La rivincita dei matti
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La rivincita dei matti

  1. 228 pagine
  2. Italian
  3. ePUB (disponibile su mobile)
  4. Disponibile su iOS e Android
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La rivincita dei matti

Informazioni su questo libro

Agnese, che tutti chiamano Steno, nell'estate del 1982 ha tredici anni. È l'estate magica in cui l'Italia di Paolo Rossi ed Enzo Bearzot vincerà i Mondiali di calcio contro la Germania Ovest. Ma è anche l'estate in cui lo zio Arturo Praz, detto Leggenda, si mette in testa di giocare la sua partita, raccogliendo i vecchi amici per sfidare, il giorno della finale, gli infermieri del manicomio. Già, perché Arturo, Bones, Mario, Bobi e tutti gli altri sono legati da un passato comune: sono ex pazienti del Collegio - è così che chiamano l'ospedale psichiatrico della città - e ne sono usciti grazie a un dottore rivoluzionario e gentile, uno che ha cambiato il mondo: Franco Basaglia. In sella alla Vespa dello zio, lanciata per le strade di una Trieste avvolgente e carica di fascino, Steno segue le incredibili avventure della squadra dei matti a cui, scopre a un certo punto, è legato anche il destino della Nazionale azzurra. Arturo e i suoi compagni cercheranno la loro rivincita, portando sul campo rabbia, paura, speranze e ogni scintilla della propria esistenza, per dimostrare che diverso e normale significano spesso la stessa identica cosa.
Il romanzo ispirato e appassionante di un grande scrittore: un inno al valore della diversità, una storia popolata di personaggi indimenticabili che si muovono sul palcoscenico di una città magica.

