Ad assimilare specismo, sessismo e razzismo – sostiene l'autrice sulla scia di una linea di pensiero che va dalla Scuola di Francoforte a studiosi/e quale Colette Guillaumin – è l'attribuzione agli «altri», alle donne, ai non umani, di una natura diversa, inferiore o mostruosamente superiore, da controllare e soggiogare. Dei tre sistemi di dominio, Rivera analizza analogie e intrecci, peculiarità e divergenze. Ed esemplifica l'analisi dei processi di alterizzazione e reificazione attraverso alcuni temi: la dialettica fra razzismo istituzionale e xenofobia popolare; il trattamento dei corpi altrui, fino agli stupri «etnici»; le controversie sul «velo islamico» e sulle modificazioni dei genitali femminili; la vicenda italiana delle donne-tangenti.

- English
- ePUB (mobile friendly)
- Available on iOS & Android
eBook - ePub
La bella, la bestia e l'umano
About this book
Trusted by 375,005 students
Access to over 1.5 million titles for a fair monthly price.
Study more efficiently using our study tools.
Information
Topic
Scienze socialiCapitolo primo
La definizione di alcuni concetti chiave
1. La «razza» e il razzismo
Per elaborare una definizione corretta di razzismo è d’obbligo abbandonare la categoria di razza, sebbene il termine con cui lo nominiamo rimandi etimologicamente alla credenza nelle «razze» umane, quella che porta a immaginare l’umanità come divisa in unità biologicamente distinte, dotate di caratteri fisici e morali peculiari, collocate in un ordine gerarchico1.
In assenza per ora di un vocabolo più adeguato e meno compromesso, non possiamo che continuare ad adoperare «razzismo». Ma, poiché oggi il razzismo è teorizzato ed espresso per lo più mediante argomenti non biologisti (per meglio dire, in apparenza tali), ogni volta che usiamo questo lemma, siamo obbligati a chiarirne il meta significato e a ricorrere a locuzioni, in apparenza ossimoriche, quali, per esempio, razzismo culturalista, differenzialista. In realtà, già l’antisemitismo moderno era culturalista e differenzialista, talché ha perfettamente ragione Etienne Balibar a sostenere che il neorazzismo «può essere considerato, dal punto di vista formale, come antisemitismo generalizzato» (Balibar 1991a, p. 35)2.
Basata sul postulato che istituisce un rapporto deterministico fra caratteri somatici, fisici, genetici e caratteri psicologici, intellettivi, culturali, sociali (Montagu 1966), la «razza» è una categoria tanto infondata quanto paradossale: per mezzo di un argomento biologista, esso stesso debole e arbitrario, si pretende di descrivere, classificare, gerarchizzare ciò che è squisitamente storico e sociale, cioè le collettività umane con le loro tradizioni, memorie, culture, lingue, costumi, istituzioni (Guillaumin 1994, p. 61). Insomma, la «razza» è una categoria immaginaria applicata a gruppi umani reali, è una metafora naturalistica (Guillaumin 1972 e 1992) che serve a nominare differenze di potere, di classe, di status, e a naturalizzare3 la stessa svalorizzazione, stigmatizzazione, gerarchizzazione, discriminazione di certi gruppi, minoranze, popolazioni.
Pur non avendo alcun valore scientifico, essa ha avuto (ed ha) una performatività sociale. Infatti, la credenza nelle razze, esplicita o implicita, ha condizionato per lungo tempo – e tutt’oggi condiziona – la percezione sociale e le più varie forme di categorizzazione, anche giuridica, perfino nel campo attuale delle convenzioni internazionali e delle normative volte a contrastare la discriminazione e a difendere i diritti delle minoranze. Questa credenza può incidere sulla realtà sociale e modificarla, come mostra la tragica storia dei razzismi, che è storia del dominio, asservimento, sfruttamento, sterminio di gruppi umani preliminarmente razzizzati, cioè considerati e trattati come fossero «razze».
