Dialogo tra Lucrezio e Seneca
«Quando gli dèi non c’erano più e Cristo non ancora, tra Cicerone e Marco Aurelio, c’è stato un momento unico in cui è esistito l’uomo. Solo».
Gustave Flaubert
Seneca Questo incontro, Lucrezio, è per me fortunato e insperato. Conoscere di persona chi abbiamo ammirato sui libri è sempre una rivelazione, oltre che un piacere dell’anima.
Vorrei tanto sapere di te, perché non sappiamo nulla, mentre di me tutti sanno tutto: origine spagnola, famiglia equestre, un padre-padrone che per me aveva programmato una vita non da filosofo ma da uomo di finanza, madre premurosa, mediano tra il fratello maggiore dedito alla filosofia e il minore alla politica, un figlio morto piccolo, due mogli, pochi amici, studi di retorica e filosofia prima a Roma e poi in Egitto al seguito della zia materna per curarmi l’asma, carriera politica tra bruschi arresti e indubbi successi. Uomo nuovo, mi sono affermato tra i nobili dell’Urbe1.
Tutto questo ho raccontato io stesso nei miei scritti2; altri poi hanno ricamato sul mio conto, oltre il vero; ma, una volta deciso di diventare uomo pubblico, avevo messo in conto di perdere l’innocenza.
Ma di te, nei tuoi settemila versi, nulla della tua vita privata, nulla di quella pubblica. Per tutti non sei stato che un nome, l’autore del poema Sulla natura.
Lucrezio Non ho mai amato confronti e confidenze con estranei, soprattutto con avversari; ma ora che ognuno di noi due ha combattuto la propria battaglia – e sappiamo com’è andata – come potrei sottrarmi?
La mia vita non ha fatto notizia e, a differenza della tua, non ha conosciuto né promozione né autopromozione. A questo tu hai saputo provvedere da solo, senza dover attendere, come Socrate, un Platone o un Senofonte. Mio padre era di famiglia senatoria, della gens Iulia, di simpatie cesariane, cosa per altro comune a molti Epicurei dell’epoca. Anche mio figlio, convinto di quella causa, partì per la guerra e morì a Filippi, là dove si era battuta la gioventù repubblicana di allora.
Giovanissimo, mi sono dedicato alla filosofia di Epicuro e, per assecondare questa passione, mio padre mi spedì a Ercolano e a Napoli ospite di Calpurnio Pisone, il suocero di Cesare, per seguire le lezioni di Filodemo di Gadara e del suo allievo Sirone. Là, dove di tanto in tanto tornavo per fuggire il caos di Roma e ritrovarmi con gli amici, ho finito i giorni della mia vita.
Mi sono sempre tenuto lontano dai luoghi invasi dalla folla e dal clamore, luoghi a te familiari: il Campo Marzio, il Circo Massimo e soprattutto il Foro. A Roma mi sentivo una sorta di errore anagrafico; gli altri invece, soprattutto i poeti laureati, venuti da fuori al pari di te, erano tutti sedotti e ossessionati dalla capitale: Catullo che vi arrivò da Verona, Virgilio da Mantova, Ovidio da Sulmona, Orazio da Venosa. Tutti al seguito di protettori e a caccia di mecenati.
Seneca Anche mio padre frequentò la villa dei Pisoni, là dove continuava a riunirsi l’aristocrazia intellettuale romana3.
A proposito di potenti, nemmeno tu ti sei sottratto alla loro amicizia: hai supplicato Memmio e addirittura lo hai invocato come fosse un dio o un eroe4.
Lucrezio Ammiravo il suocero di Silla, gran cultore della letteratura greca preferita a quella latina. Fu lui a iniziarmi alla divina poesia di Empedocle5; per questo gli ho dedicato il mio poema. Memmio era per noi tutti una speranza di pace e di libertà, ma poi l’ambizione politica, esaltata da una diabolica abilità retorica, lo travolse. In pochi anni era diventato tribuno della plebe, pretore e governatore della Bitinia; poi, aspirante console, tradì Pompeo, suo parente, per Cesare; lo accusarono di brogli elettorali e fu costretto all’esilio ad Atene. Là, nel quartiere di Melite, proprio sulle rovine della casa di Epicuro intendeva costruire una sfarzosa villa; a stento amici comuni lo trattennero da quell’empio progetto6.
È stato una grande delusione. Conservai il suo nome nel mio poema, perché l’amicizia è anche questo. ...