
- 352 pagine
- Italian
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eBook - ePub
La perfetta istitutrice
Informazioni su questo libro
Alexandra Mountbatten, anche se appassionata di astronomia, è una ragazza concreta e, per realizzare i propri sogni, accetta il posto da istitutrice che Chase Reynaud, erede di un duca e libertino, le ha offerto perché si occupi delle due orfane di cui è tutore. Fin da subito la giovane capisce che quelle ragazzine selvatiche hanno semplicemente bisogno di una casa in cui regni l'amore. Tutte le donne di Londra, però, hanno provato a conquistare il cuore tormentato di Chase, ma esiste per lui una sola regola in materia di affetti: nessun attaccamento. Almeno finché non incontra quell'estrosa istitutrice.
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Informazioni
Print ISBN
9788804764472eBook ISBN
97888357185811
La mattina iniziò nello stesso modo in cui, ultimamente, iniziava la maggior parte delle mattine di Chase. Con un tragico decesso.
«È morta.»
Si voltò su un fianco e mise lentamente a fuoco la faccia di Rosamund. «Che cos’era questa volta?»
«Tifo.»
«Affascinante.»
Appoggiandosi al bracciolo imbottito del divano, Chase si tirò su a sedere. Nel contempo il suo cervello fu sommerso da un’ondata di rimorso. Si massaggiò le tempie, rammaricandosi del proprio comportamento della notte precedente. E della licenziosità nelle prime ore dell’alba. Già che c’era decise, per portarsi un po’ avanti col programma del pomeriggio, che poteva rammaricarsi anche di tutta la propria giovinezza mal spesa.
«Si può fare più tardi?» Quando la sua testa avrebbe smesso di rimbombare e lui si fosse lavato di dosso la fragranza dolciastra di profumo francese.
«Daisy dice che si deve fare subito, altrimenti il contagio potrebbe diffondersi. Sta preparando il corpo.»
Chase gemette. Decise che non valeva la pena discutere. Meglio sbrigare la faccenda e togliersi il pensiero.
Mentre salivano i quattro piani di scale fino alle stanze delle bambine, Chase interrogò la ragazzina di dieci anni di cui era il tutore legale. «Non puoi fare nulla per questo?»
«E voi?»
«È tua sorella.»
«Siete voi il suo tutore.»
Chase fece una smorfia, massaggiandosi le tempie dolenti. «Educare non è uno dei miei talenti.»
«Ubbidire non è uno dei nostri» replicò Rosamund.
«L’ho notato. Non pensare che non ti abbia visto intascare lo scellino che c’era sul tavolino.» Arrivarono in cima alle scale e svoltarono nel corridoio. «Ascolta, questa storia deve finire. I collegi di qualità non accettano ladruncole o assassine incallite.»
«Non è stato un omicidio. Si è trattato di tifo.»
«Sì, certo.»
«E noi non vogliamo andare in collegio.»
«Rosamund, è tempo che tu impari una dura lezione.» Aprì la porta della stanza. «Nella vita non sempre otteniamo quello che vogliamo.»
E Chase lo sapeva bene. Non voleva essere il tutore di un paio di bambine rimaste orfane. Non voleva essere l’erede del ducato di Belvoir. E di certo non voleva partecipare al quarto funerale in quattro giorni. Eppure si trovava lì.
Daisy si voltò verso di loro. Un velo nero a rete le copriva i ricci biondi. «Per favore, mostrate rispetto per i morti.»
Fece cenno a Chase di avvicinarsi. Lui si spostò ubbidiente al suo fianco, chinandosi in modo che lei potesse sistemargli una fascia nera intorno al braccio, sopra la manica della camicia.
«Mi dispiace per la tua perdita» le disse. «Mi dispiace tanto. Non hai idea di quanto.»
Prese il proprio posto ai piedi del letto, guardando la defunta. Era di un pallore spettrale e avvolta in un sudario bianco. Due bottoni le coprivano gli occhi. Grazie al cielo. Era davvero snervante quando quegli occhi lo fissavano con sguardo vacuo e vitreo.
