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I valori dell'Europa
Informazioni su questo libro
Tratto da Europa. Culture e società - opera edita da Treccani che analizza aspetti delle società e delle culture che hanno contribuito a rendere possibile l'unione di paesi che avevano alle spalle numerose e anche recenti lotte fratricide – questo volume offre una panoramica dei valori e delle appartenenze religiose nuove e tradizionali che caratterizzano le diverse aree dell'Europa attuale. Non solo vengono esaminate nei loro elementi fondamentali le più importanti fedi che caratterizzano l'eredità religiosa europea, il cattolicesimo romano e quello ortodosso, l'ebraismo e il protestantesimo, ma viene delineata una nuova geografia religiosa, con l'emergere di un islam europeo, di nuovi movimenti e gruppi importati attraverso l'immigrazione. La modernizzazione e l'industrializzazione che hanno caratterizzato la storia dell'Unione Europea hanno generato anche un processo accelerato di secolarizzazione che distingue questi territori e queste culture da altre aree geografiche sviluppate, come gli Stati Uniti, facendone, secondo alcune interpretazioni, un "caso eccezionale".
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Informazioni
TRADIZIONE E INNOVAZIONE NEI VALORI DEGLI EUROPEI
di
Loredana Sciolla e Paola Maria Torrioni
QUALI VALORI?
Da quando, a partire dal secondo dopoguerra, è stato avviato il progetto per l’integrazione economica e politica dell’Europa, la creazione di istituzioni comuni e l’ampliamento dei suoi confini fino a ricomprendere anche le sue regioni orientali, la domanda sui suoi fondamenti culturali è divenuta sempre più rilevante nella discussione pubblica e nel dibattito scientifico. Esiste, al di là delle differenze culturali locali e nazionali, un nucleo di valori condivisi che possano rappresentare un’importante e riconoscibile, anche se non l’unica, dimensione costitutiva di un’identità europea?
Che la questione sia assai complessa e delicata lo mostra il fallito trattato istitutivo di una Costituzione per l’Europa, firmato a Roma nel 2004. Infatti proprio sul comun denominatore culturale dell’Europa, che doveva stabilire i principi fondativi della Costituzione, si concentrarono la discussione e il dissenso, almeno a livello di élites politiche e intellettuali. La formulazione contenuta nel progetto di trattato era abbastanza generica, e si limitava a un elenco selettivo di valori di base della modernità occidentale:
Valori della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a una minoranza. [...] Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini (art. 2, parte I, titolo I).
Difficile non trovarsi d’accordo su valori come quelli elencati. In realtà, la vera ragione del contendere si trovava al primo punto del Preambolo, che dichiarava di ispirarsi «alle eredità culturali, religiose e umanistiche dell’Europa». L’accenno alle eredità storiche di tali valori sollevava infatti una disputa, in buona parte ideologica, su quante e quali fossero tali ‘radici’, e se ve ne fosse una prevalente sulle altre. Gli ambienti religiosi, in particolare la Chiesa cattolica, richiedevano un riferimento esplicito alle radici giudaico-cristiane della coscienza europea, mentre gli Stati che sostenevano la laicità dello Stato, la Francia in particolare, si opponevano a questo inserimento. Se all’Europa si possa attribuire una ‘essenza’ immutabile o se, al contrario, essa sia caratterizzata dalla molteplicità delle sue ‘radici’, entro un processo di costruzione storico-sociale, sono domande al centro di numerosi studi storici, filosofici e sociologici, che hanno animato il dibattito intellettuale di questi ultimi anni. Se ci limitiamo allo studio dei valori che, pur ricollegandosi a queste eredità lontane, si sono affermati e diffusi in Europa con la tarda modernità, troviamo una letteratura a carattere interdisciplinare assai ampia, che si distingue sostanzialmente in due filoni.
