FLEUR
Un riff di chitarra rimbomba contro le pareti della villa, sovrastando con il suo urlo il chiacchiericcio mattutino delle ghiandaie. Seguo il suono attraverso la veranda e quando raggiungo la palestra la compilation preferita di Jack di punk anni Ottanta mi riverbera ormai nelle ossa. Apro la porta, coprendomi le orecchie per difendermi dal martellare della batteria.
«Jack!» Non riesco nemmeno a sentire la mia voce, con quei bassi. E nemmeno lui ci riesce, a quanto sembra. «Jack, non dovresti proprio…»
Con la schiena sulla panca per il sollevamento pesi, le gambe aperte e i piedi nudi premuti contro il pavimento, Jack si scuote dalle mani la polvere di gesso e aggiusta la presa sul manubrio appesantito da fin troppi dischi. Apro la bocca per urlare di nuovo. Inconsapevole, lui risucchia l’aria in due o tre corti respiri, e stringendo i denti solleva il bilanciere dal sostegno. I muscoli di Jack si tendono, distraendomi con le loro linee, i tendini emergono sul collo arrossato e lui abbassa i pesi per poi risollevarli.
A occhi chiusi, Jack compie qualche altra ripetizione. Io attendo vicina, con le mani pronte ad afferrare il bilanciere nel caso gli cada. Jack serra la mascella e il suo respiro mi scalda il viso mentre lo aiuto a riportare per gli ultimi centimetri il manico del bilanciere nel suo sostegno. Quando il manico si assesta con un tonfo sonoro, Jack spalanca gli occhi grigi. Un sorriso gli distende le labbra. Rimane lì, coperto di sudore, rivolgendomi un sogghigno a testa in giù, componendo con le labbra le parole della canzone sparata dagli altoparlanti. Prendo il suo telefono e spengo la musica.
«Ho detto, non dovresti sollevare così tanti pesi senza qualcuno che ti tenga d’occhio!» Parlo a voce troppo alta, la musica mi fischia ancora nelle orecchie.
«Non mi serve qualcuno che mi tenga d’occhio.» Inarca la schiena staccandola di qualche centimetro dalla panca, e solleva la maglia per asciugarsi il sudore dalla faccia. Quando mi sorprende a fissare le linee disegnate dei muscoli, il suo sorriso furbo si allarga, facendomi arrossire. È da più di un anno che viviamo insieme e dormiamo nello stesso letto, ma ancora, a volte, guardandolo mi manca il fiato. Jack allunga la mano e tira leggermente la punta della mia coda di cavallo rosa, finché il mio volto è sospeso sopra il suo, la mia bocca all’altezza dei suoi occhi e viceversa. Goccioline gli luccicano tra i capelli scuri e sul labbro superiore, lasciandomi un sapore deliziosamente salato sulla bocca quando mi ruba un bacio sudato. Sotto le forti luci che ci sovrastano, i suoi occhi brillano di malizia.
L’irritazione di pochi istanti fa si scioglie quando si sposta da sotto il bilanciere e mi attira delicatamente in grembo. Mi fa scivolare le mani sui fianchi e i calli sui suoi palmi si impigliano nel tessuto morbido della mia gonna, lasciandomi tracce di gesso bianco come neve sul cotone scuro prima di posarsi all’altezza delle mie reni.
«Se non stai attento finirai per farti male» dico, parole intrise di preoccupazione. «Il tuo fisioterapista…»
«Il mio fisioterapista ha dato luce verde» mi rammenta lui. Sono passati quasi diciotto mesi da quando Gaia lo ha riportato indietro dall’orlo della sua ultima morte con tre cicatrici a forma di freccia sulla schiena e un buco nel cuore, dove un tempo risiedeva la sua magia. Un buco che si sarebbe riempito con il tempo, ha insistito a dire Jack. Ma in certi giorni non ne sono così sicura.
Lui mi attira più vicino e io aggrotto la fronte.
«Il dottore ha detto che potevi riprendere gradualmente con allenamenti leggeri.» Gli asciugo una perla di sudore dalla guancia. «Tre ore al giorno chiuso qui dentro non sono un “allenamento leggero”, Jack. E sollevare sulla panca cento chili…»
«Non mi uccideranno.» Mi gira la mano e mi posa un bacio sul palmo. Poi le sue labbra scivolano verso la piega del braccio, facendomi venire la pelle d’oca. «Il mio corpo è in forma eccellente» sussurra, e la sua spolverata di barba scura del mattino mi fa scorrere un brivido lungo la clavicola. «Ma se vuoi mettere alla prova la mia resistenza, ci sto senz’altro.»
