1967-2017. In morte del Che Guevara
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1967-2017. In morte del Che Guevara

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Cinquant'anni fa, l'8 ottobre 1967, Ernesto Che Guevara fu catturato in Bolivia. Il giorno dopo, per disposto del presidente della Bolivia, fu passato per le armi a La Higuera, un villaggio di 20 case nel dipartimento di Santa Cruz. Ucciderlo sembrava il modo più semplice per liberarsi della sua presenza, e invece nacque il mito più potente del XX secolo.
Ferito, con i vestiti laceri, allo stremo delle forze, il Che era stato abbandonato da tutti, anche dalla cosa che non l'aveva mai lasciato, la speranza. "È finita!", esclamò appena identificato da Gary Prado Salmón, l'ufficiale boliviano che lo aveva pre in custodia.
Ed è proprio Prado ad aprire questo libro, raccontando l'ultimo giorno di vita del comandante. A seguire, il discorso di commemorazione di Fidel Castro tenuto a L'Avana in Plaza de la Revolución il 18 ottobre 1967. Un discorso memorabile, ma Fidel e la sua Cuba avevano da tempo abbandonato il Che.
Il libro si chiude con gli scritti teorici più importanti del Guevara. Il primo riguarda la guerra di guerriglia; il secondo l'essenza, la strategia e la tattica della lotta guerrigliera.
Lo scrittore inglese John Berger ha scritto che l'immagine del Che morto rimanda in maniera inspiegabile al Cristo morto del Mantegna conservato Pinacoteca di Brera a Milano. È forse in questa "inspiegabile" somiglianza che risiede il segreto del mito del Che.

