La Corte di giustizia dell'Unione europea. Un motore per l'integrazione dei popoli
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La Corte di giustizia dell'Unione europea. Un motore per l'integrazione dei popoli

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La Corte di giustizia dell'Unione europea. Un motore per l'integrazione dei popoli

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Quando si dice che la Corte di giustizia dell'Unione europea è il "motore dell'integrazione europea" lo si fa a ragion veduta. Essa, infatti, è stata l'istituzione europea che, piÚ delle altre, ha saputo dare seguito alle intenzioni dei Padri fondatori volte alla creazione di uno spazio comune che non fosse solo economico, ma anche sociale e valoriale.
Infatti, la sua opera di armonizzazione degli ordinamenti nazionali, si è rivelata, con il tempo, uno degli strumenti piÚ potenti di coesione dei popoli. E ciò anche nei momenti di stallo politico.
Questo saggio si propone di far emergere come questa sapiente opera si sia realizzata mettendo in luce essenzialmente il metodo di lavoro della Corte. In particolare si descriverĂ  il dialogo tra i giudici europei e i giudici nazionali nella formazione del diritto europeo e delle tradizioni costituzionali comuni e si analizzeranno le tecniche utilizzate dalla Corte di giustizia per bilanciare le esigenze di integrazione e le istanze sociali e giuridiche degli Stati membri.

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Information

Publisher
Go Ware
Year
2019
Print ISBN
9788833632032
eBook ISBN
9788833632124
Topic
Law
Subtopic
Public Law
Index
Law

1.
Le premesse storiche della Corte di giustizia dell’Unione europea

1.1 Il contesto storico

La fine della seconda guerra mondiale segna per l’Europa non solo la fine di quel conflitto, ma anche l’uscita da un periodo politicamente ed economicamente drammatico: esso era iniziato con la precedente guerra mondiale e aveva poi visto succedersi non poche crisi e tensioni di varia natura, sfociate appunto nell’ultimo conflitto verificatosi, ad oggi, sui nostri territori.
In quel contesto si inserì il progetto di costruzione dell’unità europea che va visto sia come il frutto di grandi personalità anticipatrici e di generosi movimenti ideali, sia come il risultato di circostanze oggettive che erano mancate tra le due guerre mondiali e che invece si presentarono dopo il 1945.
Quanto alle circostanze contingenti, l’idea di un’Europa unita, pacificata e democratica si diffuse molto più su larga scala rispetto agli anni precedenti. Ciò derivò da una reazione alla distruzione e alla sofferenza portate dalla guerra e da una forte critica al nazionalismo sviluppata dai movimenti della Resistenza antifascista e antinazista di tutta Europa. A dire il vero, questo europeismo della Resistenza non era affatto scontato, poiché essa corrispondeva anche all’idea di una lotta per la liberazione nazionale e all’idea di una battaglia per il restauro della democrazia nazionale.
Invece, dopo le devastazioni dei due conflitti, si fece strada in Europa la convinzione della necessitĂ  di una nuova dimensione politica tra gli Stati, ispirata a una diffusa cooperazione tra di essi da realizzare attraverso la creazione di una serie di enti internazionali operanti in campi diversi e con geometrie differenti.
Ad esempio, il decennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale vide un fiorire di queste iniziative, alcune delle quali andarono ben oltre i confini del continente: basti pensare all’Organizzazione del trattato dell’Atlantico del Nord (nato) del 1949; all’Organizzazione europea di cooperazione economica (oece), creata nel 1948 da sedici Paesi europei per gestire il Piano Marshall di ricostruzione dell’Europa postbellica e poi trasformatasi nel 1960 nell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (ocse); l’Unione europea occidentale (ueo) del 1948, costituita da sette Paesi europei come organizzazione di sicurezza militare e di cooperazione politica; e, infine, il Consiglio d’Europa del 1949, fondato da dieci Paesi europei a tutela dei diritti dell’uomo e dei valori democratici, che oggi conta quarantasette Stati membri.
Questo elemento innovativo fu in qualche modo anticipato dal “Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita”: Altiero Spinelli, Eugenio Colorni e Ernesto Rossi, costretti al confino nell’isola Pontina, nel 1941 redassero un testo in cui la collaborazione tra i Paesi europei viene declinata intorno all’obiettivo della costituzione degli Stati Uniti d’Europa. Altiero Spinelli capì che soltanto se si fosse messo un limite alle sovranità nazionali, soltanto se si fosse cercato di costruire qualcosa di diverso da una semplice alleanza tra Stati sovrani, soltanto se si fosse trovato il modo si mettere insieme delle sovranità, delle funzioni, dei poteri, per esercitarli a livello sovranazionale, si sarebbero potute superare le contraddizioni ed evitare le sciagure del passato.
Un’altra circostanza oggettiva che favorì il progetto di costruzione europea fu di natura geopolitica.
Nei Paesi vinti, come Germania e Italia, ogni alternativa nazionalista, anche democratica, all’integrazione europea divenne improponibile, tanto che il dibattito sull’Europa talora assunse tinte apocalittiche, sia per il ricordo recente della guerra, sia per radicale screditamento del nazionalismo, specie nei grandi partiti di massa antifascisti.
Per i Paesi vincitori, come Francia, Belgio e Olanda, l’unità europea si prospettava anche come una soluzione innovativa alle preoccupazioni legate alla questione tedesca, orientata al fine di evitare gli stessi errori del Trattato di Versailles.
Centrale fu, poi, il ruolo degli Stati Uniti, poiché essi contribuirono a creare un quadro politicamente e ideologicamente favorevole all’idea d’Europa: infatti, se movimenti europeisti di ristrette élites idealistiche poterono finalmente influenzare efficacemente le decisioni politiche dei grandi partiti e dei governi dei sei Paesi fondatori fu anche perché la potenza vincitrice della seconda guerra mondiale si impegnò nel dopoguerra per l’integrazione dell’Europa occidentale e appoggiò la volontà degli europei di operare una svolta rispetto a una storia antica e recente di guerre e massacri. Chiaramente, gli Stati Uniti d’America di Harry Truman e di Dwight Eisenhower non furono solo mossi da un idealismo volto alla realizzazione di una pace internazionale stabile: essi furono spinti anche da interessi economici, ossia dalla volontà di formare un grande mercato transatlantico tra l’America e l’Europa ricostruita, e dall’esistenza di interessi politici peculiari, come il rafforzamento di un alleato prezioso nel quadro della Guerra Fredda che li oppose dal 1947 all’urss.
Come detto, oltre a queste circostanze oggettive favorevoli, fu di rilievo l’opera di personalità uniche e visionarie.
L’ideale di un’Europa unita nel segno della pace, della democrazia e della cooperazione economica fu fatto proprio, nell’immediato dopoguerra, da autorevoli uomini politici di diversi Paesi e di diversa estrazione ideologica: conservatori come Churchill, cattolici come De Gasperi, Adenauer e Robert Schuman, socialisti come Léon Blum e il belga Paul-Henri Spraak.
In particolare, l’idea del Manifesto di Ventotene di Spinelli, Colorni e Rossi fu declinata in termini funzionalisti e graduali dall’allora ministro degli esteri francese Schuman nella sua dichiarazione del 9 maggio 1950. Affermando che l’Europa “non potrà farsi in una sola volta, né sarà costruita tutta insieme”, egli indicò nella creazione di un’organizzazione aperta ad altri Paesi europei, che mettesse “insieme la produzione franco-tedesca di carbone e di acciaio sotto una comune Alta Autorità”, il primo passo da compiere in vista di quell’obiettivo. Determinati a impedire il ripetersi di un terribile conflitto come quello appena conclusosi, i governi europei giunsero alla conclusione che la fusione della produzione di carbone e acciaio avrebbe fatto sì che una guerra tra Francia e Germania, storicamente rivali, diventasse “non solo impensabile, ma materialmente impossibile”. Così quel primo passo venne realizzato con la firma del Trattato istitutivo della Comunità europea del carbone e dell’acciaio a Parigi il 18 aprile 1951 da parte di Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi. La sua creazione fu resa possibile da una spinta in avanti di questi Paesi, rispetto alle preferenze di altri Stati dell’Europa occidentale che facevano parte dell’oece, che aprì così il passaggio dalla semplice cooperazione meramente liberoscambista all’idea di una integrazione più profonda tra quei Paesi: da una logica puramente intergovernativa emerse una logica sovranazionale e comunitaria.
Questa svolta fu compiuta soprattutto grazie a quello che viene chiamato il “metodo di Jean Monnet”, che riesce a legare strettamente integrazione economica e pace tra i Paesi vicini ex nemici e a fare della soluzione comune della storica questione tedesca la leva di un’unità europea di tipo nuovo.
Infatti, Jean Monnet, politico francese nutrito di cultura industrialistica e tecnocratica che fu il primo Presidente dell’Alta Autorità della ceca, era convinto che la cooperazione in un campo specifico potesse stimolare un processo di unificazione europea esteso ad altri ambiti. Secondo questa idea le solidarietà di fatto create in settori limitati dell’economia avrebbero potuto avere un effetto a macchia d’olio coinvolgendo ulteriori settori. Il metodo fu abbracciato dai Paesi fondatori, tanto da diventare quello utilizzato prevalentemente nella storia del processo di integrazione europea.