Ridendo, gli piazzo le mani sul petto e lo spingo via con discutibile sforzo. «Ho lezione di spagnolo tra meno di un’ora.» E se Jack continua a baciarmi così, giuro su Gaia che non riuscirò mai ad arrivare in tempo.
Lui mi prende per il davanti della camicetta e mi attira di nuovo contro di sé. «Ti darò un’ottima ragione per saltarla.»
Gli scosto le mani e mi alzo, ripulendomi la gonna dal gesso. «Potrai sfoggiare i tuoi progressi fisici quando tornerò a casa.»
«E se invece volessi mostrarteli ora?» Le sue dita mi sfiorano la vita mentre mi allontano. Lascio che i miei occhi indugino scherzosamente sul suo petto. Poi più in basso. Il mio sorriso si allarga mentre assumo una posa da combattimento.
«Fleur» ride lui, «non è precisamente quello che avevo in…»
Mi lascio cadere sul materassino, colpendogli le gambe in modo da fargli perdere l’equilibrio. La forza della caduta gli strappa il fiato, e prima che possa reagire sono sopra di lui.
«Fleur…»
Sbattendogli i polsi contro il materassino, lo inchiodo a terra con le ginocchia. Nei suoi occhi lampeggia qualcosa di perfido e selvaggio. «Oh, allora è così che dev’essere?» Si solleva da sotto di me, gettandomi di lato sullo spesso strato di lattice ma attento a controllare la mia caduta. Ci avvinghiamo, ridendo senza fiato, rotolandoci finché è lui a inchiodarmi giù.
«Ti stai trattenendo.» Jack allenta la presa, lasciandomi una via d’uscita che non mi serve. Potrà anche essere più forte, ma le finestre della villa sono completamente aperte sul giardino. Potrei evocare radici e rampicanti per strapparmelo di dosso e appenderlo al soffitto per le dita dei piedi, se mi andasse.
Mi sciolgo sul materassino, e la mia risata muore mentre gli angoli duri dei suoi fianchi si abbassano per aderire allo spazio soffice e caldo tra i miei.
«Magari mi piaci come sei» sussurro.
Allora lo vedo, nel sussulto che ha quasi avuto… il peso che ha scaricato su quel bilanciere e sta portando da solo.
«Ehi» dico, inclinando il viso per catturare il suo sguardo. So perché passa così tante ore qui dentro. E anche se non posso negare che il risultato finale sia fantastico, fa male conoscere il motivo della sua fissazione. «Ti amo, Jack. Amo te.» Non mi sono innamorata di lui per la sua magia. Né ho smesso di amarlo quando l’ha perduta. Anzi, l’ho amato ancora di più per la forza che dev’esserci voluta per rinunciarvi. «Ti amo come sei.»
Intreccio le dita alle sue e sollevo le nostre mani sopra la mia testa, in modo che i nostri volti si avvicinino, nella stessa maniera in cui l’ho tenuto sulla riva dello stagno vicino alla casa sicura, la notte in cui ci siamo scambiati quel primo, stupefacente bacio. Era iniziata come una battaglia a palle di neve, due Stagioni che lottavano ridendo sul terreno umido ed erboso per vedere chi avrebbe prevalso. Forse quella notte Jack mi permise di avere la meglio, ma non importava, vero? Le nostre labbra si incontrarono a metà strada.
«Ti sto facendo fare tardi.» Il suo naso sfiora il mio, e la sua bocca mi scivola sulle labbra. «Dovresti prepararti per la lezione.» Le parole si perdono nella nebbia mentale che mi avvolge quando mi sfiora l’orecchio. La sua voce profonda, arrochita dal desiderio, mi provoca un brivido delizioso, e mi chiedo se Jack sappia quanto potere possiede. Come mi incendia il sangue e mi fa vibrare il corpo, anche senza la magia da Inverno.
«Ne parleremo, prima o poi?» domando.
Il respiro di Jack si blocca contro il mio collo. Si ritrae un poco, quanto basta a scrutarmi in viso. Mi posa un bacio troppo delicato sulle labbra, poi si libera dall’intreccio delle mie dita. D’un tratto il suo caldo peso è sparito, e Jack allunga la mano per aiutarmi ad alzarmi. «Ho la riunione con Lyon, poi andrò a correre.»
«Dove?»
Jack afferra un asciugamano. «Al parco.»
Le mani con cui stavo lisciando le pieghe della camicetta si bloccano. Con un sorriso forzato, alzo un pollice sopra la mia spalla, indicando il tapis roulant che gli ho comprato per Natale. Non lo ha acceso nemmeno una volta da quando l’ho tolto dalla scatola. Il lucido macchinario nero se ne sta disteso come un gatto sonnecchiante, strategicamente piazzato di fronte alla finestra aperta. «Non ti ucciderà provarlo, sai.»
