Appena ho varcato la soglia di casa, quel giorno, mi sentivo come se avessi la testa dentro un palloncino gonfiato di elio. Fluttuavo. Avevo aspettato seduta sulla panchina l’orario giusto per rientrare, quello che facesse pensare che dopo la scuola mi fossi fermata a chiacchierare con qualche nuovo compagno.
Papà stava aggiustando l’allarme o così sembrava. Era appollaiato in cima alla scala con un cacciavite in mano. Mi ha salutato spiegandomi quale fosse il problema. Papà era così. Comunque fosse, sia che il lavandino fosse intasato, sia che una coppia di divi del cinema avesse annunciato il divorzio, lui mi raccontava tutti i dettagli ed esprimeva la sua opinione. Era figo, papà.
La mamma è comparsa dalla cucina gridando che era pronto in tavola. Lei amava cucinare. Bravissima a improvvisare ai fornelli, mai però che si ricordasse una ricetta e perciò totalmente incapace di insegnare alla sottoscritta a preparare un piatto caldo.
«Com’è andata?» mi ha chiesto papà quando si è seduto di fronte a me.
«Bene» ho risposto, limitandomi a fare un elenco delle cinque lezioni seguite durante la mattinata.
«Sei rientrata tardi.»
Ho chiuso gli occhi annuendo semplicemente. In fondo non era una domanda.
Mia madre mi ha sorriso e si è messa a servire il caffè raccontandoci della torta nuziale ordinata per il matrimonio di cui si stava occupando insieme al suo socio e del timore che fosse troppo alta.
Abbiamo appoggiato tutti e tre le tazzine e abbiamo aspettato.
Papà si è pulito la bocca con il tovagliolo e ha detto: «Sapete cosa dice un cane che sta giocando a poker con i suoi amici a quattro zampe?».
«Ehm… no…» ho risposto.
«Ho un cocker di setter!»
Era il segnale. Il pranzo era finito e potevamo andare tutti in pace. Mi sono alzata e ho fissato i miei genitori per un istante. Gli altri ragazzi raccontavano cose terribili dei propri genitori, li trovavano vecchi e sfigati e ammetto che le barzellette di mio padre avevano il potere di mettermi spesso in imbarazzo, ma loro non smettevano mai di incuriosirmi. Avevano una storia bella da raccontare, una storia da film. Mi chiedevo spesso se amassi le commedie romantiche a causa loro. Si erano conosciuti a scuola, durante l’intervallo. Papà lo raccontava come se quello fosse stato il momento zero. La folla di studenti che si apre per farla passare e lei che cammina verso di lui con i lunghi capelli che ondeggiano e la capacità di far sparire tutto il resto intorno. Lui la ferma subito e le racconta una delle sue storielle, lei semplicemente ride. Lo trova divertente e così da quel giorno diventano inseparabili.
Sì, una storia vista mille volte, ma questa è accaduta davvero.
Mi sono chiusa prima in camera e poi ho pensato di raggiungere la biblioteca. La voglia di continuare a leggere la storia di Costanza faceva a botte con il desiderio di vedere Matteo e di parlargli. La speranza di incontrarlo si stava trasformando in un pensiero fisso anche se non avrei mai potuto spiegargli perché avessi sottratto il diario. Avrebbe mai creduto che fosse capitato per caso? Avrei potuto raccontargli che l’avevo trovato per terra e che non sapendo di chi fosse l’avevo preso io per evitare che qualcuno lo rovinasse ulteriormente. Mi sentivo in colpa e mi sembrava di non riuscire a formulare nulla di credibile.
Mi stavo infilando i pantaloni, quando mia madre è entrata nella stanza.
«Esci?»
Aveva un tono stupito. Piacevolmente stupito.
«Cosa c’è?»
«Be’, pensavo che potremmo riprendere un discorso.»
«Quale discorso?» Il mio tono si è fatto impaziente.
«Vorrei sapere come stai. Sei sempre così sfuggente e cupa… Non ti trucchi nemmeno più, una volta ti piaceva… E tutti i tuoi vestiti? Metti sempre le stesse felpe. Vorrei che ti aprissi un po’.»
«Vuoi mandarmi dallo psicologo, perché non lo dici chiaramente?»
«Vorrei che tu stessi bene.»
«Ci abbiamo già provato a Roma e…»
Nello studio di quella psicologa, non molto lontano dalla Fontana di Trevi, ero rimasta muta. Mi sedevo nella poltrona davanti a quella donna che cercava di farmi dire come mi sentissi, ma non riuscivo a pronunciare una parola. Mi era impossibile.
«È passato un po’ di tempo e qui è tutto diverso, forse, potresti…»
«Ricominciare? Mamma, non ci voglio andare.»
«Ale, non puoi affrontare tutto da sola.»
«Ho te e papà. Non sono sola.»
«Non è la stessa cosa.»
«Ho i film e i miei libri.»
«Anche questo non può bastarti. Potresti riprendere almeno il corso di recitazione, magari troviamo una buona scuola anche qui.»
«Vuoi barattare lo psicologo con le lezioni di teatro?»
«Sto solo cercando di aiutarti. Sono preoccupata…»
Mi sono avvicinata a lei. Sapevo cosa provava.
«Mamma, io vorrei solo smettere di pensarci ogni minuto e se voi continuate a ricordarmelo non sarà mai possibile. Hai ragione, qui è tutto diverso. Sto iniziando ad ambientarmi e…»
Non sapevo come concludere, ma forse non lo sapeva nemmeno mia madre perché, dopo aver alzato le spalle, mi ha lasciata passare.