Daisy gli prese la mano e chinò la testa. Dopo averli guidati nella recita del Padre nostro, diede a Chase un colpetto nelle costole. «Signor Reynaud, volete dire qualche parola?»
Chase alzò gli occhi al cielo. Che Dio lo aiutasse.
«Padre Onnipotente» iniziò con voce mesta. «Ti affidiamo l’anima di Millicent. Cenere alla cenere. Polvere alla polvere. Era una bambola di poche parole e ancor meno movimenti autonomi, eppure sarà ricordata per l’onnipresente sorriso, che alcuni potrebbero definire indelebilmente stampato sul suo volto. Per la grazia del nostro Redentore, sappiamo che sarà resuscitata, forse già all’ora di pranzo.» Poi, sottovoce aggiunse: «Purtroppo».
«Amen» rispose Daisy. Con solennità calò la bambola nella cassapanca di legno dei giocattoli, dopodiché chiuse il coperchio.
Rosamund ruppe il silenzio opprimente. «Andiamo giù in cucina, Daisy. Per colazione mangeremo panini imburrati e marmellata.»
«Farete colazione qui» la corresse Chase. «Nelle vostre stanze. La vostra istitutrice vi…»
«La nostra istitutrice?» Daisy lo guardò con espressione innocente. «Al momento non abbiamo un’istitutrice.»
Chase gemette. «Non ditemi che la nuova istitutrice si è licenziata. L’avevo assunta solo ieri.»
«Ci siamo liberate di lei in diciassette ore e un quarto» dichiarò soddisfatta Rosamund. «Un nuovo record.»
Incredibile.
Chase si diresse verso la mappa del mondo appesa alla parete, prese una puntina dal bordo e infilzò senza esitazioni un paese a caso. «Lì.» Poi lo indicò con gesto autoritario. «Vi manderò in collegio lì. Godetevi…» Strizzò gli occhi per leggere la mappa. «Malta.»
Furibondo, uscì dalla stanza e ripercorse al contrario le quattro rampe di scale, per poi scendere ancora qualche scalino e attraversare la cucina fino a raggiungere il suo rifugio privato. Entrò e si chiuse a chiave la porta alle spalle, quindi esalò un sospiro lungo ed esasperato.
Per essere un gentiluomo ozioso, era incredibilmente esausto. Aveva bisogno di farsi un bagno, radersi, cambiarsi d’abito e prendere una medicina per il mal di testa. Barrow sarebbe arrivato nel giro di un’ora con pile di carte da esaminare e assegni bancari da firmare. Il club aveva organizzato un baccanale per quella sera. E ora lui doveva anche assumere l’ennesima istitutrice.
Prima di affrontare una qualsiasi di quelle cose, aveva bisogno di bere qualcosa.
Mentre si dirigeva verso il mobile-bar, girò intorno a un tavolino coperto da un lenzuolo che lo proteggeva dalla polvere e a una pila di dipinti appoggiati alla parete in attesa di essere appesi. L’appartamento era un cantiere ancora aperto. Al piano superiore Chase aveva una camera da letto arredata alla perfezione, ovviamente, ma per il momento aveva bisogno di uno spazio situato il più lontano possibile dagli alloggi delle bambine. A loro beneficio, nonché suo. Lui preferiva non sapere quali monellerie le ragazzine tramavano ai piani alti della casa, e loro non dovevano affatto sapere le depravazioni a cui lui si abbandonava ai piani bassi.
Stappò una bottiglia di vino e si riempì un grande bicchiere. Era un po’ presto per un borgogna, ma che importava? Dopotutto era in lutto. Tanto valeva che levasse un calice alla memoria di Millicent.
Aveva appena mandato giù mezzo bicchiere in un sorso, quando sentì bussare con discrezione alla porta. Non la porta che collegava la stanza alla cucina, bensì quella che dava sulla stradina laterale.
