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In principio fu il frigo
«All’origine era il nulla! Non c’erano i detersivi, e neanche i surgelati».
«Non c’erano nemmeno i buoni premio!».
«Poi venne il frigorifero».
Sentenziano così i due clown che si tolgono il cappello passando ammirati davanti a un frigorifero nella commedia La signora è da buttare di Dario Fo.
Era il 1748 e William Cullen non aveva idea che il metodo artificiale di refrigerazione che stava presentando all’Università di Glasgow sarebbe stato il primo passo di una rivoluzione che avrebbe cambiato le abitudini della società a venire. Bastarono, infatti, appena cento anni per mettere a punto dei modelli perfezionati: John Gorrie, giudice di pace e sindaco di una cittadina della Florida, brevetta la ice-making machine, un macchinario per la produzione di ghiaccio basato sulla dinamica tra gas freon e serpentina di raffreddamento in grado di consentire la rapida diffusione di aria compressa. Le sue intenzioni d’uso erano di tutt’altro tipo: il ghiaccio prodotto doveva servire ad abbassare la temperatura dei suoi pazienti affetti dalla febbre gialla. Ahimè, il brevetto rimase nel cassetto perché Gorrie non trovò i finanziamenti necessari. Ma un altro passo era stato fatto. Era il 1851.
Negli anni Trenta del Novecento l’elettrodomestico bianco troneggia nelle case americane. In Italia, invece, bisogna aspettare gli anni Sessanta. Solo allora il potere d’acquisto delle famiglie cresce al punto che il frigorifero, da elettrodomestico alla portata di pochi, diventa rapidamente un oggetto di uso comune. In ogni cucina ce n’è uno e la concorrenza tra le case produttrici si intensifica; intanto cambia radicalmente il modo in cui i cibi vengono conservati, rivoluzionando per sempre il modo di mangiare.
L’arrivo del frigorifero è il segno di un’epoca di abbondanza, del boom economico. I paesi dell’Europa occidentale registrano tassi di crescita del 5% all’anno, la produzione industriale triplica i volumi. È la fine della povertà, quella raccontata nella Geografia della fame di Josué de Castro o analizzata dall’inchiesta parlamentare sulla miseria in Italia, avviata nel 1951. Quella che ricostruisce Vito Teti nel suo Fine pasto: «c’è chi divide il proprio alloggio con gli animali, chi vive in grotte, soffitte o cantine, quando i più fortunati convivono in una sola stanza con più di quattro persone. Quasi un milione di famiglie non consuma carne né vino né zucchero». Sono gli anni dell’abbandono delle campagne, delle «terre ingrate», delle migrazioni verso i tanti Nord europei e italiani, dopo il grande esodo dell’Otto e Novecento verso l’America che «il potere aveva giustificato con la formula ‘o emigrati o briganti’». Gli anni in cui i contadini sono considerati analfabeti e rozzi, come se non potessero avere una loro cultura o «come se il rapporto con la natura (le stagioni, le seminagioni, le sperimentazioni, gli innesti e le selezioni, gli orti e le terrazze, il vino e le mele, il grano e il riso, la conservazione e la lavorazione dei prodotti) e la vita associativa (la famiglia, il sagrato e l’osteria, le lotte contro gli usurpatori) non fossero cultura, non fossero civiltà».
Con l’esodo rurale che porta via dalle campagne quindici milioni di famiglie, insieme allo stile di vita cambiano anche le abitudini alimentari: il consumo di calorie pro capite aumenta di circa un terzo, quello di carne raddoppia. È un mutamento profondo: «Esplosero i consumi di prodotti costosi come la carne, soprattutto bovina, il caffè e lo zucchero; ma sulle tavole dell’epoca apparve in abbondanza un po’ di tutto, dalla frutta e verdura ai latticini, dai condimenti ai dolci, dal formaggio al vino».
Finisce il tempo in cui sia nelle città che nelle campagne si conservano i cibi nelle cantine, nelle casse di legno con dentro blocchi di ghiaccio, o nelle ghiacciaie. Accumulare cibo nel frigo, stipare carne nel freezer, rappresenta la catarsi, il riscatto da un’epoca di rinuncia, la rappresentazione plastica della Giulia di Cristo si è fermato a Eboli, il romanzo di Carlo Levi in cui la domestica, mentre insapona la schiena del protagonista, dice «quanto sei bello», dove per bellezza si intende l’essere sovrappeso.
