
- 272 pagine
- Italian
- ePUB (disponibile su mobile)
- Disponibile su iOS e Android
eBook - ePub
La campana dell'arciprete
Informazioni su questo libro
1824, nella cella campanaria di una pieve non lontano da Bologna viene trovato il cadavere di una giovane contadina. Il parroco don Priamo Gasparri non crede che la bella Amelia sia morta per disgrazia e vuole scoprire l'assassino. Ad affiancarlo nell'indagine c'è Cesare Cantalupi, medico giacobino malvisto perché pratica la vaccinazione contro il vaiolo. Sarà questa strana coppia a inseguire la verità, tra partite di tressette e discussioni su Napoleone e la nuova scienza.
Domande frequenti
Sì, puoi annullare l'abbonamento in qualsiasi momento dalla sezione Abbonamento nelle impostazioni del tuo account sul sito web di Perlego. L'abbonamento rimarrà attivo fino alla fine del periodo di fatturazione in corso. Scopri come annullare l'abbonamento.
No, i libri non possono essere scaricati come file esterni, ad esempio in formato PDF, per essere utilizzati al di fuori di Perlego. Tuttavia, puoi scaricarli nell'app Perlego per leggerli offline su smartphone o tablet. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Perlego offre due piani: Essential e Complete
- Essential è l'ideale per studenti e professionisti che amano esplorare un'ampia gamma di argomenti. Accedi alla libreria Essential, che include oltre 800.000 titoli di comprovata qualità e bestseller in vari settori, tra cui business, crescita personale e discipline umanistiche. Include tempo di lettura illimitato e voce standard per la sintesi vocale.
- Complete: perfetto per studenti e ricercatori esperti che necessitano di un accesso completo e illimitato. Accedi a oltre 1,4 milioni di libri su centinaia di argomenti, inclusi titoli accademici e specialistici. Il piano Complete include anche funzionalità avanzate come la sintesi vocale premium e l'assistente di ricerca.
Perlego è un servizio di abbonamento a testi accademici, che ti permette di accedere a un'intera libreria online a un prezzo inferiore rispetto a quello che pagheresti per acquistare un singolo libro al mese. Con oltre 1 milione di testi suddivisi in più di 1.000 categorie, troverai sicuramente ciò che fa per te! Per maggiori informazioni, clicca qui.
Cerca l'icona Sintesi vocale nel prossimo libro che leggerai per verificare se è possibile riprodurre l'audio. Questo strumento permette di leggere il testo a voce alta, evidenziandolo man mano che la lettura procede. Puoi aumentare o diminuire la velocità della sintesi vocale, oppure sospendere la riproduzione. Per maggiori informazioni, clicca qui.
Sì! Puoi utilizzare l'app di Perlego su dispositivi iOS o Android per leggere quando e dove vuoi, anche offline. È perfetta per gli spostamenti quotidiani o quando sei in viaggio.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
I dispositivi con iOS 13 e Android 7 o versioni precedenti non sono supportati. Scopri di più su come utilizzare l'app.
Sì, puoi accedere a La campana dell'arciprete di Danila Comastri Montanari in formato PDF e/o ePub. Scopri oltre 1 milione di libri disponibili nel nostro catalogo.
Informazioni
Print ISBN
9788804750239eBook ISBN
97888357186591
«Ego absolvo te peccatis tuis, in nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen. Cinque Pater, Ave e Gloria» sentenziò Monsignor Gasparri con un frettoloso segno della croce.
La Sandra si immerse in un plateale atto di contrizione.
Speriamo che serva a renderla più paziente coi bimbi del catechismo, si augurò l’arciprete, senza farci molto conto: la maestra era troppo occupata a collezionare indulgenze e Paternostri per godere della compagnia dei contadinelli che istruiva nella dottrina cristiana, e si sarebbe di certo stupita se qualcuno le avesse consigliato di includere gli scappellotti nella confessione quotidiana.
Al curato, la devozione della Sandrina pareva persino eccessiva: c’era davvero bisogno, si chiedeva, di confessarsi tutte le mattine? Come se il Signore, con tutti i guai che Gli combinavano gli uomini, non avesse altro da fare che misurare il pelo alle nostre piccole mancanze quotidiane...