Un primo filone affronta sul piano teorico la questione dei valori costitutivi dell’Europa in base a modelli astratti e, in alcuni casi, in termini prescrittivi. I risultati, spesso di grande interesse, si basano perlopiù su quanto teorizzato da grandi pensatori del passato e su tradizioni di pensiero che si sono affermate storicamente. Questi studi tendono, in generale, a sopravvalutare l’omogeneità culturale europea, a trascurare l’effettiva diffusione dei valori tra le diverse popolazioni e l’impatto sul loro agire quotidiano. Henri Mendras (1997) è tra i primi sociologi dell’Europa occidentale ad aver elaborato un modello idealtipico composto da quattro elementi, colti in una prospettiva storica di lungo periodo, ritenuti parte di un medesimo sistema di valori specificamente europeo: l’individualismo, l’idea di nazione, il capitalismo (la scienza applicata al capitale), la democrazia. Göran Therborn (1995) distingue i valori della modernità europea in tre componenti principali, costituite da dilemmi: religione e secolarizzazione, Stato-nazione e cittadinanza, individualismo e sentimento di classe. Un secondo filone di studi prende le mosse principalmente da elaborazioni di dati provenienti da indagini empiriche su larga scala, di tipo comparativo e in serie storica, che, a partire dagli anni Settanta, hanno intervistato campioni rappresentativi delle popolazioni di tutti i Paesi europei (dal 1990 anche quelli centrorientali), su svariate questioni di interesse pubblico e, in particolare, su atteggiamenti e valori che riguardano una molteplicità di ambiti della vita quotidiana e dell’interazione sociale (dalla famiglia alla religione, al lavoro, alla politica, all’educazione e molto altro ancora). Si tratta delle grandi indagini internazionali condotte periodicamente da organismi come Eurostat, Eurobarometro, European social survey e, soprattutto, European values study. Un prodotto di quest’ultima è l’Atlas of Europeans values, pubblicato in due successive edizioni (2005 e 2012) dall’Università di Tilburg nei Paesi Bassi. Questi studi sono molto utili per indagare somiglianze e differenze su singole tematiche in un arco temporale di breve e medio periodo, ma presentano spesso alcuni limiti imputabili alle surveys internazionali: a volte non sono in grado di ricostruire serie storiche su molti aspetti significativi, perché le domande sono state formulate in maniera diversa da un tipo di indagine all’altro e, nella stessa indagine, da un periodo all’altro. Inoltre, sul piano analitico, spesso sono considerati come ‘valori’ gli atteggiamenti individuali su singoli temi, ossia le dichiarazioni di accordo o disaccordo rispetto a specifiche domande, sottovalutando l’esistenza di ‘configurazioni’ complesse di valori, che possono emergere dall’analisi delle relazioni tra più affermazioni degli intervistati.
Si sottraggono a questi limiti più diffusi nelle indagini di tipo empirico i lavori molto noti e discussi dello scienziato politico Ronald Inglehart, che fin dai primi anni Settanta ha avanzato la tesi di una trasformazione culturale delle società industriali avanzate connessa al ricambio generazionale. Questo cambiamento graduale, che avanza lentamente, ma con un grande impatto sul lungo termine, delinea lo slittamento dai valori ‘materialisti’ a quelli ‘postmaterialisti’, basati sull’enfasi crescente attribuita all’autonomia, all’espressione di sé e alla qualità della vita. La teoria è basata sulla tesi della scarsità delle risorse, secondo la quale le persone tendono a dare la priorità ai bisogni più urgenti, e su quella della socializzazione, secondo la quale i valori di base riflettono le condizioni prevalenti durante gli anni dell’adolescenza e cambiano attraverso la sostituzione di una generazione all’altra. Pur presentando punti deboli, questa teoria è stata messa alla prova nell’arco di quarant’anni e su un numero elevato di Paesi europei ed extraeuropei (Inglehart 1977, 2008, 2018). Nel contesto che qui interessa, non ci si sofferma sulle critiche teoriche e metodologiche che sono state rivolte al lavoro di questo autore, ma sul fatto che i risultati dei suoi numerosi studi empirici, basati sulla World values survey e sulla European values study, siano coerenti con uno dei principali processi culturali individuati dalla letteratura scientifica, ossia l’individualizzazione crescente di credenze, stili di vita e identità (v. Sciolla, in Processi e trasformazioni sociali, 2009).