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Information

Essenza, strategia e tattica della lotta guerrigliera
di Ernesto Che Guevara

1. Essenza della lotta guerrigliera

La vittoria armata del popolo cubano sulla dittatura di Batista, è stata, con l’epico trionfo riferito dai giornali del mondo intero, un fattore di modificazione dei vecchi dogmi sul comportamento delle masse popolari dell’America Latina, dimostrando tangibilmente la capacità del popolo di liberarsi di un governo che lo opprime, per mezzo della lotta guerrigliera.
Riteniamo che la Rivoluzione cubana abbia portato tre contributi fondamentali alla meccanica dei movimenti rivoluzionari americani, i seguenti:
1. Le forze popolari possono vincere una guerra contro l’esercito.
2. Non sempre si deve aspettare che si producano tutte le condizioni favorevoli alla rivoluzione; il focolaio insurrezionale può crearle.
3. Nell’America sottosviluppata, il terreno della lotta armata deve essere fondamentalmente la campagna.
Di questi tre contributi, i primi due contraddicono l’atteggiamento quietista di quei rivoluzionari o pseudo-rivoluzionari che si giustificano, e giustificano la loro inattività, con il pretesto che contro l’esercito professionale nulla si può fare; e di quegli altri i quali tendono a sperare che, spontaneamente, si producano tutte le condizioni oggettive e soggettive necessarie, senza occuparsi di sollecitarle. Oggi chiare a tutti, queste due inoppugnabili verità furono dapprima discusse a Cuba e probabilmente lo saranno anche nel resto dell’America.
Naturalmente, quando si parla delle condizioni favorevoli alla rivoluzione, non si può pensare che esse si creino tutte grazie all’impulso ricevuto dal focolaio guerrigliero. Occorre sempre considerare che è necessaria l’esistenza di un minimo di quelle condizioni atte a rendere realizzabile l’insediamento e il consolidamento del primo focolaio. Come dire che occorre dimostrare chiaramente al popolo l’impossibilità di mantenere la lotta per le rivendicazioni sociali nell’ambito della contesa politica. La pace è infranta precisamente da quelle forze oppressive che si mantengono al potere contro il diritto costituito.
In queste condizioni il malcontento popolare va assumendo forme e prospettive sempre più positive e si produce uno stato di resistenza che si cristallizza in un momento dato nel principio di lotta, inizialmente provocato dall’atteggiamento delle autorità.
Qualora un governo sia salito al potere attraverso qualche forma di consultazione popolare, fraudolenta o no, e mantenga almeno un’apparenza di legalità costituzionale, è impossibile che si produca un principio di guerriglia, poiché non tutte le possibilità di lotta politica si sono esaurite.
Il terzo apporto è sostanzialmente di indole strategica e deve richiamare l’attenzione di coloro che pretendono, con criteri dogmatici, di accentrare la lotta delle masse nei movimenti delle città, dimenticando totalmente l’immensa partecipazione della gente delle campagne alla vita dei paesi sottosviluppati dell’America. Non che si sottovaluti la lotta delle masse operaie organizzate; semplicemente si analizzano con criterio realistico le possibilità che esistono, nelle difficili condizioni della lotta armata, qualora le garanzie che di solito adornano le nostre Costituzioni siano sospese o ignorate. In queste condizioni i movimenti operai devono farsi clandestini, disarmati, illegali e affrontare pericoli enormi; meno difficile è la situazione in aperta campagna, dove gli abitanti appoggiano la guerriglia armata, e in luoghi dove le forze della repressione non possono arrivare.
Indipendentemente da ciò che più avanti analizzeremo accuratamente, queste tre conclusioni, che si ricavano dall’esperienza rivoluzionaria cubana, le poniamo in testa a questo lavoro poiché le consideriamo il nostro contributo fondamentale.
La guerra di guerriglia, base della lotta di un popolo per riscattarsi, presenta caratteristiche diverse, facce distinte, benché esista sempre la stessa essenziale volontà di liberazione. È ovvio – e coloro che si sono occupati dell’argomento lo hanno detto chiaro e tondo – che la guerra obbedisce a una determinata serie di leggi scientifiche e chi volesse andare contro di esse andrebbe incontro alla disfatta. La guerra di guerriglia, che è una fase della guerra, va condotta secondo tutte queste leggi; tuttavia, per il suo particolare carattere, soggiace a una serie di leggi accessorie che occorre osservare per portarla avanti. È naturale che le condizioni geografiche e sociali di ciascun paese determinino il modo e le forme particolari che la guerra di guerriglia adotterà, ma le sue leggi essenziali vigono per qualsiasi lotta di questo tipo.
Trovare le basi sulle quali si appoggia la guerriglia; le regole che devono seguire i popoli che cercano la propria liberazione; teorizzare il fatto e generalizzare questa esperienza in vista di un’utilizzazione da parte di altri: è questo il nostro compito del momento.
La prima cosa da stabilire è chi sono i combattenti in una guerra di guerriglia. Da una parte abbiamo il nucleo oppressore e il suo agente, l’esercito professionale, ben armato e disciplinato, che, in molti casi, può contare sull’appoggio straniero e su quello di ristretti gruppi burocratici, protetti e al servizio dello stesso nucleo oppressore. Dall’altra, la popolazione della nazione o della regione interessata. È importante sottolineare che la lotta guerrigliera è una lotta di massa, è una lotta di popolo: la guerriglia, come nucleo armato, è l’avanguardia combattente di questo, la sua grande forza ha radice nelle masse della popolazione. Non si deve considerare la banda armata numericamente inferiore all’esercito contro cui combatte, anche se gli è inferiore per potenza di fuoco. Per questo è corretto ricorrere alla guerra di guerriglia soltanto quando si ha dalla propria parte un nucleo maggioritario, e quando, per difendersi dall’oppressione, si può contare su di una quantità di armi infinitamente minore.
Il guerrigliero conta allora sull’appoggio totale della popolazione della zona. È, questa, una condizione sine qua non. E si vede molto chiaramente se si prendono come esempio le bande di briganti che operano in una regione; hanno tutte le caratteristiche dell’esercito guerrigliero: omogeneità, rispetto del capo, coraggio, conoscenza del terreno, e molte volte persino un’esatta valutazione della tattica da seguire. Manca soltanto l’appoggio del popolo; e inevitabilmente queste bande sono fatte prigioniere o sterminate dalla forza pubblica.
