Uno stormo di passeri volava nel cielo, così basso che quasi si vedevano le zampine ciondolare. Era strano immaginare queste creature, vive e calde, sospese nell’aria. Erano diretti all’orizzonte, riducendosi a una sagoma nera contro il cielo azzurro pallido. All’improvviso tornarono indietro, dritte verso la fermata dove stavo aspettando l’autobus, scendendo fino quasi a toccarmi, e poi cambiarono di nuovo direzione. Ma che state combinando, con questo freddo?
Mi tirai la sciarpa su fino al mento. La lana rossa era ruvida contro le labbra screpolate. Avevo la cattiva abitudine di strapparmi le pellicine, e ora si impigliavano nel tessuto. Era una sensazione dolorosa ma stranamente gradevole; voltai la testa a destra e a sinistra, sfregando la bocca contro la sciarpa.
Quella sciarpa di lana ruvida era un regalo di compleanno di Yuri. Non era fatta a mano, ma ero stato così felice quando l’avevo ricevuta, nel dicembre di due anni fa.
Non vedo Yuri da otto mesi. Il mio compleanno, che è il giorno di Natale, è passato da un po’. «L’anno prossimo te ne regalo una fatta a maglia da me!» aveva promesso, ma alla fine non mi aveva regalato niente. Chissà, magari quest’anno, contro ogni aspettativa, si presenterà con una nuova sciarpa.
Anche se ho le labbra e le mani secche, sento comunque l’umidità nell’aria. Sono una creatura umida. Ho la pancia piena d’acqua. Anche il mio cuore è umido, caldo.
“L’essere umano è davvero incredibile” penso stupidamente mentre salgo sull’autobus.
Yuri è una donna con ciglia molto graziose. Anche le pieghe che ha all’angolo degli occhi sono adorabili. Ha vent’anni più di me, quindi ovviamente ha un po’ di rughe. Le increspature che si formano quando sorride sono la cosa più carina di tutte. Quando le accarezzavo, sentivo la sua felicità sotto la punta delle dita.
Quando ci siamo conosciuti faceva la professoressa all’istituto di Arti visive che frequentavo. Avevo sempre desiderato studiare pittura a olio, perciò una volta finito il liceo, dopo un anno di corsi preparatori, mi ero iscritto a un corso di laurea triennale. E così a diciannove anni avevo conosciuto Yuri: era la mia insegnante di Disegno II. All’epoca lei aveva trentanove anni, e dimostrava, insomma, trentanove anni. Aveva i capelli lunghi, neri, con una leggera permanente che li rendeva crespi più che ricci, e non si truccava quasi, a parte il rossetto. Sorrideva nel suo grembiule macchiato di vernice.
Arrivava regolarmente in ritardo a lezione, e non sembrava particolarmente entusiasta del suo lavoro, ma gli studenti amavano i suoi corsi per l’atmosfera rilassata e il chiacchiericcio continuo. Il suo nome è Sayuri Inokuma, ma tutti, ragazzi e ragazze, la chiamavamo “Yuri-chan”.
In classe dispensava elogi a chiunque, a prescindere dalla qualità del lavoro, non criticava mai nessuno. E non dava mai consigli specifici sui nostri disegni. Non so se fosse una brava insegnante, ma era la nostra Yuri-chan.
Il mio amico Domoto era uno dei suoi più grandi ammiratori; un giorno decise di fermarsi a parlare con lei dopo la lezione, e io lo accompagnai. Chiacchierammo di questo e quello, niente di particolare.
«Sono preoccupato per il mio futuro» disse Domoto.
«Sta a te capire cosa ne vuoi fare» tagliò corto Yuri.
«Forse potrei sposarmi. Lei mi sposerebbe?» ribatté scherzosamente Domoto.
Visto che lui se ne stava lì sornione ad aspettare una risposta, decisi di intromettermi: «Per un uomo, sposarsi non apre nessuna strada» dissi, fissandola.
«Guarda che è lo stesso per una donna. E poi che significa “aprire strade”?» rispose lei con tono affettuoso, guardandomi negli occhi.