«Nemmeno correre all’aperto da solo.» Mi scosta una ciocca di capelli sistemandomela dietro l’orecchio. Sappiamo entrambi perché ho comprato il tapis roulant. Jack sa che odio correre. Che vado a correre con lui al parco ogni mattina solo perché ho paura di lasciarlo andare da solo. Non ho paura per me stessa, là fuori. Le regole del nostro mondo sono cambiate, dopo la ribellione. Molte delle restrizioni che tenevano sotto controllo le Stagioni sono state tolte, e ora abbiamo più libertà di quanta ne avessimo mai avuta. Ma nonostante la maggior parte delle Stagioni sembri grata per il cambiamento, non sono così sciocca da credere che non ce ne siano ancora alcune leali a Michael e che rimpiangono i vecchi sistemi. Lyon ci assicura di avere radunato tutte quelle che è riuscito a scovare, ma una soltanto basterebbe, e il volto di Jack è fin troppo riconoscibile: è praticamente il simbolo dell’intera rivoluzione. Per quanto io detesti ammetterlo, senza magia è vulnerabile. Daniel Lyon avrà anche garantito a Jack l’immortalità, come parte dei benefici ricevuti per il ruolo che abbiamo avuto nel rovesciare Michael, ma solo perché i nostri corpi non invecchiano non significa che non possiamo venire feriti o morire. Dobbiamo rimanere entrambi vigili se vogliamo mettere radici qui, al sicuro. E correre da solo in città non è una mossa furba.
«Perché non lo usi?» chiedo, appoggiando un fianco al tapis roulant.
«Perché…» Si passa una mano tra i capelli neri resi opachi dal sudore, una corona di ciocche appuntite che gli ricade sugli occhi mentre cammina avanti e indietro, allontanandosi da me. «Mi fa diventare claustrofobico.»
«È davanti alla finestra.»
«Posso correre fuori. Non c’è assolutamente pericolo. Non voglio starmene tutto il tempo attaccato a dispositivi elettronici.»
Mi picchietto l’orecchio, dove di solito porto la trasmittente. Quella che Jack mi fa indossare ogni volta che lascio la villa. «Non è un tantino ipocrita da parte tua?»
Lui scuote la testa con una risata silenziosa e si avvicina con le mani sui fianchi, poi mi circonda la vita con le braccia. «Dovrei essere io a fare da Supervisore a te. Non il contrario.»
Inclino la schiena all’indietro, inarcando un sopracciglio. «Ah sì? Be’, magari neanche a me serve qualcuno che mi tenga d’occhio.»
La sua bocca insegue la mia e Jack mi sorride contro le labbra, rubandomi un altro bacio. «Troppo tardi. Hai compiuto la tua scelta. Adesso ti tocca stare con me.»
Io gli cingo il collo con le braccia. «Non me ne pentirò mai.»
Jack era praticamente morto e si stava dissanguando vicino a un lago ghiacciato quando mi è stata data la scelta di salvare qualcuno che diventasse il mio Supervisore e mi proteggesse per il resto della mia vita immortale. Guardarlo morire mi ha quasi ucciso, e non ho nessuna intenzione di perderlo di nuovo. «Usa il tapis roulant, ti prego.» Gli arruffo i capelli umidi e mi alzo in punta di piedi per posargli un ultimo bacio sulla guancia. «Oppure aspetta che torni a casa e verrò con te.»
«Indossa la trasmittente!» mi raccomanda mentre esco.
«Ho il telefono» gli grido da sopra la spalla.
«Fleur?»
«Lo so!» La mia voce risuona nella veranda mentre mi dirigo a grandi passi in camera da letto. Lo odio quel maledetto dispositivo di tracciamento, probabilmente per la stessa ragione che fa odiare il tapis roulant a Jack: ci ricordano troppo la vita che abbiamo lottato per lasciarci alle spalle. Ma come Jack continua a far notare spessissimo, i telefonini sono difficili da localizzare in maniera accurata, e sono inutili se si ha bisogno di avere entrambe le mani libere per combattere. E ha ragione: il mio localizzatore è l’unica maniera affidabile che ha per tenermi sotto controllo quando sono lontana da casa. Perciò, dato che per lui significa molto e io detesto vederlo preoccupato, me lo posiziono all’orecchio prima di indossare i sandali e infilare i libri della lezione nello zaino. Mentre me lo sistemo in spalla, colgo un movimento al di là del giardino.
Attraverso la finestra, oltre la veranda, osservo Jack prendere le scarpe da corsa e spegnere le luci.