero cappello da dottore?»
«No cara, ma ascolta,» inghiottì prima un cucchiaio di gelato «propongo di andarcene via subito, di fare una partita e poi di vestirci per bene e di andare al Kosmo per una piccola festa privata, prima che incominci la storia ufficiale...»
Questa volta fu lei a mettere la mano su quella di lui. All’improvviso mi sentii così male che dovetti alzarmi e fare qualcosa.
Misi sul tavolo una banconota troppo alta, che non mi potevo affatto permettere. Ma tutto mi era indifferente. Barcollai fuori; mi lasciai trascinare per un tratto dalla fiumana sudata e chiassosa e girai poi in una strada silenziosa e devastata, piena dell’ombra delle facciate rimaste in piedi. Mi sedetti da qualche parte su quello che restava di un muro. La pace delle rovine è la pace dei cimiteri...
Adesso viene il momento, credo, che io mi presenti. Mi chiamo Wenk, ero il portaordini di suo fratello, il tenente Schelling. Le dicevo che è morto. Avrebbe potuto saperlo già da molto tempo. Non avrebbe dovuto far altro che entrare nella casa del suo vicino e osservare un po’ più attentamente i suoi occhi, quegli occhi che spingeranno una ragazza così carina, incantevole, che sparge superlativi intorno a sé, a mettere al mondo con lui i due bambini in programma. Oh, quel tesoro, come piangerà quando il sacerdote metterà le loro mani una sull’altra e l’organo farà risuonare le note di una fuga di Bach, eseguita non dall’organista della chiesa, troppo modesto e sciatto, ma da un musicista chiamato per l’occasione. Non manchi di assistere alle nozze. Non dimentichi di assaggiare i dolci, il vino e i sigari e faccia attenzione che sua madre non manchi di congratularsi nel modo dovuto e di offrire un regalo che corrisponda al grado di amicizia. Questo vincolo, dal quale nasceranno nuovi Schnecker, deve essere festeggiato come si deve. Io non so che cosa si regala per un matrimonio nel vostro ambiente e a questo livello di amicizia, da noi un ferro da stiro, o una terrina da bowle, che verrebbe usata ogni tre anni, oppure mai. Ah, basta con queste chiacchiere. Cerco soltanto di differire qualcosa che mi riesce difficile scrivere, perché suona troppo inverosimile di fronte a questo dottore in giurisprudenza appena sfornato e dalla nuca appena un po’ grassa. Ma ascolti: Schnecker è l’assassino di suo fratello. Ecco, l’ho detto. E non lo intendo in senso metaforico, in qualche modo soltanto allegorico, ma puramente e semplicemente come l’ho detto: Schnecker è l’assassino di suo fratello...
Lei è un uomo giovane. Penso che abbia circa vent’anni. Mi sono preso la libertà di curiosare per un paio di pomeriggi intorno alla sua casa e a quella di Schnecker, ma certamente lei non ricorderà quel tipo assolutamente insignificante, con gli occhiali da sole e la sigaretta, che stava sotto un arbusto di sambuco, una specie di investigatore dilettante del destino, che si sente in obbligo, per una pensione di trenta marchi, che può ricevere mensilmente allo sportello dell’ufficio postale, di rendere alla patria un piccolo contraccambio.
Dunque, lei ha vent’anni, ritengo. L’ho vista uscire in fretta con la cartella, a ore fisse, e ho creduto di leggere sul suo viso qualcosa che posso interpretare soltanto così: preoccupazione per l’esame di maturità. Niente paura, ce la farà. Non lo prenda troppo sul serio. Noi eravamo ancora fieri di avere “Buono” in geografia e matematica, quando ci costrinsero a guardare uomini ai quali era stata sparata a regola d’arte una raffica di mitragliatrice nella pancia. Mi creda, erano tutti uguali, quelli che avevano “Buono” in latino e quelli che di latino non avevano mai sentito parlare. Avevano un aspetto orribile, non c’era niente, ma proprio niente di edificante in questo. Erano tutti uguali, polacchi, tedeschi, francesi, eroi e vigliacchi. Di più non posso dirle. Appartenevano alla terra e la terra non apparteneva più a loro. Questo è tutto...
Ma prima che le racconti come Schnecker uccise suo fratello devo presentarmi meglio. Non sono un tipo che ispira molta fiducia. La maggior parte del tempo la passo stando disteso sul letto e fumando sigarette. Le gelosie sono sollevate ed entra soltanto la luce necessaria per controllare quale lato della carta da sigarette è spalmato di colla. Vicino al letto c’è la mia sedia, coperta da un gran mucchio di tabacco giallo, sciolto. La mia occupazione consiste nell’arrotolare una nuova sigaretta quando il mozzicone che ho in bocca è diventato umido e non tira più. Il tabacco mi procura un bruciore in gola, lancio le cicche dalla finestra e quando a volte mi sporgo, posso vederne nuotare moltissime nella grondaia, gialle cose aperte come vermi gonfi, da molte il tabacco è uscito e galleggia nella melmosa brodaglia verdastra che riempie la grondaia, perché la sua pendenza va in senso opposto allo scarico. A volte, quando questa brodaglia è diventata troppo densa, prendo in prestito la scopa della domestica della mia padrona di casa e scopo via tutto verso lo scarico, dove sparisce con un leggero gorgoglio...
