Breve storia della democrazia
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Breve storia della democrazia

Da Atene al populismo

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Breve storia della democrazia

Da Atene al populismo

About this book

Scopo del presente volume è ripercorrere la storia delle istituzioni democratiche, dall'esordio classico, nell'Atene del V secolo a.C., alle rivoluzioni borghesi; dal successo della democrazia rappresentativa all'affermazione, nel XX secolo, delle democrazie costituzionali e, infine, dalla crisi contemporanea fino all'ascesa dei partiti populisti. Il libro intende offrire un quadro complessivo che, nella sintesi di una visione d'insieme, abbini la storia delle istituzioni con la storia del pensiero politico, nella convinzione che una simile ottica permetta una migliore comprensione delle dinamiche sottese alla successione degli eventi. Leonardo Marchettoni insegna Analisi delle istituzioni politiche presso l'Università di Parma. È autore di numerosi saggi, pubblicati su riviste italiane e internazionali, e di due monografie: I diritti umani tra universalismo e particolarismo (Giappichelli, 2012) e Relativismo e differenza culturale (Nuova Cultura, 2012).

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Information

Democrazia e modernità
1. Il modello romano
Dopo la fine della democrazia ateniese il modello di governo democratico conosce una lunga eclissi che si protrarrà fino alle soglie della modernità. Prima di congedarci dall’esperienza politica di Atene può essere però utile riassumerne alcuni punti salienti.
Come si è visto il modello democratico ateniese presentava alcune caratteristiche ben definite: a) i criteri di definizione della cittadinanza erano molto esigenti – soprattutto per quanto riguarda la doppia discendenza ateniese. Ne derivava una limitata inclusività delle istituzioni democratiche; b) d’altra parte, tutti i cittadini erano uguali quanto alla partecipazione all’assemblea, senza diversificazioni censitarie; c) i cittadini partecipavano direttamente alla gestione della cosa pubblica. Vale la pena di notare che a), b) e c) sono strettamente collegate fra loro, nel senso che la possibilità di una partecipazione egualitaria, che si estrinsecava nell’inclusione nell’assemblea e nella rotazione delle cariche, era resa possibile da una preventiva selezione di coloro che erano veramente uguali fra loro. Per esempio, come abbiamo visto, il modello aristotelico era basato non solo sull’esclusione di donne e schiavi ma anche sulla marginalizzazione dei lavoratori manuali.
Caratteristiche analoghe, peraltro, non si ritrovano a Roma nel periodo repubblicano. L’elemento di cui soprattutto avvertiamo la mancanza – e che sembra essenziale per poter parlare di democrazia – è quello di cui al punto b), l’uguaglianza fra tutti i cittadini quanto alla capacità di incidere sulle decisioni politiche. La partecipazione alle assemblee avveniva, infatti, sulla base di classificazioni di tipo censitario: questo vale soprattutto per l’assemblea più importante, i comizi centuriati, che eleggeva le magistrature più importanti, consoli, censori e pretori, e dichiarava la guerra. In questa assemblea i cittadini votavano per centurie, vale a dire secondo classificazioni di origine militare basate sul censo – dal momento che coloro che erano più ricchi erano anche quelli che contribuivano in misura maggiore alle spese militari. Nei comizi centuriati i cittadini più abbienti erano raccolti in 98 centurie, più del resto della cittadinanza1, anche se in termini numerici rappresentavano una ristretta minoranza.
L’elemento di riequilibrio era rappresentato, da un lato, dai comizi tributi – l’assemblea che approvava la maggior parte delle leggi, nella quale si votava per tribù e in cui quindi i più ricchi non disponevano della maggioranza –, e, dall’altro, dai tribuni della plebe – magistrati che avevano il compito di evitare che si abusasse del potere politico in danno della parte popolare2.