Il presente saggio intende rispondere ad alcune questioni di fondo, basandosi prevalentemente su dati empirici a partire dagli anni Ottanta del Novecento. In primo luogo: quanto i valori ritenuti tipici della modernità europea sono concretamente diffusi tra la massa dei cittadini? In secondo luogo: prevalgono le somiglianze o le differenze tra i diversi Paesi europei? La terza domanda, che si trova già al centro dei lavori di Inglehart, riguarda il rapporto esistente tra valori legati alla tradizione e valori della modernità nell’Europa contemporanea. Più precisamente, i valori tradizionali sono scomparsi o almeno indeboliti, oppure, contrariamente a quanto previsto dalla teoria della modernizzazione, persistono a fianco di valori culturalmente innovativi? Le teorie della modernizzazione sviluppate tra gli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento sostenevano, infatti, che i Paesi europei, e in generale tutte le società industriali, stessero convergendo verso costellazioni valoriali moderne, abbandonando quindi culture e valori tradizionali. Questo tipo di approccio ha ricevuto, negli anni successivi, numerose critiche, perché considerato troppo semplicistico e unidimensionale. Alcune ricerche (v. Inglehart, Baker 2000) hanno rilevato la persistenza di valori tradizionali all’interno di un generale processo di cambiamento economico e politico. Altre (v. Galland, Lemel 2007) confermano questo punto di vista, rilevando che modernità e tradizione sono collegate nelle società europee e formano un binomio costantemente sotto pressione in ciascuno di questi contesti.
Con valori tradizionali e tradizionalismo intendiamo qui riferirci a un insieme di atteggiamenti, credenze e valori improntati alla conservazione di ruoli, abitudini e pratiche tramandate dalla tradizione e diffusi in una determinata cultura. Il tradizionalismo va inteso, in termini generali, come la tendenza a richiamare la tradizione, sia essa vera o immaginata, come fonte di legittimazione di forme dell’agire in vari ambiti di vita, si tratti delle proprie azioni o di quelle del proprio gruppo o di altri individui e gruppi con cui si è in relazione e ai quali ci si rapporta.
Della stessa nozione di valori circolano definizioni diverse, il cui denominatore comune è quello di riferirsi, in maniera piuttosto vaga, agli ideali e finalità di una data collettività, più o meno ampia, che può coincidere con i confini di una comunità locale, una nazione, un’area transnazionale o l’intero genere umano. Qui i valori vengono intesi, in maniera più specifica, come la componente regolativa della cultura, mettendone in luce tre dimensioni principali. La prima riguarda il loro aspetto pubblico, sia nel senso di ‘condiviso da un gruppo sociale’ sia nel senso di ‘pubblicamente argomentabile’. La seconda concerne l’aspetto composito, ossia non riducibile ai singoli atteggiamenti individuali. La terza fa riferimento al loro carattere normativo, riguardante cioè criteri di giustificazione e modi di giudicare azioni e comportamenti, concezioni complesse di ciò che tutti dovrebbero desiderare («concezioni del desiderabile», diceva già nel 1951 il sociologo e antropologo statunitense Clyde Kluckhohn in Values and value-orientations in the theory of action: an exploration in definition and classification, in Toward a general theory of action, ed. T. Parsons, E.A. Shils, p. 395).
Ma come individuare i valori da cui partire e a cui rivolgere le domande di ricerca formulate prima? La scelta è stata fatta in base a due criteri, uno teorico e uno pragmatico. In base al primo, sono state individuate tre configurazioni di valori, ossia insiemi complessi trasversali a più ambiti e tematiche, presenti nella maggioranza della letteratura che tratta dei valori della società contemporanea europea. Il secondo criterio utilizzato è pragmatico, nel senso che tiene conto dell’effettiva presenza nelle indagini internazionali di data sets che possano consentire il passaggio dalla definizione concettuale dei valori individuati a indicatori rilevabili empiricamente. L’incrocio tra questi due criteri ha consentito di concentrarci su tre configurazioni valoriali: i valori della parità di genere, il riconoscimento dell’alterità e l’individualismo, a cui sono dedicati i prossimi tre paragrafi; in essi si entrerà nel merito degli indicatori scelti per rappresentarli. A questo punto del discorso è utile ricordare a quali contenuti generali queste tre configurazioni rimandano.