Don Gasparri diede un’occhiata alle pie donne che attendevano il loro turno per mondarsi, salmodiando Avemarie in un latino fantasioso e approssimativo. Sapeva già cosa avrebbero detto: ho mancato di rispetto a mia suocera, ho fatto uno sgarbo a mia sorella, mio marito beve, non viene a Messa, bestemmia, ho peccato contro il sesto comandamento, ma come volete che faccia, Monsignore, meglio così piuttosto che lasciarlo andare con una di quelle...
Il parroco sospirò e si disse che i preti erano lì innanzitutto per dar conforto, ed era bello pensare che quelle poverette avrebbero tratto dai sacramenti la forza per tirare avanti un altro giorno. Ma il pane dell’Adalgisa ormai era sfornato e con quella fila di penitenti, neanche a dir Messa di corsa sarebbe arrivato a mangiarlo caldo. Almeno fossero venuti quelli che di peccati ne avevan davvero e di grossi! Il marchesino, tanto per dirne uno, sempre su e giù da Bologna, dove a sentir lui andava a trovare i parenti, invece si sapeva benissimo che gli piaceva frequentare certe case e darsi al buon tempo con le donne maritate, lontano dall’occhio della madre; ma l’Orlando non aveva certo bisogno di arrivare fino a San Giovanni, per far penitenza: gli bastavano quattro passi fuori della porta e aveva a disposizione la cappella privata del castello, con tanto di abate lautamente stipendiato per fornire l’assoluzione senza storie.
Di Giovannino, piuttosto, c’era da preoccuparsi, con le voci che circolavano sul suo conto! Se continuava per quella strada... mica aveva la madre marchesa, lui, per tirarlo fuori dal Purgatorio a suon di offerte ai monasteri: si sarebbe trovato dritto all’Inferno a dar retta a certi ceffi, liberali, giacobini e chi più ne ha più ne metta! Non era roba per un povero fabbro, quella: pazienza il Cantalupi, che almeno era medico e poteva sempre dar la colpa all’Università e all’educazione illuminista, ma cosa aveva da guadagnarci un poveretto a stare coi sobillatori?
La rivoluzione. Don Priamo lo sapeva, ahimè, come andavano a finire le cose: i signori, “democratici” in testa, mandavano avanti i bifolchi a sporcarsi le mani, così loro, nel caso si mettesse male, se la sarebbero cavata con poco, perché a pagare era sempre la povera gente. L’arciprete ricordava bene i “patrioti” che servivano Napoleone, lesti ad accaparrarsi le terre della Chiesa, coi benefici annessi, in nome del popolo sovrano. Li aveva visti, la bocca piena di uguaglianza e fraternità, arringare la folla perché si battesse in nome del sacro ideale della libertà. E mentre i villani partivano per la guerra in un paese lontano del quale non conoscevano neanche il nome, i tribuni fiutavano il vento e mettevano in salvo il patrimonio tenendosi pronti, passata la buriana, a rivendicare i privilegi di prima con un bell’atto di contrizione e la cenere sui capelli. Be’, forse qualcuno, in quell’uragano che era stata la Repubblica, la testa ce l’aveva rimessa, ammise tra sé Don Gasparri; ma il grosso dei riformatori “illuminati” continuava a cianciare di libertà e costituzione nei salotti buoni, mentre in campagna le febbri maligne e i cattivi raccolti portavano via i contadini come mosche.
Dove finivano tutti quei saggi, quei filosofi, quando c’era da far del bene davvero? Mai che si prendessero in casa una vedova, un orfano, un figlio di nessuno come l’Albino, che a dieci anni era già a sudare dietro alle bestie, per quattordici ore al giorno! Eccolo là, il bravo Albino, sempre tra i primi a levarsi e a correre al lavoro! Lo stalliere, vedendo che Monsignore lo osservava, sorrise: un sorriso franco, aperto, da uomo onesto. S’era fatto proprio bello, il giovanotto, considerò l’arciprete, e se solo avesse avuto qualche soldo da parte, le ragazze si sarebbero messe in fila; ma di soldi un garzone di stalla aveva poca speranza di metterne assieme.
Signore, proteggi l’Albino.