1.2 La nascita della Corte di giustizia della Comunità europea del carbone e dell’acciaio

Il concetto di federal-funzionalismo sintetizzò questa originale combinazione di pragmatismo funzionalista con un sistema giuridico e istituzionale condizionato sia dal pensiero federalista sia dall’importanza attribuita tradizionalmente dalla cultura francese alla legge e, in particolare, al diritto come strumento della trasformazione della società.
In quest’ottica si inserisce l’istituzione, fin dalle origini, della Corte di giustizia della Comunità europea del carbone e dell’acciaio.
Essa fu concepita da subito come un apparato autonomo in grado di assicurare l’esercizio della funzione giurisdizionale nell’ambito dello specifico ordinamento e quindi le fu conferita la pienezza dei poteri tipici di tale funzione, e tale pienezza fu rivolta immediatamente sia nei confronti delle istituzioni comunitarie e degli Stati membri sia nei confronti dei singoli cittadini.
Questo la rese un ente con una funzione giurisdizionale in senso puro, in cui l’organo giudicante è svincolato dall’influsso di considerazioni extragiuridiche, ad esempio politiche, e ha il compito di assicurare il rispetto del diritto nell’interpretazione e nell’applicazione dei Trattati a garanzia del sistema giurid...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Introduzione
  6. 1. Le premesse storiche della Corte di giustizia dell’Unione europea
  7. 2. L’integrazione costituzionale europea
  8. 3. Il dialogo tra i giudici
  9. 4. I metodi per realizzare l’integrazione
  10. Bibliografia
  11. eXtras
  12. Manifesto di Ventotene Per un’Europa libera e unita – Altiero Spinelli, Ernesto Rossi, Eugenio Colorni (Testo del 22 gennaio 1944)
  13. Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950
  14. Lista dei nomi e dei luoghi citati