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Informazioni

Editore
Mondadori
Anno
2022
Print ISBN
9788804751687
eBook ISBN
9788835717133

SECONDA FASE

10. IGINO FURLAN

Per cinque giorni non vola una mosca. Con il Camerun l’Italia ha pareggiato la terza partita consecutiva, passando per il rotto della cuffia alla seconda fase del mondiale. A quanto pare, stanno giocando malissimo. Clodomiro strappa la pagina del tabellone finale dalla copia della “Gazzetta” del Tommaseo e la appende sul muro di casa, accanto alla loro formazione.
«Ora siamo nel girone con Argentina e Brasile» dice. «… Ho detto: Argentina e Brasile.»
Mario Aislanter, dietro di lui, non aggiunge nemmeno una sillaba.
E quindi Clodomiro se ne va.
Capisco dal suo nervosismo che gli sta nascendo qualche dubbio sul fatto che l’Italia possa batterle tutte e due e andare avanti. E non è solo un sano timore sportivo: è come se in qualche modo si sentisse tradito da mio zio e dalle sue promesse. Non era lui quello che ha sempre detto che saremmo arrivati fino alla fine?
Se glielo chiedi, zio Arturo ostenta una tranquillità invidiabile: al massimo fa girare un po’ tra le dita la sua moneta da cinque lire, e aspetta.
Con Bobi Pilepich la ricerca dei giocatori pare essersi arenata: non sento più parlare della formazione, di quello che pensa di essere invisibile, né di Novak il pittore, o di Darko il borseggiatore gentiluomo. Un loro conoscente è sicuro di aver visto andare in bici un certo Romildo Bazlen dalle parti di Belluno, ma nessuno si prende la briga di andare a controllare. Carlo Dragassi ha portato in sede due palloni di cuoio, ma sono lì, nell’angolo della stanza vuota, a prendere il sole. Ce ne stiamo chiusi in casa come lucertole stordite dal caldo, al massimo vado ai Pedocin a fare il bagno con i miei compagni di scuola, o a imparare a giocare a bocce con Bones. L’inglese mi ha presa in simpatia e mi sta insegnando come tenerle tra le mani, come prendere la mira, quando socchiudere l’occhio, e in che modo accompagnare la boccia con un movimento unico del braccio. Quando lo fa lui sembra facile, è preciso ed elegante come un fenicottero da tappezzeria. Se ci provo io, sembro un fagiano impallinato.
«L’unico modo è tirare, tirare, tirare» mi dice, tranquillo, mentre le mie bocce vanno corte, o lunghe, e sbattono contro il legno di fondo campo.
«Perché insisti tanto a giocare con la zavorra, senza offesa, Steno?» mi domanda Clodomiro.
«Nessuna offesa» gli rispondo. E intanto raccolgo il braccio destro al petto, la boccia nella mano, mi reggo il gomito con la mano sinistra, prendo fiato e faccio mezzo passo indietro, bilanciandomi sul tallone. Siamo in partita, per così dire: io e Bones contro Clodomiro e Dimitri Ferluga, che ha appena mandato la sua boccia ad accarezzare il pallino. Il ragazzo dell’osteria mi sta guardando da dietro la tenda di perline, credendo che io non me ne accorga, ma non sa che in fondo alle perline spuntano le sue scarpe. Proviamo: due passi avanti, libero il braccio e, un attimo prima di superare la linea tracciata per terra, lascio andare la boccia. La sento cadere con un bell’impatto sulla sabbia del campo, tump, e rotola bene, benissimo, fino a spingere delicatamente via la boccia di Dimitri e mettersi al suo posto.
«Fiuuu» fa Clodomiro.
Avrei voglia di fare un saltello di soddisfazione, ma non è il genere di cose che fanno gli eroi del campetto di bocce. Tutt’al più potrei sputare per terra, ma ho la gola secca. Così mi limito a fare l’occhiolino al mio ammiratore segreto dietro la tenda di perline, e subito le punte delle scarpe scompaiono.
«Tocca a voi» dice Bones, impassibile, dando solo una leggera spinta di incoraggiamento a Clodomiro. Non mi ha detto niente, nemmeno un cenno, e questo significa che ho davvero fatto un gran tiro. Mi appoggio contro la rete nell’angolo per seguire il finale della partita e sento la prima goccia di pioggia che mi cade sul naso. Si è alzato il vento e il cielo è nero, cupo, da temporale estivo. Anche Mario Aislanter, sotto il glicine nodoso nell’angolo più remoto del cortile, sembra essersene accorto. L’aria si è fatta così elettrica che ho quasi la sensazione di sentire risuonare le note dell’organo della chiesa degli armeni suonate da Bobi Pilepich, anche se so che è del tutto impossibile. Bones si accende una Marlboro, poi si infila il pacchetto nel risvolto della maglietta. Clodomiro lancia, e capisce subito che non andrà a far punto.
«Che sfortuna sfacciata!» impreca. E intanto, dal cielo, ci arriva il rimbrotto di un tuono lontano.
«Vogliamo la rivincita!» dice Dimitri Ferluga.
Ma non è cosa. Mario Aislanter recupera velocemente i suoi fogli, e ripariamo nell’osteria un attimo prima che inizi a piovere. Faccio appena in tempo a superare la soglia di perline, che sento l’acqua scrosciare alle mie spalle. Incrocio lo sguardo del ragazzo di Valerio.
«Bel tiro» mi dice.
«Grazie» rispondo.
Dentro è tutto uno spingere e strisciare di tavoli e sedie. La porta che dà su via degli Archi si spalanca, ed entrano di corsa Giorgio e un signore che non conosco, tracagnotto, pelato, entrambi bagnati ancora solo di striscio. Quello è Igino Furlan, l’infermiere che gli amici dello zio dicono sia fascista. Ma onesto, aggiungono.
«Appena in tempo.»
«Come viene giù!»
Si salutano con gli altri. Appare un plotone di bicchierini da otto, e di caraffe da mezzo, che vengono smistate sui tavoli, a tutti tranne che a Bones, che ha chiesto una birra, e rimane accanto a me, sulla porta, a guardare il campo da bocce che si inzuppa.
