Il lupo di Wall Street
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Il lupo di Wall Street

Miliardario a 26 anni, in rovina a 36. La vera storia del broker che visse da re

Jordan Belfort

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Il lupo di Wall Street

Miliardario a 26 anni, in rovina a 36. La vera storia del broker che visse da re

Jordan Belfort

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About This Book

A Wall Street niente è impossibile, se sei giovane e affamato abbastanza. E nessuno ha più fame di Jordan Belfort, telefonista di una società di brokeraggio. Geniale e spericolato, impara in un lampo l'ambigua arte di spostare mucchi di soldi e felicità, e in pochi anni diventa il broker più ricco e di successo sulla piazza. La sua Stratton Oakmont è stata una delle compagnie di intermediazione finanziaria più spericolate d'America, con un fatturato di venticinque milioni di dollari a semestre. A soli ventisei anni Belfort è già multimilionario: di giorno accumula ricchezza, di notte spende montagne di denaro tra droghe, sesso, viaggi extralusso, Ferrari ed elicotteri. Ed è proprio vero, che tutto ha un prezzo: dieci anni dopo è l'Fbi a far calare il sipario sulla vita travolgente, e intossicante, del Lupo. Una storia vera quanto incredibile, diventata un successo cinematografico candidato a cinque premi Oscar, diretto da Martin Scorsese e interpretato da uno strepitoso Leonardo DiCaprio.

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Information

Publisher
BUR
Year
2015
ISBN
9788858680124
Il lupo di Wall Street
Ai miei due magnifici figli,
Chandler e Carter Belfort

Nota dell’Autore

Questo libro è un’opera biografica: una storia vera, basata per quanto possibile sul ricordo di molti eventi della mia vita. Dove era opportuno, ho modificato il nome e le caratteristiche di alcune persone citate, per rispettarne la riservatezza (alla loro prima apparizione nel testo i nomi fittizi sono contrassegnati da un asterisco). In alcuni casi, per rendere più fluida la narrazione ho riordinato e condensato eventi e periodi di tempo e ho ricreato i dialoghi adatti.