Don Priamo avanzò nel presbiterio e salì i gradini dell’altare. «Introibo ad altarem Dei...» Signore, proteggi l’Albino, e la Leontina che ha sei figli e uno in viaggio. E la Sandrina, che dalla voglia di andare in Paradiso, non esageri. E Don Carlo, che la smetta di aver tutte quelle visioni e pensi a diventare un buon prete, coi piedi per terra. E Giovanni, che non si faccia imbrogliare da chi vuole usarlo come carne da macello. E quel testone del Cantalupi, che diventi più ragionevole, o con quelle idee neanche Tu, con la Tua infinita pazienza riuscirai a sopportarlo. E il Tuo servo Priamo, che ne ha più bisogno di tutti, perché se i suoi parrocchiani si accorgono che è solo un povero Cristo come gli altri – non nominare il nome di Dio invano – smettono di dargli retta, e invece lo devono ascoltare, perché è il Tuo pastore...
«Corpus Domini Nostri Iesu Christi...» Entra nel corpo della Pia, della Germana, della Tilde... Non hanno che Te, Signore, per tirare avanti. Sei la loro speranza, il loro unico conforto... Stabilisci la Tua dimora nel petto di Venusto, di Matteo, di Albino, perché trattino le loro mogli con le stesse premure che riservano alle vacche, e non le picchino, e non passino le notti a bere e a bestemmiare... Entra nei nostri cuori, Signore, fin da stamattina, perché senza di Te la notte non finisce...
2
«Ite, missa est.» L’arciprete si tolse la pianeta, poi la stola, poi il manipolo. Si levò il cingolo, il camice e infine l’amitto, baciando ad una ad una tutte le croci delle vesti sacre prima di riporle nell’armadio degli arredi.
Poi attraversò in tutta fretta la navata, arrestandosi solo per la genuflessione davanti al Santissimo. Salutò senza fermarsi anche la Cantelli, che come tutte le mattine, prima di svegliar la marchesa era venuta ad ascoltar la funzione in San Giovanni anziché in cappella, vuoi per far due passi, vuoi perché Don Cirillo del castello avrebbe fatto passar la voglia di prender Messa anche a un frate.
Entrò in canonica in tempo per veder scappare, svelta come un uccellino, quella monella della Nerina. Che ci faceva, lì, la birichina? Avrebbe dovuto darle una tirata d’orecchi, un giorno o l’altro: stava diventando grande, ormai, e non poteva più campar così, di erbe selvatiche l’estate e di elemosine d’inverno, andando per le stalle a raccontare le fiabe.
«Mo’, com’è che non siete venuto prima?» lo aggredì l’Adalgisa. «Il pane è già freddo!» Don Carlo naturalmente aveva aspettato, compunto al suo solito.
«Vi ho servito anche i ciccioli: li ha portati adesso la Sandrina, proprio per voi» sottolineò la perpetua per escludere il cappellano, che tanto non sapeva godere della grazia di Dio, con quella benedetta mania dei digiuni.
«In nomine Patris et Filii... et haec tua dona...» cominciò Don Priamo. «Per Christum Dominum nostrum» terminò, tagliando corto.
«Amen» rispose il cappellano segnandosi.
L’arciprete spiegò il tovagliolo, fresco di bucato.
All’inizio l’Adalgisa aveva trovato quell’abitudine piuttosto strana – il curato di prima si era sempre pulito con la tonaca – ma Monsignore era stato a Roma, in Curia, e in certe cose, poche per fortuna, sembrava quasi un signore. Così la perpetua si era rassegnata a lavare il tovagliolo tutti i giorni, e a passarlo a ferro, pur continuando a pensare che con la roba cucinata da lei non serviva neanche pulirsi, tanto c’era da leccarsi i baffi.
«Questo vien dritto dalla boaria, appena munto» assicurò, posando sul tavolo la brocca ricolma. «Voi ne volete?» chiese burbera al cappellano, che subito fece un cenno di diniego, neanche si fosse trattato, anziché di buon latte, di qualche bevanda strana.
Monsignore prese un bel cicciolo grasso e, chiedendo venia per il peccato di gola, si apprestò ad addentarlo, pregustandone lo scrocchiare cedevole sotto i denti.
«Sentite che delizia, Don Carlo!»
