Némein. L'arte della guerra economica
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Némein. L'arte della guerra economica

About this book

"To secure peace is to prepare for war"
Metallica (Don't Tread on Me, 1991) Siamo veramente in tempo di pace? O abbiamo soltanto cambiato modo di farci la guerra? Ultimamente si è tornati a parlare di "guerra economica", percepita ingenuamente come l'ultima evoluzione dei conflitti internazionali. Eppure la guerra economica esiste da sempre: fin da quando l'uomo ha iniziato a possedere la terra ha sempre cercato di espandere i propri spazi e le proprie libertà.
L'ampliamento del proprio benessere è il suo fine ultimo, anche a scapito di quello degli altri individui. In verità, la guerra economica coinvolge e determina le organizzazioni umane di tutti i tempi senza soluzione di continuità.

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1.
Brevi cenni storici e geoeconomici

«La mia definizione di potenza è dinamica, nel senso che evolve nel tempo. Se guardiamo alla storia vediamo come la nozione di potenza nasca con la creazione degli imperi, per i quali essa è l’espressione della volontà di dominazione geografica. Tale dominazione può esprimersi sia in termini d’influenza militare (quindi attraverso le conquiste) sia d’influenza mercantile.»
Christian Harbulot (2018)
Jacques-Louis David, Le Sabine, 1794-99, Musée du Louvre, Parigi
L’espressione “guerra economica” sta tornando di moda e si sta gradualmente diffondendo negli ambienti politici, mediatici e accademici. Viene percepita ingenuamente come un’innovativa dimensione della guerra tradizionale, come l’ultima evoluzione dei conflitti internazionali, come lo Zeitgeist dell’epoca moderna. Eppure la guerra economica esiste da sempre: fin da quando l’uomo iniziò a calcare il suolo terrestre e, esplorando il luogo natio e le terre circostanti, incontrò un proprio simile; saggiando dunque la limitatezza degli spazi e delle libertà. L’uomo ha sempre cercato di espandere al massimo sia gli uni sia le altre, accettando spesso di vedere diminuiti quelli del proprio prossimo. La guerra economica esiste da sempre; ancor prima della guerra guerreggiata, ancor prima della formazione dei grandi eserciti organizzati.