In definitiva, il colore o l’effettiva distanza culturale dal noi sono alquanto irrilevanti nella scelta delle vittime. A tal proposito basta osservare che, nella geometria variabile del razzismo italiano degli anni più recenti il ruolo di capri espiatori e di bersagli di campagne allarmistiche è stato attribuito, di volta in volta e fra gli altri, ai migranti albanesi, agli «slavi», ai rumeni, dei quali, fino a prova contraria, non si può dire che siano «negri», che parlino lo swahili, l’igbo o il wolof, che siano estranei alla storia e alla cultura europee.
Insomma, i caratteri in base ai quali determinati gruppi umani vengono distinti per essere screditati, discriminati, inferiorizzati, segregati e, al limite, sterminati possono essere fisici o morali, reali o presunti, visibili o invisibili: in definitiva, tutte le «razze» sono inventate. Non v’era alcun pretesto, neppure la più debole evidenza somatica, che giustificasse l’invenzione della «razza ebraica» o di quella «slava»: in questi due casi, come in altri simili, si sono inventate delle differenze per convertirle in contrassegni fisici, in stigmi. La stella gialla è l’esito estremo della logica dello stigma: poiché l’ebreo non era distinguibile per tratti somatici che potessero farlo riconoscere come tale al primo sguardo, gli si impose un marchio esteriore che lo rendesse visibile. Insomma, lo stigma applicato a certe categorie di persone può prescindere da qualsiasi differenza visibile e/o oggettiva poiché è l’esito di un processo di costruzione sociale e simbolica.
Infatti, la stessa percezione dell’evidenza somatica dipende dalla storia, dalla società, dalla cultura. Tanto è vero che vi sono state e vi sono società per le quali quei caratteri fenotipici (soprattutto il colore della pelle) che solitamente sono stati assunti come criterio di distinzione fra le «razze» non avevano (e non hanno) alcun valore tassonomico né valevano a istituire differenze fra individui e gruppi. In certe società diverse dalla nostra e in alcune società occidentali prima della costruzione storica della «razza», i tratti che poi furono detti razziali avevano una rilevanza, quando l’avevano, pari a quella della grandezza delle orecchie, della larghezza dei polsi o della lunghezza dei piedi. Se i tratti detti razziali diventano, da un certo momento in poi, in certe società e in certe epoche, più importanti di altri caratteri non è perché siano più evidenti, ma perché sono proclamati socialmente come razziali, al fine di discriminare o annientare i gruppi bollati come diversi e/o inferiori in base a quei tratti (Guillaumin 1992, p. 187, nota 14).
Ciò malgrado, tutt’oggi si può trovare – perfino fra coloro che si reputano antirazzisti – chi continua a pensare che il razzismo abbia come bersagli gruppi umani connotati da caratteri fisici, culturali o morali distintivi. E vi sono studiosi e politici che sostengono si possa parlare di razzismo in senso proprio solo in presenza di una dottrina biologica esplicita della gerarchia e della superiorità razziali4. Talvolta questa premessa serve a minimizzare come semplice xenofobia o «intolleranza» le manifestazioni, anche sistematiche, estreme, violente, di discriminazione, disprezzo, ostilità verso gruppi percepiti e considerati altri.
Dopo queste precisazioni, per abbozzare in sintesi una definizione di «razzismo» (approssimativa come tutte le definizioni), che riesca a includere l’intero spettro delle sue metamorfosi storiche, comprese le attuali, si può dire che esso è:
un sistema di idee, discorsi, simboli, comportamenti, atti e pratiche sociali che, attribuendo a gruppi umani e agli individui che ne fanno parte differenze naturali, quasi naturali o comunque essenziali, generalizzate, definitive, giustifica, legittima, persegue e/o realizza ai loro danni comportamenti, norme e prassi di svalorizzazione, stigmatizzazione, discriminazione, inferiorizzazione, subordinazione, segregazione, esclusione, persecuzione o sterminio.