Analizzato il metodo operativo della guerriglia, il suo sistema di lotta, e chiarita la sua base di massa, ci rimane soltanto da domandare: perché lotta il guerrigliero? Arriveremo all’inevitabile conclusione che il guerrigliero è un riformatore sociale, che impugna le armi rispondendo all’adirata protesta del popolo contro i suoi oppressori e lotta per cambiare il regime sociale che mantiene tutti i suoi fratelli disarmati nell’obbrobrio e nella miseria; si scaglia contro le condizioni particolari dell’istituzione in un momento dato e si dedica a distruggere, con tutto il vigore che le circostanze consentono, le forme di tale istituzione. Quando analizzeremo più a fondo la tattica della guerriglia, vedremo che il guerrigliero deve avere una conoscenza perfetta del terreno che batte, dei sentieri di accesso e di fuga, delle possibilità di manovrare rapidamente; deve avere naturalmente l’appoggio del popolo, e luoghi in cui nascondersi. Tutto ciò sta a indicare che il guerrigliero svilupperà la sua azione in zone di campagna poco popolate, dove la lotta del popolo per le rivendicazioni si situa di preferenza, e anzi quasi esclusivamente, sul piano di un cambiamento della composizione sociale della proprietà della terra; come dire che il guerrigliero è, prima di tutto, un rivoluzionario agrario. Egli interpreta i desideri della grande massa contadina di essere padrona della terra, padrona dei mezzi di produzione, degli animali, di tutto ciò a cui ha anelato per anni, delle cose che costituiscono la sua vita e che costituiranno anche il suo cimitero.
Stando alla concezione corrente della guerra di guerriglia, si constata che ne esistono due tipi diversi, il primo dei quali, quello di una lotta complementare a quella dei grandi eserciti regolari, come nel caso delle guerriglie ucraine nell’Unione Sovietica, non interessa la nostra analisi. A noi interessa il caso di un gruppo armato che procede alla lotta contro il potere costituito, coloniale o no, che si stabilisce come base unica di lotta e si sviluppa negli ambienti rurali. In tutti questi casi, qualunque sia la struttura ideologica che anima la lotta, la base economica è data dall’aspirazione al possesso della terra.,
La Cina di Mao nasce come frutto dei nuclei operai del Sud, che però vengono sconfitti e quasi annientati. Prende consistenza e inizia la sua ascesa solo quando, dopo la grande marcia dello Yenan, si insedia nei territori rurali e pone come base delle sue rivendicazioni la riforma agraria. La lotta di Ho Chi Minh in Indocina si basa sui contadini delle risaie oppressi dal giogo coloniale francese e con questa forza va progredendo fino a sconfiggere i colonialisti. In entrambi i casi c’è una parentesi di guerra patriottica contro l’invasore giapponese, ma la base economica della lotta per la terra non scompare. Nel caso dell’Algeria, la grande idea del nazionalismo arabo ha la sua istanza economica nel fatto che l’usufrutto della quasi totalità delle terre coltivabili algerine è nelle mani di un milione di coloni francesi; e in alcuni Paesi, come Portorico, dove le condizioni dell’isola non hanno permesso uno sbocco guerrigliero, lo spirito nazionalista, profondamente ferito dalla quotidiana discriminazione ai suoi danni, ha come base l’aspirazione del contadino (benché molto spesso proletarizzato) alla terra che gli viene strappata dall’invasore yankee; questa idea centrale animava, sebbene con prospettive diverse, anche i piccoli proprietari, i contadini e gli schiavi delle fattorie orientali di Cuba, che serrarono le file per difendere, tutti insieme, il diritto al possesso della terra, durante la guerra di liberazione dei trent’anni.
A parte le caratteristiche speciali che la convertono in un tipo vero e proprio di guerra, e tenendo conto delle possibilità di sviluppo della guerra di guerriglia, che si trasforma, con l’aumento della potenza del nucleo operante, in una guerra di posizione, bisogna tenere presente che questo tipo di lotta è l’embrione, un progetto di quest’ultima; le possibilità di incremento della guerriglia e di mutamento del tipo di lotta fino alla sua trasformazione in una guerra convenzionale sono tante quante quelle di mettere in rotta il nemico in ciascuna delle varie battaglie, dei vari combattimenti o delle scaramucce che hanno luogo. Per questo, uno dei principi fondamentali è che non ci si deve in nessun modo impegnare in una battaglia che non si vinca, in un combattimento o in una scaramuccia che non si vinca. C’è una definizione antipatica che dice: «Il guerrigliero è il gesuita della guerra». Vuole indicare un certo elemento di perfidia, di sorpresa, di predilezione per la notte, che sono evidentemente elementi essenziali della lotta guerrigliera. Si tratta certamente di un gesuitismo particolare, imposto dalle circostanze, che costringono i combattenti a prendere talvolta decisioni ben diverse dalle idee romantiche e sportive in base alle quali si pretende di far credere che si faccia la guerra.
La guerra è sempre una lotta in cui entrambi i contendenti cercano di annientarsi a vicenda. Perciò, per conseguire questo risultato, essi ricorreranno oltre che alla forza, a tutti i sotterfugi, a tutte le trappole possibili. Le strategie e le tattiche militari sono il risultato delle aspirazioni del gruppo che analizza la situazione e del modo di realizzare queste aspirazioni, il che contempla lo sfruttamento di tutti i punti deboli del nemico. Isolando, in una guerra di posizione, l’azione di ciascun plotone di un forte contingente dell’esercito, si osservano le stesse caratteristiche, quanto alla lotta individuale, di quelle che si presentano nella guerriglia. C’è perfidia, c’è predilezione per la notte, c’è sorpresa; e quando non ci sono, vuol dire che è impossibile cogliere alla sprovvista gli avversari vigilanti. Ma poiché la guerriglia è per sua natura una frazione, e poiché esistono sempre vaste zone di territorio non controllate dal nemico, si possono sempre realizzare queste azioni in modo da garantire ...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. “È finita” Le ultime ore del Che ... di Gary Prado Salmón
  6. In memoria del comandante Ernesto Che Guevara di Fidel Castro . . . Discorso del 18 ottobre 1967 L’Avana, Plaza de la Revolución
  7. La guerra di Guerriglia: un metodo di Ernesto Che Guevara
  8. Essenza, strategia e tattica della lotta guerrigliera di Ernesto Che Guevara