Il pretino stava intingendo nell’acqua un minuscolo pezzo di pane. Alzando gli occhi diventò rosso rosso e si schermì: «Monsignore, ho fatto voto...».
«E dalli, con ’sti voti!» sbottò Don Gasparri. «Credete che a Domeneddio importi tanto quello che mangiate a colazione? Dico, se volete fare a meno di qualcosa per darlo a un poveretto, ben venga, ma sprecare della roba buona...»
«Ho offerto questo piccolo sacrificio a Santa Maria Egiziaca...»
«Possibile che dobbiate scegliervi sempre come protettori dei santi che digiunavano?» protestò l’arciprete, chiedendosi in cuor suo se la frugalità del cappellano lo irritasse così tanto perché metteva ancor più in evidenza la sua intemperanza: certo, sarebbe stato più comodo per la sua coscienza andare a tavola con un prete ghiottone, che lo avrebbe fatto sentire meno ingordo.
«Nostro Signore Gesù Cristo mangiava anche lui» tentò di difendersi con argomenti debolmente teologici, «e beveva pure, come dimostrano le nozze di Cana. Su su, un’altra fetta di pane: ho bisogno di un officiante che si regga in piedi!»
Il cappellano obbedì, masticando di malavoglia. Monsignore, soddisfatto, attaccò il terzo cicciolo. Non se l’era ancora portato alla bocca che il sagrestano si precipitò dentro come se fosse stato inseguito dalle fiamme dell’Inferno: «Oddio, oddio, Monsignore!».
«Ma ti sembra questa la maniera di entrare, Serafino? Mi hai fatto andare il boccone di traverso.»
«Monsignore, Monsignore, nella torre...» il poveretto incespicava nelle parole. «Non c’era quando ho suonato l’Angelus... correte, venite a vedere!» Serafino sembrava fuori di senno, e sì che per smuoverlo di solito ci volevano le cannonate. «Nel campanile c’è la Meglina!» riuscì a dire, prima di scappar via trascinando l’arciprete per la tonaca.
Oh, bella, e che ci fa la Meglina nel campanile?, si chiese Don Gasparri, seguendo lo scaccino. Da quella ragazza c’era proprio da aspettarsi di tutto, sempre a sculettare col petto in fuori e a guardare con certi occhi che, se non fosse già stato al riparo dalle tentazioni, anche lui...
«È morta!» gridò il sacrestano mentre, di gran carriera, si inginocchiava sommariamente davanti al Santissimo.
Don Carlo balzò avanti precipitandosi attraverso la navata.
Il curato alzò la sottana con ambo le mani e lo seguì ansimando.
Nel punto più stretto del corridoio la tonaca gli si impigliò come il solito nel chiodo arrugginito che sporgeva dall’armadio degli arredi. L’arciprete dette un violento strattone e soffocò una imprecazione sentendo il rumore dello strappo, mentre si riprometteva, per l’ennesima volta, di sistemare l’armadione ingombrante nella cappella sul fondo.
Voltò a sinistra, di getto, urtando nello spigolo, e proseguì zoppicando.
Alla fine dell’angusto passaggio una scala di legno immetteva nella torre campanaria, dove mattino, mezzogiorno e sera, i rintocchi della Bigia chiamavano i contadini al lavoro, alla preghiera e al meritato riposo.
Quando finalmente l’arciprete riuscì ad arrampicarsi, Don Carlo e il sacrestano erano già lì, fermi immobili a contemplare il cadavere della Meglina con la testa fracassata.
Indice dei contenuti
- Copertina
- Frontespizio
- La campana dell’arciprete. Saga contadina con delitto
- Personaggi
- 1
- 2
- 3
- 4
- 5
- 6
- 7
- 8
- 9
- 10
- 11
- 12
- 13
- 14
- 15
- 16
- 17
- 18
- 19
- 20
- 21
- 22
- 23
- 24
- 25
- 26
- 27
- 28
- 29
- 30
- 31
- 32
- 33
- 34
- 35
- 36
- 37
- 38
- 39
- 40
- 41
- 42
- 43
- 44
- 45
- 46
- 47
- 48
- 49
- 50
- 51
- 52
- 53
- 54
- Post scriptum
- Copyright