Con questa definizione «larga» intendo sottolineare che non tutte le forme di razzismo muovono da dottrine della «razza» e dal postulato delle gerarchie razziali; non tutte istituiscono un nesso deterministico fra caratteri fenotipici e/o genetici di individui o gruppi di individui e i loro tratti intellettuali, culturali, morali, di personalità e di comportamento. Infatti, come ho precisato, nel razzismo odierno le tassonomie dette razziali e il determinismo biologico sono assenti, sfumati o mascherati: per lo più si essenzializzano differenze sociali, culturali, religiose, di solito concepite come astoriche, assolute, immutabili; e laddove fra i maggioritari e i minoritari non vi siano differenze rilevanti ed obiettive, esse possono essere inventate (Burgio 2009 p. 22)5.
Alla base del razzismo vi è dunque anche un fondamento ideologico e cognitivo: i membri dei gruppi minoritari sono discriminati anche in quanto percepiti e categorizzati come diversi e/o devianti, problematici, pericolosi, e in quanto gli attori del gruppo dominante pensano che il trattamento discriminatorio sia normale o legittimo (van Dijk 2004).
2. Il neorazzismo nel contesto italiano
Per soffermarci sulla dimensione sociale del razzismo odierno, è opportuno precisare che esso è anzitutto un sistema, spesso subdolo, di disuguaglianze giuridiche, economiche e sociali, di solito caratterizzato da forti scarti di potere fra i gruppi sociali coinvolti. Questo sistema uesto sistema si costituisce e si rafforza mediante una pluralità di strategie, spesso usate in modi variabili nel corso del tempo verso i medesimi gruppi: in Italia, i «clandestini», i rom, gli omosessuali... Anzitutto vi è la strategia dell’esclusione, simbolica e sociale; in secondo luogo, quella dell’espulsione o della segregazione permanente; infine la strategia dell’inclusione differenziata a scopi strumentali: si pensi alla collocazione di certe categorie di migranti, anche «clandestini/e», nei livelli infimi della scala sociale, come semplici braccia da lavoro.
Un tale sistema è riprodotto, avvalorato, legittimato da leggi, norme, procedure e pratiche routinarie – ciò che in altre parole si chiama razzismo istituzionale – le quali, in forme esplicite e dirette oppure sottili e indirette, finiscono per produrre una stratificazione di disuguaglianze in termini di accesso alle risorse sociali, materiali e simboliche (lavoro, status, servizi sociali, istruzione, conoscenza, informazione…). Il razzismo istituzionale può presentarsi come un meccanismo opaco e banale: la discriminazione, gli stereotipi, le categorizzazioni negative o svalorizzanti (per esempio, in Italia, la categoria di clandestini) possono essere così profondamente incorporati nel sistema legale e amministrativo di uno Stato da divenire la modalità abituale di relazione con i minoritari.
Ma il razzismo non è solo un insieme di dispositivi che, agendo in un sistema di ineguaglianze sociali, contrappone il gruppo dominante a uno o più gruppi dominati. Esso serve anche ad attenuare le differenze interne al gruppo dominante, rafforzandone il senso identitario e comunitario. Il noi si coagula così intorno al sentimento di ostilità verso il gruppo o i gruppi reputati estranei, diversi o nemici. Parafrasando Michel de Certeau (2007, p. 199), si potrebbe dire che l’identità degli altri, drammatizzata, serve a compensare la propria indifferenziazione. In tal modo, soprattutto oggi che si sono accentuati i processi di anomia sociale, e si sono indeboliti il senso di sé come parte di una collettività e ancor più la capacità di coscienza autoriflessiva, può accadere l’immigrato divenga l’antidoto dell’anonimo (ibidem).
A costituire il sistema-razzismo concorrono le dimensioni discorsiva, simbolica, comunicativa. I mezzi di comunicazione di massa, la propaganda, le retoriche pubbliche, le voci e le leggende vi hanno perciò un ruolo strategico. Essi convergono a costruire, riprendere, rafforzare e diffondere cliché, stereotipi e pregiudizi sui gruppi alterizzati, in definitiva a incrementare le immagini negative delle minoranze e a riprodurre il razzismo. È un circolo vizioso più volte descritto dalle analisi più classiche del razzismo: moltiplicandosi le espressioni e gli atti d’intolleranza e divenendo routinaria la discriminazione, sancita o legittimata dalle norme, si incrementano le immagini negative delle minoranze, già diffuse nella società e consolidate dall’opera svolta dai media (vedi van Dijk 2004). Tutto ciò, a sua volta, aggrava l’ineguaglianza strutturale delle minoranze e rafforza la xenofobia e il razzismo.