Solo di rado mi lascio persuadere a fare qualcosa. La mia unica preoccupazione è quella di procurarmi il tabacco, che pago con la vendita dei miei libri. Questa occupazione da sola è faticosa quanto basta. Per fortuna sono discretamente informato sul prezzo dei libri, del resto non ho la pazienza di ricavarne il valore reale. Così mi trascino controvoglia in negozi di antiquariato piccoli e bui, che hanno quell’odore di muffa che producono soltanto i mucchi di libri: secco, mucido, stantio. Lascio stimare le mie proprietà spirituali secondo il loro valore materiale da sottili mani giallastre, i cui movimenti mi ricordano la fretta silenziosa e repellente dei procioni. Mercanteggio soltanto di rado, solo quando l’offerta sembra troppo bassa; per il resto mi limito ad annuire e a tener duro se il misero viso dello strozzino mi si avvicina, mentre mi conta il denaro, per farmi accettare all’ultimo momento un ulteriore ribasso. Mi sono rassegnato al fatto che non la spunterò con questa gente più che con la guerra.
II
Il mio primo incontro con Schnecker ebbe luogo nell’estate del 1943. Da un’unità di interpreti di stanza a Parigi ero stato comandato a una delle divisioni costiere, dove avrei dovuto prendere nuovamente parte alle gioie del “vero” servizio di fanteria. Dall’ultima stazione ferroviaria avevo raggiunto un paese addormentato che sembrava fatto di lunghi muri bassi, circondati da erba rigogliosa. Lì, nella regione nordoccidentale della Normandia, si stende, parallela alla costa, una striscia di terra che emana contemporaneamente il malinconico abbandono della brughiera e della palude; si vedono pochi, piccolissimi insediamenti, fattorie abbandonate e in rovina, ruscelli poco profondi che scorrono lentamente verso i rami impaludati della Somme o sprofondano sottoterra.
Dalla stazione, dopo un’inchiesta faticosa, avevo raggiunto il comando di battaglione. Lì, come al solito, mi avevano fatto aspettare a lungo e poi mi avevano indirizzato a una delle compagnie. Il furiere, un maresciallo, mi propose di aspettare il soldato incaricato di distribuire la posta alla mia futura unità e di fare la strada con lui. Ma voleva dire aspettare altre quattro ore davanti a quella palazzina desolata, per cui lo pregai di indicarmi la via, salutai e partii.
Mentre mi mettevo in spalla il mio bagaglio nell’ingresso buio, passò un ufficiale, un ragazzo alto e snello che, nonostante la sua giovinezza, portava i gradi di capitano. Eseguii il famigerato “saluto sull’attenti”, lui mi guardò come se fossi di vetro, non fece neppure un cenno e proseguì. Era Schnecker.
Fu soltanto un mezzo secondo, quello che passò, ma in quel mezzo secondo io sentii la totale mortificazione nella quale l’uniforme ci costringeva. Ogni secondo in cui l’avevo portata l’avevo odiata, ma ora fui soffocato da un tale disgusto che sentii realmente un sapore amaro sulla lingua. Mi affrettai dietro alla figura che si dirigeva verso la fureria, mi misi davanti in modo che non potesse raggiungere la maniglia, mi rimisi sull’attenti e dissi: «Prego il signor capitano di rispondere al mio saluto». L’odio mi riempiva come un piacere profondo. Mi guardò come se fossi diventato pazzo.
«Come?» chiese rauco.
Ripetei le mie parole con voce indifferente, lo salutai ancora una volta, lo guardai, salutai ancora.
La lotta si svolgeva soltanto tra i nostri occhi. Era furioso, avrebbe voluto sbranarmi, ma io, dalla punta freddamente vibrante dei capelli fino agli alluci, ero pieno di odio cristallino. All’improvviso alzò la mano al berretto, gli lasciai il passo, gli aprii la porta e me ne andai. Attraversai in fretta il paese che dormiva pigramente, girai, come mi era stato indicato, alla terza strada a sinistra verso la costa e presto mi trovai in una zona completamente disabitata. La calura di mezzogiorno tremolava sui prati, il sentiero era pietroso e polveroso, a volte comparivano piccoli gruppi di alberi, molti cespugli, non vidi nessun campo. Osservai la scarsa ombra e camminai a caso per una mezz’ora, poi all’improvviso mi fermai, alzai gli occhi e soltanto a quel punto mi resi conto che per tutto il tempo avevo fissato davanti a me senza vedere. Ero stanco e improvvisamente sfinito. Il margine della strada era coperto d’erba lussureggiante, ma quando volli sedermi scoprii ad appena un centinaio di metri un gruppo d’alberi più esteso che faceva pensare a una casa. Nella calura opprimente le mucche si erano rintanate vicino ai cespugli. Attraversai un sentiero lastricato e mi fermai davanti alla casa: era quasi in rovina, circondata da una sterpaglia rigogliosa, aveva finestre cieche e sopra la porta un’insegna quasi completamente distrutta, sulla quale si poteva leggere, della parola “Ristoro”, soltanto il residuo “sto”.
La porta era aperta, entrai in un ingresso che sapeva di stantio, a destra aprii una porta marrone. La stanza nella quale entrai era vuota. Posai il bagaglio, gettai berretto e cinturone su una sedia, trassi di tasca il mio grande fazzoletto e incominciai ad asciugarmi il sudore mentre mi guardavo intorno.
Involontariamente in queste bettole ci si aspetta una vecchia burbera, una specie di strega, con la barba, sporca, che offre roba tiepida. Fui molto stupito quando entrò una ragazza giovane e graziosa, e anche pulita, che mi salutò brevemente, ma non scortesemente, con l’abituale «Buongiorno, signore».
Risposi al suo saluto e la guardai troppo a lungo. Era molto bella. I suoi occhi scuri erano grandi, un poco velati e sembravano sempre smarrirsi. I capelli fulvi cadevano sciolti sulle spalle ed erano legati sulla fronte con un nastro blu. Un odore di latte e di mammelle emanava...