«Non ho buone notizie» dice Giorgio, una volta che si è seduto.
«E cioè?» fa Clodomiro Weiss.
«Non ci siamo.»
«Cosa significa non ci siete?» domanda Mario Aislanter.
Prende la parola il pelato. «Ne abbiamo tirati su sei, Mario.» E conta. «Giorgio e io. Il Maestro Ruzzier: è contentissimo e vi saluta. E anzi, vuole sapere come mai è un po’ che non sente Bones suonare in giro la sera.»
«Digli che sto facendo un disco con Gino Paoli» risponde Bones, sollevando il boccale di birra.
Igino Furlan lo guarda come per cercare di capire se è vero.
«E una sinfonia, la Zero» aggiunge Bones, e finalmente si capisce che sta scherzando.
Lo zio, intanto, tocca le tre dita alzate di Igino Furlan, per invitarlo ad andare avanti.
«Osvaldo e Rodrigo Mate» continua l’altro, arrivando a cinque. «I fratelli uruguagi.»
«Che ti dicevo?» fa Arturo a Bobi Pilepich. «Non erano brasiliani.»
E solo allora si accorge che Bobi Pilepich, in quel momento, non è lì. Sarà in giro, per strada, a prendersi la pioggia.
«E basta» conclude Furlan. Poi si corregge: «Cioè, forse viene Universo. Ma si fa fatica a contarlo come uno. Non perché non sia bravo, eh, ma perché su di lui non ci puoi contare e basta».
Al che Mario sposta indietro la sedia, nervoso. «E Cerletti?»
«L’ho chiamato io» dice Giorgio.
«E ti ha detto no?» domanda lo zio.
«Non ci credo che Cerletti, Vascotto e Zaccagna non hanno voglia di picchiarci un po’» dice Clodomiro.
«Loro verrebbero anche, ma non l’11» dice Furlan. E guarda prima Mario e poi mio zio. «Noi potremmo giocarla anche domani pomeriggio, se volete.»
E che vogliano o meno, intanto sul campo di terra e sui tavolini, sulle strade, sul Molo Audace e sui container, sulle ciminiere dell’acciaieria e sull’obelisco di Opicina cade una pioggia lucida e scrosciante.
«Struja l’11 non può: ha preso ferie, e va via con la famiglia» dice Furlan.
Mario Aislanter incrocia le braccia e fissa lo zio. Bones sorbisce piano la schiuma della birra, e intanto scruta nella pioggia, come se ci vedesse danzare dentro dei fantasmi.
«Bisogna giocare l’11» dice zio Arturo.
«Ma perché, scusa?» sbotta Giorgio. «Struja parte tra cinque giorni. Con lui siamo nove: se andiamo al campetto possiamo anche dire a Cerletti e ai suoi di starsene a casa. E così nessuno rischia di farsi male.»
«No» dice Bones, piano. E poi aggiunge, quando capisce che tutti lo stanno guardando: «Diglielo tu, Clodomiro: il calcio non è uno sport per femminucce».
«Deve essere l’11» ribadisce zio Arturo.
Al che, è Furlan che sbotta: «Senti. Io l’ho capita, sai?».
Si fissano. Gli occhi dello zio sembrano due perle grigie appena pescate.
«Davvero?»
Furlan si passa un paio di volte il palmo della mano sulla testa lucida e poi dice: «E lo sai che ti voglio bene, ma possiamo lasciar perdere la faccenda più grande, e concentrarci solo sulla nostra partitella di vecchietti? Non facciamo parte di una grande macchinazione astronomica, non stiamo fabbricando il destino della nazione: siamo questi qui che vedi, intorno al tavolo. E qualcun altro che adesso magari è al lavoro, o fuori a prendersi il temporale. Volete giocare? Bene. Noi ci siamo. Sei o sette li troviamo sempre, di pomeriggio è meglio che alla sera, perché ci sono le mogli, i figli, e tutta quella roba lì. Andiamo al cimitero, a San Giovanni, a Monfalcone, dove volete voi. Volete fare come fanno i ragazzi oggi, che chi perde paga il campo? Va bene. Volete riempirci di botte? Va bene».
Mentre parla, Giorgio annuisce a ogni frase, cercando con lo sguardo il consenso degli altri. Ma non lo trova. Clodomiro ha la bocca a fisarmonica. Lo zio si appiattisce contro il muro. Mario è impietrito. Bones si è voltato di schiena. E intanto la cristalleria dell’osteria vibra per un tuono caduto troppo vicino.
Al che, non resto che io, e Giorgio mi dice: «Nemmeno tu riesci a farli ragionare?».
«Non credo che sia una questione di ragionamento» dico io.
«E allora cosa?»
«Certe cose non si possono spiegare, sono così e basta» dico. «Come dice Mario Aislanter, è tutta una questione di poesia.»
I due ex infermieri mi guardano strano e non rispondono, ma capiscono i termini della faccenda. Si bevono un ultimo bicchiere, aspettando che spiova, poi Giorgio allunga una mano e la mette sopra quella dello zio. «Senti, ci abbiamo provato. A sette, con anche quella mezza sega di Universo, magari ci riusciamo. Di più, no.»
«Okay» dice Arturo Praz. Anche se non è okay per niente.
Furlan si alza dal tavolo. «Se cambiate idea, fateci un colpo» dice. «E mi raccomando, Arturo, Mario, ragazzi, Bones… cercate di stare bene, d’accordo?»
Mentre mi passa davanti si sfiora la fronte e dice: «Saluta a casa».
E poi escono, correndo sotto i colmi dei tetti e le grondaie che ancora gocciolano. Si sono lasciati alle spalle un’atmosfera insidiosa, che Bones si affretta subito a disinnescare. Posa la birra e batte le mani.
«Vai, sta smettendo. Rivincita, ragazzi!»
E spinge con decisione la tenda di perline.
Io non mi muovo. Lo zio, Clodomiro e Mario Aislanter restano seduti al tavolo, come tre generali appena accusati di alto tradimento.
«Speravo meglio» dice Mario.
«I soliti finocchi» commenta Clodomiro.
Lo zio, invece, si infila il panama.
«Dove vai?» gli domando.
«Vado da Iole» dice. «Tu resta qui.»
Ed esce dall’osteria.
«Ma vi pa...

Indice dei contenuti

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. PRIMA FASE
  4. SECONDA FASE
  5. SEMIFINALE
  6. FINALISSIMA
  7. NOTA DELL’AUTORE
  8. Copyright