Razzista è la società in cui il pregiudizio e l’ostilità preconcetta verso minoranze, una volta divenuti parte dell’ideologia delle élite che definiscono leggi e pratiche sociali, anche comunicative e mediatiche, abbia conquistato una parte delle classi popolari; o nella quale, viceversa, il pregiudizio e l’ostilità, diffusi a livello popolare, siano sfruttati e incoraggiati dalle élite per interessi economici, di consenso e di potere. Grazie anche al ruolo svolto dai mezzi di comunicazione di massa, si determina così la saldatura fra il razzismo di Stato (o istituzionale) e forme di xenofobia o razzismo popolari, che possono giungere fino all’aggressione fisica, al pogrom, all’omicidio, alla strage.
Non è un processo che appartiene solo al passato poiché lo vediamo in atto oggi anche nella società italiana6. La quale è esposta, più di altre, al rischio di una tale pericolosa convergenza, a favorire la quale contribuiscono molti fattori, odierni e storici. L’attuale contingenza, marcata da una grave crisi economica e da una crisi, altrettanto grave, della democrazia – quest’ultima resa ancor più acuta dalla tradizionale debolezza dello spirito civico – favorisce i meccanismi che tendono a indirizzare la frustrazione e il rancore popolari verso dei capri espiatori.
Inoltre, soprattutto negli anni più recenti, le politiche e le norme italiane riguardanti le persone immigrate e le minoranze sono ispirate da un’ideologia e caratterizzate da dispositivi tendenti a screditarle, a considerarle e trattarle come se costituissero un problema di ordine pubblico, a tenerle in uno status legale e sociale debole e incerto, e in una condizione di perenne precarietà lavorativa ed esistenziale, dunque a renderle ricattabili ed esposte allo sfruttamento economico e all’ostilità popolare.
Tutto ciò è aggravato dal fatto che le politiche italiane dette di integrazione hanno la caratteristica di riassumere il peggio dei modelli idealtipici di altri paesi europei:
– sono di tipo vetero tedesco, nel senso che le persone immigrate sono considerate e trattate in sostanza al pari di gastarbeiter (lavoratori e lavoratrici ospiti), forza-lavoro temporanea e di passaggio, priva di diritti e tutele, quindi ricattabile e supersfruttabile;
– sono assimilazioniste, nel senso che pretendono che le persone immigrate aderiscano al sistema culturale e valoriale italiano, ma senza conferire loro i diritti di cittadinanza;
– sono multiculturaliste, nel senso che per lo più tendono a etnicizzare le minoranze di origine immigrata, cioè a considerarle in base alle loro origini, «etnie», culture, ma senza alcun riconoscimento della pluralità culturale nella sfera pubblica7.
Quanto al peso della storia, si deve considerare che il razzismo italiano attuale è anche il frutto di una lunga sedimentazione. Il mito degli italiani, brava gente è servito a coprire, rimuovere, minimizzare o perfino abbellire un passato vergognoso segnato dall’antigiudaismo cattolico e dall’anti-semitismo fascista, dal pregiudizio antimeridionale e antizigano, e dal razzismo coloniale. La società italiana non ha mai condotto un’opera collettiva di elaborazione e di ripulsa di tale passato, dal quale ha ereditato stereotipi e pregiudizi che permangono in forma latente per tornare a riattivarsi periodicamente. Basta ricordare che a Roma, nel 2004, al tempo del terzo Governo Berlusconi, fu esposta al pubblico, nei locali del Vittoriano, una mostra fotografica, L’Epopea degli Ascari Eritrei. Volontari Eritrei nelle Forze Armate Italiane: 1889-1941, che elogiava impudentemente il contributo delle truppe «indigene» collaborazioniste alla conquista coloniale del Corno d’Africa. Che l’intento e lo stile della mostra – patrocinata dallo Stato maggiore dell’esercito e da ben tre Ministeri – fossero apologetici non aveva impedito che l’esposizione fosse «impreziosita» da cliché etnocentrici o razzisti sulle popolazioni eritree8.