Prologo

Un bambino nel bosco

4 maggio 1987
«Tu conti meno di zero» disse il mio nuovo capo, mentre mi accompagnava per la prima volta nella sala operativa della LF Rothschild. «La cosa ti crea problemi, Jordan?»
«No» risposi, «nessun problema.»
«Bene» approvò il capo, brusco, e continuò a camminare.
Percorrevamo un labirinto di scure scrivanie di mogano e cavi telefonici neri, al ventiduesimo piano di una torre di vetro e alluminio che si alzava per quaranta piani sopra la famosa Quinta Avenue di Manhattan. La sala operativa era ampia, forse quindici metri per venti. Un locale opprimente, con scrivanie, telefoni, computer e un piccolo esercito di yuppie molto sgradevoli, settanta in tutto. Si erano tolti la giacca e a quell’ora, le nove e venti del mattino, se ne stavano appoggiati alla spalliera della sedia a leggere il «Wall Street Journal» e a rallegrarsi di essere i giovani Padroni dell’Universo.
Padrone dell’Universo: mi pareva un nobile obiettivo; e mentre li oltrepassavo, in completo blu a buon mercato e scarpe pesanti, mi ritrovai a desiderare di essere uno di loro. Ma il mio nuovo capo si premurò subito di ricordarmi che non lo ero. «Il tuo compito...» guardò la targhetta col nome sul risvolto della mia modesta giacca blu «... Jordan Belfort, è quello di collegare, il che significa comporre numeri di telefono cinquecento volte al giorno, per riuscire a oltrepassare la segretaria. Non devi vendere niente, raccomandare niente, creare niente. Devi solo contattare titolari d’azienda.» S’interruppe per un istante, poi riprese a sputare veleno. «E quando ne avrai uno al telefono, tutto ciò che dirai è: “Buongiorno, signor Tal dei Tali, ho in linea Scott per lei” e mi passerai la telefonata e ricomincerai a comporre numeri. Pensi di potertela cavare o è troppo complicato per te?»
«No, credo di potercela fare» risposi speranzoso, mentre mi sentivo sopraffatto da uno tsunami di panico. Il programma d’addestramento della LF Rothschild durava sei mesi. Sarebbero stati sei mesi durissimi, sei mesi a sudare sangue, nel corso dei quali sarei stato alla mercé di cazzoni come Scott, lo spregevole yuppie che pareva risalito dalle infuocate viscere dell’inferno degli yuppie.
Dopo averlo esaminato di sottecchi, giunsi rapidamente alla conclusione che Scott aveva l’aria di un pesce rosso. Era calvo e pallido e i pochi capelli che gli rimanevano erano di un colore arancione fangoso. Poco più di trent’anni, alto, con cranio stretto e labbra rosee e gonfie. Sfoggiava una cravatta a farfalla che lo rendeva ridicolo, ma erano gli occhiali dalla montatura metallica sugli occhi nocciola sporgenti che gli davano quell’aria ottusa, da pesce rosso, appunto.
«Bene» disse lo spregevole pesce rosso. «Allora, ecco le regole di base: niente interruzioni, niente chiamate personali, niente giorni di malattia, niente ritardi e niente perdite di tempo. Hai trenta minuti per pranzo...» fece una pausa strategica prima del colpo a effetto «... e sarà meglio che torni in orario, perché cinquanta persone non aspettano altro che prendersi la tua scrivania, se fai cazzate.»
Continuò a camminare e a parlare, mentre lo seguivo a un passo di distanza, ipnotizzato dalle migliaia di quotazioni di titoli che scorrevano, in arancione, sul grigio dei monitor. La parete anteriore della sala era tutta una vetrata che guardava sul centro commerciale di Manhattan. Più avanti si scorgeva l’Empire State Building: torreggiava su tutto, sembrava arrivare davvero fino a grattare il cielo. Un magnifico panorama, degno di un giovane Padrone dell’Universo. Una meta che ora pareva sempre più lontana.
«Per dirti la verità» biascicò Scott, «non penso che tu sia tagliato per questo lavoro. Hai l’aria da ragazzino e Wall Street non è un posto per ragazzini. È un posto per assassini. Per mercenari. Da questo punto di vista sei fortunato che qui non sia io a fare le assunzioni.» Ridacchiò brevemente.
Mi morsi il labbro e rimasi in silenzio. Era il 1987 e gli yuppie cazzoni come Scott parevano dominare il mondo. Wall Street era al cuore di un violento mercato tendente al rialzo e nuovi miliardari venivano sputati fuori per dieci centesimi alla dozzina. Il denaro era a buon mercato e un tizio, Michael Milken, aveva inventato i «titoli spazzatura» che avevano cambiato il modo in cui le imprese americane facevano affari. Era un tempo di sbrigliata avidità, un tempo di eccessi sfrenati. Era l’epoca degli yuppie.