Chase soffocò nel borgogna un’imprecazione. Immaginava si trattasse di Colette. La notte prima si erano divertiti, ma, a quanto pareva, né la sua consolidata reputazione né il mazzo di fiori di addio che le aveva mandato erano bastati a farle recepire il messaggio. Sarebbe stato costretto a farle il “discorso” di persona: “Non sei tu, cara. Sono io. Sono un uomo irredimibile, distrutto. Meriti di meglio”.
Era vero, per quanto ritrito suonasse. Quando si trattava di relazioni, sessuali o di altro tipo, Chase aveva una regola.
Niente legami.
Due parole in base alle quali vivere, fare l’amore. Mandare in collegio le bambine di cui era tutore. Se faceva promesse, lui causava solo dolore.
«Avanti» disse senza neppure voltarsi. «È aperto.»
Uno spiffero di aria fredda gli sfiorò il collo quando la porta si aprì e poi si richiuse. Come una carezza fatta con la punta delle dita.
Prese un altro bicchiere e lo riempì. «Sei tornata per averne ancora, vero? Piccola sfacciata insaziabile. Sapevo che non era un caso che tu avessi lasciato una calza qui, l’altra…» Si voltò col bicchiere di vino in mano e un sorrisetto malizioso sulle labbra. «… notte.»
Interessante. La donna che era entrata non era Colette.
Non era assolutamente Colette.
Davanti a lui c’era una donna minuta, dai capelli scuri. Stringeva fra le mani una logora borsa marrone e aveva gli occhi sgranati in un’espressione di puro orrore. Il suo viso aveva perso ogni traccia di colore, mentre una chiazza di rossore le si era diffusa alla base della gola.
«Buongiorno» le disse in tono affabile.
Per tutta risposta, lei deglutì a fatica.
«Ecco.» Chase le offrì un bicchiere di vino. «Prendete questo. Avete l’aria di averne bisogno.»
Lui.
Era lui. Lo avrebbe riconosciuto ovunque. Quei lineamenti erano scolpiti nella sua memoria. Era incredibilmente bello. Maliziosi occhi verdi, capelli scuri scompigliati e quel sorriso sghembo, così seducente che avrebbe potuto conquistare la virtù di una donna anche dall’altro lato di un salone affollato.
Alexandra si ritrovò piede a piede, essendo troppo bassa perché potesse essere faccia a faccia, con il Libertino della libreria, in carne e ossa.
Tanta… carne.
Maniche arrotolate fino ai gomiti, camicia aperta, niente fazzoletto da collo… Alexandra abbassò gli occhi per evitare di fissarlo. Santo cielo, era a piedi nudi.
«Io… io… Perdonatemi, pensavo che fosse l’ingresso per i servitori. Me ne vado subito.» Chinò la testa per nascondere il viso, pregando che non la riconoscesse. Se fosse riuscita ad andarsene in quel momento, e in fretta, forse sarebbe sopravvissuta a quell’incontro.
«Non vi siete sbagliata: era l’ingresso per i servitori fino a qualche settimana fa. Sto adattando lo spazio ai miei scopi. Una sorta di rifugio per gentiluomo.»
Lei percorse la stanza con lo sguardo. I suoi “scopi” erano piuttosto facili da intuire. Bar ben fornito. Divano imbottito. Tende di velluto color prugna. Un tappeto ricavato dalla pelle di qualche animale peloso. Appeso a una parete, un palco di corna.
Ed eccola lì, la suddetta calza dimenticata. Drappeggiata su una delle ramificazioni delle corna di cervo, come una bandiera bianca in segno di resa.
Pensò di essere finita in una sorta di segreta del piacere.
Si sentì assalire da un’ondata di imbarazzo e la fronte le si imperlò di sudore. «È evidente che sono arrivata nel momento sbagliato. Tornerò un’altra volta.» Strinse con maggior forza le mani sulla borsa e cercò di aggirarlo.
Ma lui non era tipo da lasciarsi aggirare facilmente. Era troppo rapido, troppo alto. Troppo muscolos...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La perfetta istitutrice
- Prologo
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- 33
- 34
- 35
- Epilogo
- Ringraziamenti
- Copyright