Infine, il razzismo non è solo un insieme di dispositivi che, agendo in un sistema di ineguaglianze sociali, contrappone il gruppo dominante a uno o più gruppi dominati. Come ho già detto, esso serve anche ad attenuare, in modo fittizio, le differenze interne al gruppo dominante, rafforzandone o ricostruendone il senso identitario e comunitario. La tendenza a costruire un noi per opposizione agli altri si accentua quando il senso civico è debole e le relazioni sociali basate sulla reciprocità e sulla solidarietà si sono inaridite, quando prevale la cultura dell’individualismo, del consumismo, dell’egoismo o addirittura del cinismo collettivi, quando la rivendicazione e il conflitto sociali non hanno più lingua e forme in cui esprimersi. Così la comunità razzista diventa un surrogato della comunità civile, solidale, rivendicativa. È ciò che accade oggi in Italia, soprattutto nelle aree in cui è forte l’egemonia politica e culturale della Lega Nord.
3. Il sessismo
Il termine sessismo, che oggi ci appare ovvio ed evidente, ha una storia piuttosto recente. Infatti, è stato coniato e definito nel corso degli anni sessanta nell’ambito del movimento studentesco nordamericano9. Il vocabolo e il concetto furono modellati per analogia con razzismo: come è razzista chi proclama e giustifica la supremazia di una «razza» su un’altra, così è sessista chi proclama e giustifica la suprema...
Table of contents
- Copertina
- Colophon
- Indice
- Premessa
- Capitolo primo. La definizione di alcuni concetti-chiave
- Capitolo secondo. Il riferimento è alla Natura, la riduzione è alla merce
- Capitolo terzo. I corpi altri: rappresentazioni, stigmi, violazioni
- Capitolo quarto. Sistemi interconnessi
- Capitolo quinto. I dilemmi della società pluriculturale
- Riferimenti bibliografici
- Note
Frequently asked questions
Yes, you can cancel anytime from the Subscription tab in your account settings on the Perlego website. Your subscription will stay active until the end of your current billing period. Learn how to cancel your subscription
No, books cannot be downloaded as external files, such as PDFs, for use outside of Perlego. However, you can download books within the Perlego app for offline reading on mobile or tablet. Learn how to download books offline
Perlego offers two plans: Essential and Complete
- Essential is ideal for learners and professionals who enjoy exploring a wide range of subjects. Access the Essential Library with 800,000+ trusted titles and best-sellers across business, personal growth, and the humanities. Includes unlimited reading time and Standard Read Aloud voice.
- Complete: Perfect for advanced learners and researchers needing full, unrestricted access. Unlock 1.5M+ books across hundreds of subjects, including academic and specialized titles. The Complete Plan also includes advanced features like Premium Read Aloud and Research Assistant.
We are an online textbook subscription service, where you can get access to an entire online library for less than the price of a single book per month. With over 1.5 million books across 990+ topics, we’ve got you covered! Learn about our mission
Look out for the read-aloud symbol on your next book to see if you can listen to it. The read-aloud tool reads text aloud for you, highlighting the text as it is being read. You can pause it, speed it up and slow it down. Learn more about Read Aloud
Yes! You can use the Perlego app on both iOS and Android devices to read anytime, anywhere — even offline. Perfect for commutes or when you’re on the go.
Please note we cannot support devices running on iOS 13 and Android 7 or earlier. Learn more about using the app
Please note we cannot support devices running on iOS 13 and Android 7 or earlier. Learn more about using the app
Yes, you can access La bella, la bestia e l'umano by Annamaria Rivera in PDF and/or ePUB format, as well as other popular books in Scienze sociali & Discriminazione e rapporti razziali. We have over 1.5 million books available in our catalogue for you to explore.