Alla fine dell’autunno organizzammo una festicciola in un bar.
L’idea era stata di Domoto, che aveva coinvolto vari compagni di classe; venne anche Yuri.
Mi meravigliai che avesse accettato, e ammirai la sfacciataggine di Domoto che l’aveva invitata. “Speriamo che non se ne vada troppo presto” pensai, e mi sedetti un po’ in disparte, lontano da dove si era seduta lei.
Yuri chiacchierava con noi ragazzi e sorseggiava una birra. Sotto il suo golfino bianco, di maglia sottile e un po’ liso, si intravedeva la forma del reggiseno. Con le guance arrossate dall’alcol sembrava più vecchia, e allo stesso tempo il suo tono era diventato stranamente soave; se chiudevo gli occhi mi sembrava di sentire una ragazzina delle medie.
Dentro al bar non ci eravamo mai parlati, ma andando via sentii la sua voce alle mie spalle: «Prendi il treno della JR?».
Era la prima volta che si rivolgeva a me in tutta la serata.
Annuii. La maggior parte di noi studenti abitava lungo la linea della JR, quindi sarebbe stato impensabile allontanarci noi due soli, ma per un momento immaginai che fosse un invito a tornare insieme.
Invece lei disse: «Ah, io prendo la metropolitana» e sentii una fitta di disappunto.
«Vuole che chieda se c’è qualcuno che torna in metropolitana e la può accompagnare?»
«Ma no, non intendevo questo…» Si aggiustò i capelli e proseguì: «Volevo fare una passeggiata intorno alla stazione».
La mia testa si riempì di domande, ma Yuri aveva già cominciato a camminare, e mi affrettai a seguirla.
Mi voltai a guardare indietro: gli altri si stavano salutando e già si avviavano verso le rispettive destinazioni; nessuno sembrava fare caso a noi. Tutt’a un tratto mi sentii pieno di felicità.
Alzai lo sguardo e vidi un enorme cartellone pubblicitario di una console per videogiochi. Ancora più in alto, nel cielo notturno, la luna splendeva di un giallo crema.
Yuri camminò davvero tutto intorno alla stazione di Shibuya, attraversando ponti e passaggi pedonali.
«Non è che sia chissà quanto ubriaca, ma preferisco prendere un po’ d’aria.»
Rise arricciando il naso.
«Capisco benissimo! Anche a me, quando sono un po’ brillo, non va di salire sul treno subito. C’è una bell’aria stasera, vero? Fresca e pulita. Sta per finire l’autunno…»
«Eh, già.»
«A lei piace l’autunno? Io sono un patito dell’estate, quindi l’autunno mi fa tristezza. La fine di una cosa bella mette malinconia. Però in fondo non mi dispiace sentire questa stretta al cuore.»
«Vero. Anche io amo l’estate.»
«Si è divertita alla festa? Mi spiace che il locale fosse un po’ caro. Grazie per essere venuta! Domoto era emozionatissimo che avesse accettato l’invito. E altri studenti hanno deciso di partecipare quando hanno saputo che ci sarebbe stata anche lei. Ha un sacco di ammiratori, professoressa! Anche se è abbastanza evidente che non ama insegnare.»
«Ma no, non è vero! Mi piace insegnare, a modo mio.»
«Noi con lei ci troviamo bene. Possiamo disegnare quello che ci pare, e riceviamo sempre i complimenti. Se ci sono cose che non capiamo, possiamo sempre chiedere agli altri insegnanti.»
«Esatto! Continuate così.»
«Professoressa, certo che cammina veramente veloce!»
«Senti…»
«Sì?»
«Tu mi piaci. Te ne eri accorto?»
«Oh… ecco… forse sì.»
«Ti ho osservato in classe. Hai un bel viso. Mi piace la linea delle tue spalle, e la forma dei tuoi gomiti. E la punta delle tue dita.»
«Eh? La punta delle dita?»
«E poi hai un’aria molto particolare.»
«Davvero?»
«Mirume Isogai… è un bel nome.»