I valori della parità di genere riguardano la possibilità, tutt’altro che scontata, che, di fronte al massiccio ingresso delle donne nel mercato del lavoro e alle profonde trasformazioni della famiglia e dei ruoli di genere che si sono verificati negli ultimi cinquant’anni in Europa, rilevati da tutti gli studi scientifici, si assista a un analogo cambiamento dei valori tradizionali connessi al ruolo della donna nella famiglia e, più in generale, nella società. Inoltre, la sfida che pone all’Europa l’immigrazione, portatrice di culture diverse, insieme alla rivitalizzazione di nazionalismi che premono per difendere identità locali chiuse, oltre alla presenza secolare di diversità etniche e culturali entro il medesimo Stato, porta in primo piano la questione del riconoscimento dell’alterità. Esso è stato un valore di base della convivenza tra le molteplici popolazioni che abitano l’Europa, in quanto implica il principio dell’inclusione dell’altro e del pluralismo culturale come realtà di fatto e come ideale da perseguire. Non a caso il motto dell’UE, uno dei simboli dell’identità europea in costruzione, usato per la prima volta nel 2000, è «unità nella diversità», a indicare che unità non significa omologazione e uniformità, ma riconoscimento della pluralità.
L’individualismo, infine, ha molte fonti, una lunga gestazione, dall’antichità greco-romana ai Lumi e ai diritti universali dell’individuo. Esso ha assunto nel tempo diverse forme, dalla considerazione della libertà come valore supremo e dell’individuo come unico proprietario di sé stesso (in ciò opponendosi all’idea di comunità) fino a declinazioni più sociali, in cui l’individuo è portavoce di responsabilità civica. Rappresenta la configurazione di valori riconosciuta e citata dalla maggioranza degli studiosi come tipica della modernità occidentale, che in Europa ha avuto la prima, anche se non unica, culla. Anche in questo caso, quanto tradizione e innovazione si intrecciano? Esiste una tensione tra i diversi ambiti in cui si declina?
Oltre a queste tre configurazioni di valori, nell’ultimo paragrafo si prenderà in considerazione un tema diverso, la religione (e, al contrario, la secolarizzazione), vuoi come pratica vuoi come credenza ed esperienza soggettive, ritenendola un elemento che può influenzare, a livello individuale e come contesto, la distribuzione dei valori considerati. A livello individuale, si considera un indicatore di religiosità. A livello di contesto, i diversi Paesi europei vengono classificati rispetto alla religione di maggioranza, ossia sulla base della dichiarazione di «appartenenza a una religione», che – è bene ricordarlo – non indica tanto l’adesione soggettiva quanto il riconoscimento di far parte di una tradizione culturale con una specifica matrice religiosa. I tre gruppi considerati sono: i Paesi cattolici (Austria, Belgio, Croazia, Repubblica Ceca, Francia, Irlanda, Italia, Lituania, Malta, Polonia, Portogallo, Slovenia, Spagna, Lussemburgo); i Paesi protestanti (Danimarca, Finlandia, Norvegia, Svezia, Gran Bretagna); i Paesi ortodossi (Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Romania, Ucraina) e i Paesi misti, biconfessionali o in cui non esiste una religione maggioritaria (Germania, Lettonia, Paesi Bassi).
Per quanto riguarda il metodo, infine, la principale fonte di informazione è costituita dal data set fornito dalle rilevazioni dell’European values study (EVS) nell’arco di circa trent’anni (dal 1981 al 200...
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- L’EUROPA SECOLARIZZATA: DA PARADIGMA UNIVERSALE A CASO PARTICOLARE?
- LA NUOVA GEOGRAFIA RELIGIOSA DELL’EUROPA
- L’EUROPA: UN CASO ECCEZIONALE
- LE FEDI NELL’UNIONE DELL’EUROPA: IL CATTOLICESIMO ROMANO
- IL PROTESTANTESIMO: UN’EREDITÀ RELIGIOSA NEL CUORE DELLA STORIA EUROPEA
- RELIGIONE, SOCIETÀ E POLITICA IN EUROPA CENTRALE
- EBREI D’EUROPA
- L’ISLAM EUROPEO
- TRADIZIONE E INNOVAZIONE NEI VALORI DEGLI EUROPEI