Mentre ci avvicinavamo alla mia scrivania, la mia nemesi in carriera si girò verso di me e disse: «Lo ripeto, Jordan. Sei più in basso dell’ultimo gradino. Ancora non sei neppure un cold caller, non fai vendite per telefono. Sei solo un collegatore». Dalla parola grondava disprezzo. «E finché non avrai ottenuto la licenza di vendita di azioni, collegare sarà tutto il tuo universo. Ecco perché conti meno di zero. Per te non è un problema, vero?»
«Assolutamente no» risposi. «È il lavoro perfetto per me, perché conto davvero meno di zero.» Mi strinsi nelle spalle, con aria innocente.
A differenza di Scott, non ho l’aspetto di un pesce rosso, e perciò mi sentii orgoglioso mentre lui mi scrutava in viso per capire se facevo dell’ironia. Non sono molto alto e a ventiquattro anni avevo ancora i lineamenti morbidi di un adolescente. Quel tipo di faccia che mi rendeva difficile entrare in un bar senza che verificassero la mia età. Avevo una massa di capelli castano chiaro, pelle liscia e olivastra e grandi occhi blu. Tutto sommato, non ero brutto.
Purtroppo, però, non avevo mentito a Scott, quando avevo ammesso di contare meno di zero. Perché era proprio così che mi sentivo. Avevo appena mandato in fumo la mia prima attività imprenditoriale e la mia autostima aveva fatto la stessa fine. Era stata un’iniziativa nell’industria della carne e del pesce partita con il piede sbagliato e, quando si era conclusa, mi ero trovato sulle croste ventisei camion in leasing... tutti da me personalmente garantiti e tutti in inadempienza. Perciò le banche mi davano la caccia, al pari di una bellicosa tizia dell’American Express (una donna cannone barbuta, a giudicare dalla voce) che minacciava di prendermi a calci di persona se non avessi pagato. Avevo considerato l’idea di cambiare numero di telefono, ma ero in arretrato anche con la bolletta, e pure l’azienda telefonica mi braccava.
Arrivammo alla scrivania di Scott, il quale mi offrì di sedermi accanto a lui, insieme con qualche parola d’incoraggiamento, più o meno. «Guarda il lato positivo» disse spiritosamente. «Se per un miracolo non sarai licenziato per pigrizia, stupidità, insolenza o ritardi, un giorno potresti diventare davvero un operatore di borsa.» Sogghignò alla battuta. «E, giusto perché tu lo sappia, l’anno scorso ho tirato su più di trecentomila dollari e il mio collega per cui lavorerai, più di un milione.»
Più di un milione? Riuscivo solo a immaginare che razza di stronzo doveva essere. Sentendomi morire, chiesi: «Chi è?».
«Che te ne importa?» replicò il mio aguzzino yuppie.
Santo cielo, pensai, parla solo se sei interrogato, poppante. Era come essere nei Marine. Anzi, avevo la netta impressione che il film preferito di quel bastardo fosse Ufficiale e gentiluomo e che lui sfogasse su di me una fantasia alla Lou Gossett, fingendo di essere un sergente istruttore responsabile di un marine inadeguato. Ma tenni per me quel pensiero e mi limitai a dire: «Ah, niente. Ero solo... curioso».
«Si chiama Mark Hanna e lo incontrerai presto.» Mi passò una catasta di schede sei per dieci, ciascuna col nome e il numero di telefono di un ricco imprenditore. «Sorridi e chiama» mi disse, «e non alzare la fottuta testa fino alle dodici.» Poi si sedette alla scrivania, prese una copia del «Wall Street Journal», appoggiò sul piano le scarpe di coccodrillo nere e cominciò a leggere.
Stavo per prendere il ricevitore, quando sentii sulla spalla una mano robusta. Alzai gli occhi e mi bastò un’occhiata per capire che quello era Mark Hanna. Puzzava di successo, come un vero Padrone dell’Universo. Era un pezzo d’uomo, circa uno e ottanta per cento chili, quasi tutto muscoli. Aveva capelli neri, intensi occhi scuri, lineamenti carnosi e una bella spruzzata di cicatrici di acne. Era piuttosto piacente, un po’ sul tipo uomo d’affari, ed emanava la zaffata hippy del Greenwich Village. Sentivo il carisma colargli di dosso.
«Jordan?» disse, in un tono assai rassicurante.
«Sì, eccomi» risposi, con l’aria del condannato. «Nullità di prima classe, al tuo servizio.»
Rise con calore mentre le imbottiture delle spalle del suo completo grigio gessato da duemila dollari si alzavano e si abbassavano ritmicamente. Poi, con voce più forte del necessario, disse: «Sì, bene, vedo che ti sei già beccato la prima dose dello stronzo del villaggio!». Con la testa indicò Scott.
Annuii impercettibilmente. Lui strizzò l’occhio. «Non ti preoccupare, qui sono io il broker più anziano, lui è solo un piccolo speculatore senza meriti. Non fare caso a tutto ciò che ha detto e che potrebbe dire in futuro.»
Per quanto tentassi di trattenermi non riuscii a non lanciare un’occhiata a Scott, che borbottò: «’Fanculo, Hanna!».