Per queste ragioni, si può dire che la repubblica romana non era organizzata secondo criteri democratici. Il modello politico romano era piuttosto riconducibile, come ebbe a scrivere lo storico greco del II secolo a.C. Polibio nel sesto libro delle Storie3, alla forma del governo misto. Tipica del governo misto è, infatti, la compresenza di elementi monarchici – in primo luogo, i consoli, i magistrati più importanti, che comandavano l’esercito in guerra –, aristocratici – il ruolo del senato, detentore dell’auctoritas, da cui promanava la stessa potestas dei magistrati, controllato dalle famiglie più eminenti – e democratici – le istituzioni assembleari, in particolare, i comizi tributi.
2. Modelli di giustificazione del potere nel Medioevo
Durante il Medioevo il modello democratico non trova applicazioni, almeno fino all’anno Mille. L’affermazione del Cristianesimo conduce a un profondo ripensamento delle categorie politiche. Fino alla diffusione degli scritti di Aristotele nel XIII secolo, si eclissa l’approccio scientifico alla politica che proprio con Aristotele si era affermato. Prevale piuttosto l’idea secondo la quale il potere deriva dall’alto, discendendo al sovrano da Dio, è reso necessario dal peccato originale ed è preordinato alla salvezza spirituale.
Questa metafisica discendente corrisponde a una concezione della società come corpo vivente, ordinato da precise gerarchie che assegnano a ciascun individuo il proprio posto e la propria funzione entro un disegno complessivo – di cui l’ordine politico è parte – tendente al bene comune4. D’altra parte, la strutturazione gerarchica della società e la stessa concezione complessiva del cosmo non costituiscono un’invenzione medievale, ma risentono in modo determinante dell’eredità di Roma, cristianizzata nel quarto secolo d.C.5
Nel corso dell’Alto Medioevo il modello discendente dà corpo al dualismo tra potere del pontefice e potere dell’imperatore, e si coniuga, secondo i canoni dell’agostinismo politico – da Agostino di Ippona (354-430) –, alla cosiddetta teoria delle due spade, secondo la quale l’auctoritas del papa, erede di quella dell’Impero romano, si confronta con la potestas secolare, che però rimane alla prima gerarchicamente subordinata. Fino al XII secolo, prevale una visione della politica di stampo agostiniano, incentrata sulla tesi della superiorità del potere spirituale, nell’ambito di una concezione tipicamente religiosa dello spazio politico. In questa concezione il suddito è assimilato a un viator, incapace di provvedere a sé stesso in conseguenza del peccato originale e bisognoso della guida della legge di cui il sovrano è custode.
La situazione inizia però a mutare dopo l’anno Mille, in un quadro di importanti trasformazioni politiche e sociali, segnate dalla crescente contrapposizione tra il potere spirituale e quello temporale, che conducono al graduale superamento dell’ottica agostiniana. Si aprono così gli spazi per una considerazione affatto inedita del ruolo dei singoli all’interno delle strutture politiche. Mentre in epoca altomedievale i sudditi non avevano alcuna parte nel meccanismo di giustificazione del potere, che dipendeva unicamente dal rapporto che il sovrano intratteneva con la Legge, adesso la giustificazione dell’operato del sovrano inizia a essere correlata al consenso dei sudditi.
Questo ribaltamento di prospettiva è indubbiamente collegato al tentativo dell’imperatore di contrapporsi all’auctoritas del papa, come testimonia il dibattito, che impegna i giuristi filoimperiali a partire dall’XI secolo, intorno all’interpretazione di alcune massime contenute nel Corpus Iuris Civilis, la grande raccolta di diritto romano voluta dall’Imperatore bizantino Giustiniano I. A questo proposito, si può ricordare la cosiddetta Lex regia de imperio, vale a dire la norma secondo la quale la legittimazione dell’esercizio del potere supremo va cercata in un preciso atto di delega operato dal popolo in favore del governante6.