I cittadini si trasformano in maniera irreversibile in consumatori e imparano a considerare il cibo alla stregua di una qualsiasi merce. L’agricoltura, dal canto suo, si trasforma, cambia pelle, comincia a far sue le innovazioni tecnologiche e genetiche, si industrializza. Nascono i primi supermercati e nella dieta delle famiglie italiane entrano prodotti fino a quel momento sconosciuti, i biscotti e le merendine sostituiscono il pane della colazione, lo yogurt prende un posto fisso nel frigorifero.
Una trasformazione epocale i cui esiti arrivano fino a oggi, con conseguenze importanti perché il cibo che mangiamo, quello conservato nei vani sempre più spaziosi dei moderni elettrodomestici, nasconde molte delle cause che influiscono sui cambiamenti climatici.
Dunque, per capire qual è il rapporto tra il cibo e l’attuale crisi climatica, quali sono le responsabilità del sistema alimentare e quali gli effetti del riscaldamento globale su quello che mangiamo, dobbiamo partire proprio dal frigo. Per cominciare, dai guasti prodotti dall’elettrodomestico stesso: nel 1974, sulla prestigiosa rivista scientifica «Nature», Mario Molina e Sherwood Rowland pubblicano i risultati dei loro studi che mostrano il pericoloso assottigliamento dello strato di ozono presente nella stratosfera a causa dei clorofluorocarburi (CFC), composti chimici utilizzati per frigoriferi e refrigeratori. L’allarme dei ricercatori resta inascoltato per anni: la comunità internazionale impiegherà, infatti, oltre un decennio per riconoscere il valore di quella scoperta scientifica. Solo nel 1987, con il Protocollo di Montreal, si mettono al bando i clorofluorocarburi, e qualche anno dopo i due scienziati ricevono il premio Nobel per la chimica. L’industria corre ai ripari sviluppando gli idrofluorocarburi (HFC), gas refrigeranti che, pur non contribuendo all’assottigliamento dello strato di ozono, hanno però un potente effetto serra. Greenpeace lancia una campagna di pressione per convincere i governi a individuare delle alternative. Venuta a conoscenza che un istituto di Dortmund, in Germania, ha messo a punto un misto di composti adatti alla refrigerazione e meno inquinanti, fa costruire il primo prototipo finanziandolo a proprie spese. In poche settimane arrivano 70 mila ordini, e la tedesca DKK Scharfenstein inizia a produrre il primo green-freeze, un frigo senza sostanze nocive per il pianeta.
Ma per trovare gli indizi che ci portano ai cambiamenti climatici dobbiamo mettere da parte le questioni legate alla tecnologia e aprire il nostro frigo, guardarci dentro.
Ci troveremo la frutta riposta nel cassetto in basso, magari insieme a un peperone e un broccolo; le uova disposte ordinatamente nella parte superiore dello sportello; un pezzo di parmigiano o, sempre più spesso, una confezione di formaggio già grattugiato e pronto per essere spolverato sulla nostra pasta. E ancora del vino, l’acqua, i succhi di frutta, un barattolo di marmellata, una confezione di prosciutto affettato e disposto in una vaschetta di plastica.
Tutto quanto abbiamo appena elencato è cibo che viene prodotto, conservato, lavorato, confezionato, trasportato, preparato e servito.
Ognuna di queste fasi ha un impatto sull’ambiente.
Gli studiosi lo definiscono ecological footprint (impronta ecologica), un indicatore statistico che mette in relazione il consumo di risorse naturali con la capacità del pianeta di rigenerarle. Più semplicemente, misura la quantità di terra (o mare) biologicamente produttiva, necessaria per fornire le risorse, assimilare i rifiuti e assorbire le emissioni di CO2 di ogni singolo prodotto.
Secondo l’ultimo rapporto del Global Footprint Network, se ogni abitante del pianeta vivesse come la media dei cittadini europei, consumeremmo tutte le risorse annuali disponibili nei primi cinque mesi dell’anno. A livello globale, per soddisfare i nostri fabbisogni, ogni anno, abbiamo bisogno di una Terra e mezza. Se invece guardiamo solo all’Europa, continente ricco, allora l’impronta aumenta e la nostra domanda di risorse ecologiche raggiunge 2,8 Terre.
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