1.1 La guerra economica da Caino a Trump

L’eziologico libro della Genesi racconta in modo allegorico e didascalico le grandi fasi storiche che hanno segnato i primi passi dell’umanità. Il mitologico giardino dell’Eden (“il giardino delle delizie”) è contraddistinto dall’abbondanza dei frutti del creato, di cui i primi e pochi appartenenti al genere umano potevano godere senza alcuna contesa. La vastità delle risorse naturali era tale da spingere le prime comunità umane ad aggregarsi per meglio fronteggiare le insidie del mondo e a condividere equamente i frutti della caccia, della pesca e della silvicoltura. La condivisione del proibito “frutto della conoscenza”, null’altro rappresenta che la bramosia umana verso l’eccesso, il previdenziale accumulo, l’irrefrenabile curiosità e, soprattutto, il desiderio di elevazione della propria condizione. Tali istinti costituiscono il “peccato originale” da cui scaturisce la disarmonica e virale interazione dell’uomo con l’ambiente circostante. Una sorta di predazione in eccesso, tipica di molti mammiferi, ma che nell’uomo non si rivolge solo ai fabbisogni essenziali, quali il nutrimento, ma a tutti i campi dell’esistenza.
È con la scoperta dell’agricoltura e della pastorizia, principali cause dell’espansione demografica, che l’umanità ha iniziato a confrontarsi con le prime problematiche geoeconomiche della propria storia. I disaccordi tra i figli dei cacciatori-raccoglitori (Adamo ed Eva) testimoniano la perenne contesa tra coltivatori e pastori (Caino e Abele) per il controllo delle terre fertili. Tali attriti si sono storicamente presentati in tutto il globo abitato; ancora oggi sono tragicamente sanguinosi in gran parte dell’Africa subsahariana. L’uccisione del pastore Abele ad opera del fratello coltivatore, Caino, rappresenta allegoricamente la formazione dei primi grandi regni agrari mediante l’urbanizzazione e il controllo armato dei territori circostanti le città.
Mentre nella mezzaluna fertile la sfida geoeconomica lanciata dagli agricoltori vide il graduale e coercitivo impossessamento delle fertili rive dei grandi fiumi monocursali (Tigri, Eufrate, Nilo), ricacciando i pastori nelle lande più aride e inospitali e condannandoli quindi all’emarginazione economica; in altre parti dell’ôikos globale, grandi civiltà antiche si affermarono grazie a rivoluzioni agricole e innovazioni infrastrutturali.
In Cina la vittoria sulle tribù pastorali nomadi si è definitivamente consumata sia tramite il modellamento della geografia fisica sia mediante la costruzione di colossali artefatti umani. La coltivazione a terrazza del riso ha permesso l’intensivo sfruttamento anche delle terre meno ospitali, favorendo l’esponenziale incremento demografico delle comunità agricole, le quali potevano contare sulla conservabilità del cereale e sul suo prudente stoccaggio per fronteggiare i momenti di carestia. La lunga e costosa costruzione della Grande muraglia, mirabile opera ingegneristica, non ha mai avuto un reale scopo militare – in fin dei conti è facilmente superabile in qualsiasi segmento da un qualsiasi esercito – bensì una cruciale funzione doganale. Il reale intento dei sovrani del Celeste impero è stato quello di confinare a nord le tribù nomadi dedite alla pastorizia e impedire loro l’accesso alle terre coltivate. La Grande muraglia è uno dei più antichi limes geopolitici o, più precisamente, geoeconomici della storia. Una secolare guerra economica vinta con l’ingegno e l’organizzazione del lavoro, non con le armi e i cavalli.
Diverse sono le modalità con cui Roma ha affrontato le endemiche conflittualità geoeconomiche tra i numerosi popoli italici. D’origine parzialmente pastorale, la Roma arcaica faticò non poco a liberarsi militarmente dal dominio geopolitico e geoeconomico etrusco. La posta in palio di questo scontro impari era il vitale controllo del commercio del sale, alimento necessario per l’allevamento delle grandi greggi dell’entroterra e per la conservazione degli altamente deperibili prodotti derivati. Sulla via Salaria si è consumato il più cruciale tra gli scontri, che ha condizionato la storia antica dell’intera penisola italiana. Ma dalla miracolosa vittoria latina non è affatto scaturita l’irreversibile affermazione del modello produttivo pastorale; anzi, dai propri nemici Etruschi gli antichi Romani hanno appreso l’importanza di padroneggiare un’economia agricola estensiva e a latifondo, essenziale per la propria crescita e sviluppo. Dalla costituzione dei Septem pagi frapposti tra Veio e le saline, i latini non hanno mai dimenticato come la fondazione delle città nei punti giusti, e la costruzione di strade di collegamento permanente, risulti essere la mossa vincente per ribaltare situazioni geopoliticamente penalizzanti e vincere le grandi sfide economiche. Esemplare è l’oculatezza con cui i Romani fondarono le città lungo la via Emilia, scientemente posizionate in zona pedemontana, affinché mettessero in comunicazione le economie pastorali dell’Appennino tosco-emiliano con quelle agricole della pianura, tenendo militarmente separate popolazioni italiche rivali e costringendole a parlare latino come lingua veicolare per gli scambi nei fori; finendo per romanizzarle tutte. Divide et impera. Le città, distanti l’una dall’altra una corsa di cavallo, non avevano solo la funzione di dislocare rapidamente le dissuasive legioni, ma anche di facilitare rapide comunicazioni e favorire un’intelligence capillare. La posta (e le spie) era determinante tanto quanto un potente esercito per prevenire i conflitti e instaurare la pax romana. I commerci sulle vie consolari mettevano fine all’eterno conflitto tra coltivatori e pastori; naturalmente in favore della ricchezza e della gloria di Roma. Quando sentiamo pronunciare il famoso detto “tutte le strade portano a Roma” (Omnes viae Romam ducunt), non dovremmo rilevare in esso solamente un connotato politico, religioso o geografico; ma anche, e soprattutto, economico.