Mark però non si offese. Si limitò a scrollare le spalle e girò intorno alla scrivania, mettendo la sua grande massa tra Scott e me. «Non lasciarti infastidire da lui» disse. «Ho saputo che sei un venditore di prim’ordine. Fra un anno quell’idiota ti bacerà il culo.»
Sorrisi, con un misto d’orgoglio e d’imbarazzo. «Chi ti ha detto che sono un grande venditore?»
«Steven Schwartz, il tizio che ti ha assunto. Ha detto che nel colloquio te lo sei rigirato per bene.» Ridacchiò al pensiero. «È rimasto colpito. Mi ha detto di stare attento a te.»
«Sì, ero nervoso per paura che non mi assumesse. C’erano venti persone in fila per il colloquio, perciò ho pensato che era meglio andarci deciso... sai, fare impressione.» Mi strinsi nelle spalle. «Lui però mi ha detto di moderare un po’ i toni.»
Mark sorrise, compiaciuto. «Sì, ma non troppo. La pressione è indispensabile in questo lavoro. La gente non compra azioni, bisogna vendergliele. Non dimenticarlo mai.» Lasciò che le parole facessero presa. «Comunque, lo stronzo del villaggio ha ragione su una cosa: collegare frega davvero. Io l’ho fatto per sette mesi e ogni giorno volevo suicidarmi. Perciò ti rivelerò un piccolo segreto.» Abbassò la voce in tono da cospiratore. «Fa’ solo finta di collegare. Perdi tempo a ogni occasione.» Sorrise e strizzò l’occhio, poi riprese in tono normale. «Non fraintendermi. Voglio che tu mi colleghi col maggior numero possibile di persone, perché è da loro che spremo denaro. Ma non voglio che ti tagli i polsi per questo, non mi piace la vista del sangue.» Ammiccò di nuovo. «Perciò fa’ un mucchio d’interruzioni. Va’ in bagno e masturbati, se ne hai bisogno. È quello che facevo io, e per me era come un talismano. Ti piace masturbarti, ho ragione?»
Per un attimo fui colto alla sprovvista, ma come avrei appreso ben presto, una sala operativa di Wall Street non era il luogo più adatto a fare sfoggio di bon ton. Parole come «merda» e «coglione» e «bastardo» e «cazzo» erano comuni come «sì» e «no» e «forse» e «per favore». Dissi: «Sì, certo, adoro masturbarmi. Voglio dire, a chi non piace?».
Lui annuì, quasi sollevato. «Bene, molto bene. La masturbazione è la chiave. E ti raccomando seriamente anche l’uso di droghe, specialmente coca, perché così sarai più svelto a comporre numeri e sarà meglio per me.» Esitò, come se cercasse altre perle di saggezza, ma a quanto pareva aveva esaurito la riserva. «Bene, non c’è altro. Queste sono tutte le indicazioni che posso darti adesso. Te la passerai bene, pivello. Un giorno ripenserai a questi momenti e ci riderai sopra; almeno questo te lo posso promettere.» Sorrise ancora una volta e si sedette davanti al telefono.
Un attimo dopo risuonò un cicalino, l’annuncio che il mercato era appena stato aperto. Guardai il Timex, comprato da JCPenney per quattordici dollari la settimana prima. Erano le nove e trenta in punto. Del 4 maggio 1987, il mio esordio a Wall Street.
Proprio allora la voce del direttore vendite della LF Rothschild, Steven Schwartz, superò l’altoparlante. «Bene, signori. I future sembrano forti, stamattina, e da Tokyo arrivano notevoli acquisti.» Steven aveva solo trentotto anni, ma l’anno prima aveva guadagnato più di due milioni di dollari: Un altro Padrone dell’Universo, senza dubbio. «Ci aspettiamo un balzo di dieci punti all’apertura» soggiunse, «perciò prendiamo il telefono e diamoci da fare!»
E nella sala si scatenò il pandemonio. I piedi volarono giù dalle scrivanie; i «Wall Street Journal» furono archiviati nei cestini; le maniche delle camicie furono arrotolate al gomito; e a uno a uno i broker presero il telefono e iniziarono a chiamare. Presi anch’io il telefono e cominciai a chiamare.
Nel giro di qualche minuto tutti andavano avanti e indietro come esagitati e gesticolavano e gridavano al telefono, creando un incredibile frastuono. Era la prima volta che udivo il ruggito di una sala operativa di Wall Street, simile al fragore di una folla tumultuante. Un rumore che non dimenticherò mai, e che mi avrebbe cambiato per sempre la vita. Il rumore di uomini inghiottiti da avidità e ambizione, che sputavano cuore e anima per convincere ricchi imprenditori di ogni angolo d’America.
«Le Miniscribe sono un fottuto furto quaggiù» gridò al telefono uno yuppie dal viso paffuto. Aveva ventotto anni, una forte dipendenza dalla coca e un reddito lordo di seicentomila dollari. «Il suo broker in West Virginia? Cristo! Sarà bravo a scegliere azioni di miniere di carbone, ma siamo negli anni Ottanta. Il gioco ora si chiama high-tech!»
«Ho cinquantamila July Fifties!» strillò un tizio due scrivanie più in là.
«Hanno finito i soldi!» ...

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