Capitolo 1
Il politico
Mancano due giorni a Natale. Matteo Salvini è segretario federale della Lega Nord da appena una settimana.
Il congresso del 15 dicembre 2013 a Torino gli ha consegnato le chiavi di un partito che non gode più di buona salute. Ma il neo-segretario ha una priorità: vuole invitare i cittadini milanesi ad andare a donare il sangue.
L’avis, l’associazione che raccoglie i donatori volontari, è preoccupata perché nel periodo natalizio si presentano sempre meno persone e le scorte si stanno già assottigliando in tutta l’area metropolitana.
C’è bisogno di un appello.
La mattina del 23 dicembre, un lunedì da “ponte” lungo, lui che da anni è iscritto all’avis convoca leghisti e giornalisti nell’ambulatorio di largo Volontari del Sangue, periferia nord-est di Milano.
Salvini si fa fare il prelievo. Il sangue lo donano anche i dirigenti locali del movimento. Come il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, il volto della Lega di governo che Salvini, il leghista di lotta, ha sostituito alla segreteria.
“Venite a donare il sangue. Aiutare il prossimo coi fatti, non solo a parole”. L’appello di Salvini attraverso i social network suona così. È il modo di fare politica che gli ha sempre reso le maggiori soddisfazioni: prendere un problema quotidiano, ficcarcisi nel mezzo e farne oggetto di mobilitazione.
Per Salvini donare il sangue ai propri concittadini è più utile che fare i “buonisti a parole” verso gli immigrati che vengono da lontano.
Ma questo episodio del 2013 non segnala soltanto un orientamento programmatico. Svela anche il legame profondo che il nuovo leader ha sempre mantenuto con Milano, la città nella quale è nato e cresciuto, dove sogna di fare un giorno il sindaco-sceriffo.
A Milano
La tessera della Lega Lombarda arrivò nel 1990. Aveva 17 anni.
“Salvini me lo ricordo sin dall’inizio, frequentava ancora il liceo Manzoni e faceva parte del gruppo di giovani che venivano nella vecchia sede di via Vespri siciliani”, rammenta Luigi Negri, allora segretario provinciale milanese, poi fuoriuscito dal movimento nel 1995 dopo aver guidato la Lega Lombarda.
“Una volta alla settimana c’era la serata dedicata ai giovani”, racconta Negri. “Si studiavano i temi e si organizzavano gli incontri pubblici”. C’era da preparare l’attacchinaggio dei manifesti, la distribuzione dei volantini per strada, l’organizzazione dei banchetti. Due argomenti su tutti: le autonomie e la questione morale.
La Lega Nord sarebbe nata ufficialmente solo l’anno dopo, quando al congresso di Pieve Emanuele a Umberto Bossi, che nel 1984 aveva fondato la Lega Lombarda, riuscì l’operazione di unire sotto di sé la galassia delle diverse sigle autonomiste del Nord. Ma già prima nel dna di chi frequentava le sezioni l’obiettivo era chiaro: togliere potere e soldi a Roma, lo Stato centrale accusato di sfruttare il ricco gettito fiscale della Lombardia, del Veneto, del Piemonte per mantenere il Sud.
“Padroni a casa nostra”, recita uno degli slogan leghisti mai passati di moda. Per lungo tempo si è ipotizzata persino la rottura dell’unità nazionale.
Nel 1990, però, annotava Daniele Vimercati, “biografo” della prima Lega, il movimento già “si scatenava su quello che è ormai diventato il suo cavallo di battaglia: il no all’immigrazione selvaggia” di quelli che venivano chiamati “vu’ cumprà”.
Alle elezioni regionali di quell’anno la Lega fece il primo grande botto, uno dei segnali dello sgretolamento della Prima repubblica. A livello nazionale raccolse il 5,39%, mentre diventava il secondo partito lombardo col 18,9% dei voti, un decimale in più del pci, ben davanti al psi (14,3%) e dietro alla sola dc (28,6%).
L’anno in cui Salvini da anonimo simpatizzante decise di iscriversi al movimento era quello che stava dunque segnando la svolta per la Lega Nord.
“La mia vita – racconterà lui stesso ormai al culmine della popolarità – cambiò radicalmente durante il quarto anno di liceo, quando decisi di iscrivermi alla Lega. Rimasi colpito da un manifesto sul quale troneggiava uno slogan: sono lombardo voto lombardo”.
I barbari
L’occasione di mettersi alla prova, arrivò nella primavera del 1993. Candidato al Consiglio comunale di Milano, con quel pizzico di casualità che per il futuro segretario della Lega rappresenterà sempre un destino.
“Salvini venne messo in lista perché volevo puntare sui giovani – sostiene Negri – e chiesi, quasi pretesi, che ne fossero inseriti molti. Dovevano fare esperienza. Ma erano tutti giovani assolutamente tranquilli, diversi dall’immagine dipinta dall’esterno”.
Milano non è mai stata al centro del consenso leghista, a dispetto della geografia e di quella simbologia che ne hanno poi fatto la capitale materiale e morale del Nord. La civile Milano era diversa dai rozzi paesi di montagna, si diceva.
“La verità – avrebbe spiegato Roberto Ronchi, uno dei primissimi ad avere in tasca la tessera della Lega a Milano – è che fino a pochi mesi prima non avevamo la forza di farci ascoltare. Eravamo in dieci a tappezzare di manifesti tutta Milano”.
L’eccezione alla regola arrivò dirompente, proprio in quel 1993. Marco Formentini divenne sindaco alla guida di un monocolore della Lega, che prese il 40,6% dei voti. La prima e finora unica volta nella storia.
La Milano che era stata il crocevia del potere italiano negli anni di Bettino Craxi e l’epicentro del terremoto politico-giudiziario provocato dall’inchiesta Mani Pulite divenne di colpo la capitale leghista.
Con le truppe di Bossi erano arrivati “i barbari in municipio a Milano”, annotava Giorgio Bocca. Che prudentemente però usava la parola barbari tra virgolette, perché spiegava che “sei milanesi ...