«Ti voglio bene» ha sussurrato.
«Anch’io.»
In biblioteca, del ragazzo non c’era traccia, così, prima di sedermi, ho girato un po’ tra gli scaffali. È stato nella sezione “Trattati di psicologia” che ho visto un libro inserito al contrario.
Era 1984 di George Orwell. L’ho sfilato e mi sono seduta.
Lo conoscevo, ma non l’avevo ancora letto.
Poi l’ho richiuso, chiedendomi se anche quel libro fosse una delle tracce lasciate dal ragazzo misterioso. Lo stavo per rimettere a posto quando ho visto un segno.
Qualcuno aveva piegato l’angolo di una pagina. Ho aperto e ho iniziato a leggere qua e là.
“Una volta finito con i documenti a cui stava lavorando, li arrotolò e li infilò nel tubo della posta pneumatica. Erano trascorsi otto minuti. Si riaggiustò gli occhiali sul naso, emise un sospiro e accostò a sé il blocco successivo, che aveva in cima il foglietto di carta. Lo aprì. Vi era scritto, in grossi caratteri vergati con calligrafia incerta:
TI AMO.
Gli si gettò fra le braccia e lo baciò quasi con violenza. Un attimo dopo si aprì un varco fra gli alberelli e scomparve nel bosco, facendo pochissimo rumore. Winston si era dimenticato di chiederle il cognome e l’indirizzo, ma la cosa non aveva alcuna importanza.”
“Sentì la propria voce che gridava:
‘Julia! Julia! Julia, amore mio! Julia!’
Per un istante si era sentito come sopraffatto dalla visione di Julia. Gli era sembrato non solo che fosse con lui, ma dentro di lui, come se gli fosse entrata nella pelle. In quel momento l’aveva amata molto più di quando erano stati insieme e in libertà. Sapeva che Julia si trovava da qualche parte, ancora viva, e che aveva bisogno di lui.”1
Ho rimesso tutto a posto e ho aspettato un po’.
Ho immaginato che entrasse nella sala lettura e che mi vedesse con il suo libro tra le mani.
Si sarebbe avvicinato a me. Mi avrebbe sfilato il volume e mi avrebbe guardata negli occhi.
Sono tornata a casa, ho tentato di finire i compiti per il giorno dopo e sono andata a dormire presto. Il mattino dopo sarei arrivata a scuola prima così da poter incontrare tutti quelli che entravano. Ho infilato il suo diario nello zaino. Era la mia scusa per potergli parlare. O forse non ci sarei mai riuscita.
«Ehi, ti hanno buttata giù dal letto stamani?» ha detto Giulia quando, il mattino seguente, mi ha vista vicino al cancello di ingresso. Elia la seguiva con l’espressione di chi si è appena svegliato.
«Mi sono addormentata presto e così…»
La verità era che per la prima volta da mesi gli incubi non mi avevano svegliata nel cuore della notte, ma non ho fatto in tempo a iniziare la frase che lui è comparso. È diventato tutto strano, come se le nuvole si fossero allontanate e improvvisamente il sole avesse raggiunto lo zenit. Non riuscivo a percepire bene quello che stava accadendo. Un gruppo di ragazze si è voltato a guardarlo, Elia si è quasi messo sull’attenti e le mie orecchie hanno iniziato a fischiare.
Ha attraversato il cancello tenendo la testa bassa e la sua spalla è arrivata a pochi centimetri da me, così pochi che se mi fossi mossa, l’avrei toccato. C’è stato un lungo attimo di silenzio come se io non fossi stata l’unica a trattenere il respiro.
«Terra chiama Ale!»
La voce di Giulia mi ha riportata in vita.
«Chi è?» ho chiesto sperando di non essere diventata rossa.
«Chi? Matteo Casati? Il ragazzo più silenzioso della Terra?» ha ironizzato Elia.
«Addirittura?»
Ho assunto l’aria incredula di chi non darebbe tutta questa importanza a uno che, invece, saprebbe riconoscere solo dall’odore senza avergli mai parlato.
«Matteo Casati, quinta C, bello, sportivo e ahimè eterosessuale al cento per cento!» ha sottolineato Elia.
«Quel ragazzo era un mito ancora prima di iscriversi al liceo» ha aggiunto Giulia controllando lo smalto blu sulle unghie. Indossava un paio di leggings neri e un vestito di lana. Se avessi avuto più confidenza o fossi stata ancora nella vecchia scuola le avrei fatto un sacco di complimenti, ma ora parlare di vestiti e di moda mi metteva a disagio.
Così mi sono limitata a fare finta di niente e a chiedere: «Perché?». Il fatto di essere nuova mi permetteva di fare un sacco di domande.
«Be’… suo fratello frequentava questa scuola. Era in classe con mia sorella e lei, come tutte quelle di quel quinquennio, gli è stata sotto fino alla maturità. In casa non si sentiva parlare d’altro che di Andrea Casati… Potrei dirti anche quante volte si assentava dalla classe per andare in bagno. Nei servizi al secondo piano c’è pure un suo ritratto. Pare glielo abbia dedicato una del quinto anno, quando lui però era solo al secondo. Poi si è iscritto all’università e…»
«E?» Ho ficcato gli occhi in quelli di Giulia mentre Elia abbassava la testa. Indossava una maglia di lana scura con il collo alto e così attillata che riuscivo a contargli le costole.
«È morto.»
«Quando?»
«L’anno scorso. Il 14 agosto.»
Mi ha colpito ...