«Me lo dicono spesso.»
«Vorrei conoscerti meglio, parlare ancora con te.»
Non ero più così giovane da perdere la testa a sentirmi dire da una donna che le piacevo, e soprattutto non ero del tutto sicuro che stesse parlando sul serio, quindi mi limitai a risposte generiche, come «va bene», «rivediamoci» e così via.
La accompagnai fino all’ingresso della metropolitana. Mi salutò con la mano da dietro i tornelli. Ricambiai il saluto.
Mi scappò un sospiro.
Mi dispiaceva per lei, mi sembrava una persona molto sola. Anche se era sposata.
Il cielo era così trasparente che mi pareva di poterlo respirare.
Mi sentivo appeso, come i capezzoli dentro il reggiseno.
Guardai il cielo fuori dal finestrino del treno. Ero sulla linea Den’en Toshi, diretto alla stazione di Futako Tamagawa. Yuri mi aveva chiesto di farle da modello per una sessione di disegno dal vero.
Dipingeva a olio, era una sua passione personale, niente a che vedere con la scuola. Aveva affittato un appartamentino a Futako Tamagawa che usava per dipingere; lo chiamava il suo atelier, e nei giorni festivi si chiudeva lì dentro a lavorare.
Dopo la nostra passeggiata intorno alla stazione, a scuola si era comportata con me come se non fosse successo niente, ma passate due settimane l’avevo incrociata nel corridoio e mi aveva fermato.
«Ehi, Isogai! Volevo chiederti un favore. Mi faresti da modello?»
«Nudo?»
Mi misi a ridere.
«No, puoi tenere i vestiti addosso.»
Rise anche lei.
«Allora sì, perché no» risposi.
Yuri ci pensò un attimo e poi disse: «Va bene domenica prossima?».
Annuii.
E così, la domenica successiva mi ritrovai su un treno in direzione di Futako Tamagawa, verso il suo atelier.
Appena si aprirono le portiere della carrozza, il freddo mi colpì in faccia. Dalla banchina si vedeva l’acqua del fiume Tama scorrere lentamente. Oltre il fiume, l’inverno aleggiava bianco e pesante.
Yuri mi venne a prendere alla stazione su una bicicletta rossa. Indossava un impermeabile beige; io avevo un montgomery blu scuro. Yuri guardò il mio cappotto.
«Ma che carino questo soprabito! Sembri uno studente del liceo.»
«Cercherò di prenderlo come un complimento» risposi.
Yuri fece una smorfia, alzando gli occhi al cielo, mi indicò il portapacchi della bicicletta, e salii a cavalcioni sul retro.
«Ce la fa a pedalare?»
«Ma certo!»
Yuri mi portò sulla bici per tutto il tragitto.
Imbarazzato, mi tenevo con le mani appoggiate alle sue spalle curve in avanti.
«Vuole che facciamo a cambio?»
«Siamo quasi arrivati» rispose con il fiato corto, continuando a pedalare. Mi misi a ridere.
Io sono abbastanza magro, ma sono pur sempre alto un metro e settantasei, e per Yuri, che sarà stata al massimo uno e sessanta, doveva essere un bello sforzo portarmi. Anche se a pensarci, con il suo fisico solido e muscoloso, probabilmente pesava più o meno quanto me.
«Cosa c’è da ridere?»
«Niente, pensavo solo che ha un bel po’ di energia!»
Ridacchiò.
«È carina questa bicicletta.»
«Grazie. Siamo quasi arrivati.»
In una decina di minuti arrivammo a una palazzina bassa.
«È al secondo piano. Vieni, si sale per di qua.»
Seguii Yuri, che saliva le scale facendo tintinnare le chiavi della catena della bici, fino all’appartamento 203.
«Ricordati di toglierti le scarpe, per favore.»
«Ma certo.»
«Mi dispiace.»
«Per cosa?»
«Per averti fatto venire fin qui. È un po’ fuorimano, lo so. Ma prometto che ti farò un bel ritratto.»
«Ne sono sicuro. È un onore per me farle da modello!»
La stanza era d...