Più in generale, la riscoperta del diritto romano, che inizia sempre nell’XI secolo, segna uno snodo fondamentale nella costruzione delle categorie politiche moderne. Un’altra massima che merita di essere ricordata in questa sede recita: «Quod omnes tangit, ab omnibus tractari et approbari debet». L’interpretazione di questo principio impegnerà i giuristi, inizialmente nell’ambito del diritto canonico, a partire dal XII secolo. Adattando questa massima, proveniente dal diritto privato, al contesto pubblicistico, si ottiene l’effetto di far dipendere la fondazione del potere del sovrano dal consenso dei soggetti interessati. Si stabilisce così un basilare principio democratico: il potere è originariamente in mano del popolo che deve approvare le scelte politiche più importanti, per esempio, in materia di imposizione fiscale, secondo una prassi che evolverà verso la costituzione delle moderne assemblee rappresentative7.
Un altro passaggio cruciale si verifica nel XIII secolo con la traduzione in latino di Guglielmo di Moerbecke della Politica aristotelica. La ‘riscoperta’ di Aristotele segna uno snodo fondamentale del pensiero politico in quanto nell’opera del filosofo greco i pensatori medievali trovano le categorie concettuali per impostare un nuovo tipo di riflessione. Il linguaggio aristotelico si aggiunge, nella costellazione concettuale dei pensatori medievali, all’idioma biblico, a quello classico, al lessico dei giuristi e dei canonisti, predisponendo gli strumenti necessari per tematizzare problematiche nuove rispetto al passato8. Attraverso il confronto con la tesi aristotelica secondo la quale l’uomo è un animale sociale e le istituzioni politiche ‘prodotti’ naturali, gli autori medievali si pongono la questione di quale sia la forma di governo preferibile, fino ad allora implicitamente risolta nel senso di ritenere che la forma di governo monarchica sia la migliore. Per questo tramite, si realizza una sorta di fusione fra tra il modello discendente della legittimazione del potere e l’organicismo aristotelico. Sarebbe probabilmente fuorviante, tuttavia, leggere queste trasformazioni in senso democratico o proto-democratico, dal momento che il ruolo del consenso popolare non è mai disgiunto da una concezione complessiva che prevede la compresenza di diverse tipologie e diverse fonti di legittimazione del potere, secondo il modello classico, romano e aristotelico al tempo stesso, del governo misto.
Il pensatore nel quale i diversi motivi che animano la riflessione politica medievale trovano una sintesi originale è Tommaso d’Aquino (1225-1274). Per Tommaso il tema della naturale socialità dell’essere umano – tema che l’Aquinate eredita da Aristotele – si lega a quello dell’esistenza di una Legge naturale che discende all’uomo da Dio. L’esito è una concezione secondo la quale l’istituzione del potere politico non deve porre rimedio alla Caduta e al peccato ma è una naturale conseguenza della necessità di organizzare la vita associata ed è diretta al perseguimento del bene comune. Ciò non significa che nella riflessione politica dell’Aquinate gli individui non abbiamo alcun rilievo. Infatti, nella Summa Theologiae Tommaso seguendo Aristotele sembra ritenere preferibile una forma di governo mista, nella quale il sovrano sia affiancato da un corpo di cittadini qualificati scelti da – e fra – il popolo9.
3. La partecipazione popolare nei comuni
Alla vicenda che conduce, attraverso il superamento dell’agostinismo politico e la riscoperta di Aristotele, a ...

Table of contents

  1. Presentazione
  2. Capitolo primo
  3. La democrazia ateniese
  4. Capitolo secondo
  5. Democrazia e modernità
  6. Capitolo terzo
  7. L’Ottocento
  8. Capitolo quarto
  9. Il Novecento
  10. Capitolo quinto
  11. La democrazia costituzionale
  12. Capitolo sesto
  13. Crisi e trasformazioni della democrazia
  14. Conclusioni
  15. Democrazia e verità
  16. Bibliografia