Se la ripartizione degli spazi a scopi produttivi ha contraddistinto la storia dell’umanità fin dalla scoperta dell’agricoltura e dalla contingente stanzialità delle popolazioni, le vie di comunicazione e le rotte commerciali sono divenute gli strumenti per superare la millenaria conflittualità tra coltivatori e pastori e i mezzi per plasmare nuovi modelli economici. I traffici commerciali tra i popoli si sono resi imprescindibili per ogni entità statuale; sia essa tribale o imperiale, debole o forte. Le comunità più piccole, o costrette in spazi economici più sfavorevoli, hanno sempre cercato di sviluppare i commerci per poter accedere a risorse e beni altrimenti carenti. Gli imperi più vasti e ricchi hanno sempre agevolato lo sviluppo di fitte rotte mercantili interne, affinché le risorse più rare o periferiche potessero essere accessibili in ogni provincia, diffondendo il benessere e agevolando l’integrazione dei popoli assoggettati (e dunque il riconoscimento dell’autorità centrale).
Ecco dunque che la dicotomia debole/forte vede esaustivamente definita l’esigenza degli scambi commerciali. Ma il piccolo e il grande perseguono in genere obiettivi distinti e applicano paradigmi economici spesso in contrasto. Mentre il primo tenta di custodire gelosamente le risorse rare che lo rendono unico e speciale, contingentandone il flusso verso l’esterno, il secondo cerca di accaparrarsele imponendo anche coercitivamente nuove regole di mercato, che ne favoriscano l’accesso universale a costi ridotti. Dunque a proprio relativo vantaggio. I vasti imperi – inquadrati in un sistema unipolare – tendono per natura a promuovere la libera circolazione di materie prime, merci, capitali e persone; arrogandosi il ruolo di centro economico e finanziario del mondo conosciuto. E, naturalmente, contrastando il più difensivo mercantilismo dei regni orbitanti, che cercano di proteggere la propria autonomia, innalzando il prezzo delle risorse rare possedute e accumulando moneta e metalli preziosi necessari all’acquisizione di beni e tecnologie che solo il mercato più esteso può fornire.
È questo il caso, tra gli altri, dell’Impero romano, la cui tenuta sociale e potenza bellica dipendeva sia dal grano egiziano che dai metalli ispanici. Di più: Roma ha sempre concepito il commercio, sia interno che internazionale, come un irrinunciabile dispositivo militare. Ad esempio, l’acquisto di derrate alimentari per le truppe e di foraggio per le bestie direttamente dalle tribù barbare di frontiera (scambiandole spesso con resistenti cavalli italici), permetteva il rapido spostamento delle legioni e la drastica riduzione dei costi delle salmerie; oltre al quasi azzeramento di perdite dovute alla malnutrizione. Non trovando la disposizione di sufficiente fienagione (già acquistata), le possenti e smisurate cavallerie galliche erano costrette a pascolare nelle vallate più verdi distanti dal contado. Concentrati in spazi angusti e depressi – facilmente pronosticati e individuati sulle mappe dai tribuni romani (i compratori del fieno) – la potenza dei grandi eserciti barbari perdeva di ogni concreta pericolosità. La celebre cavalleria leggera di Giulio Cesare, numericamente irrisoria, ebbe gioco facile in innumerevoli situazioni nello spezzare intere armate galliche, pesantemente armate, ma private dello spazio necessario per manovrare, disporsi e spiegare le lunghe lance. Il truculento groviglio di uomini e cavalli che si creava nasceva in realtà dal pacifico (e astuto) acquisto di fieno da parte degli agenti Romani prima ancora che le legioni giungessero nella regione. Il capolavoro-beffa avveniva quando a sferrare tali attacchi erano addirittura le caste guerriere barbare alleate di Roma, inorgoglite dal possesso di nuovi e splendidi cavalli italici: massima sostenibilità economica della campagna militare ed esternalizzazione delle perdite umane.
Quella romana non è stata solo una delle civiltà antiche a ottimizzare meglio lo strumento economico per l’approntamento delle imminenti occupazioni militari, ma è stata anche tra le prime a comprendere il valore strategico e social...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Némein,o l’arte della guerra economica
  6. 1. Brevi cenni storici e geoeconomici
  7. 2. Le guerre economiche
  8. 3. L’intelligence economica
  9. 4. L’interesse nazionale italiano
  10. 5. Spazi della geopolitica (ôikos, stratòs, cultŭs)
  11. Fonti e bibliografia
  12. Lista dei nomi e dei luoghi citati