Il volume riprende la monografia Per una pedagogia "di confine" dell'autore, approfondendo una serie di relazioni pedagogiche, dal livello epistemologico del rapporto della pedagogia con altre discipline, al livello teorico dell'apprendimento "lungo il corso della vita", fino a quello metodologico delle relazioni ricercatore/educatore, docente/studente, learner in situazione individuale/cooperativa. Da questa angolatura l'autore privilegia il contributo antropologico-culturale all'integrazione degli interventi educativi, facendo proprie metodologie comunicative ed interattive per la qualificazione degli apprendimenti e delle competenze nei processi formativi. Il volume è un contributo per la formazione pedagogica di base degli studenti delle lauree socio-sanitarie e delle altre lauree che preparano educatori e formatori. Carlo Orefice è docente ricercatore in Pedagogia generale e sociale presso la Scuola di Scienze della Salute Umana dell'Università di Firenze. Si occupa di formazione alle
professioni mediche e della salute, ponendo particolare attenzione alle antropologie del corpo e dell'esperienza di malattia, all'interno del Laboratorio di Medical Education
anche attraverso progetti di ricerca europea. Tra le sue pubblicazioni piĂš recenti si segnala Per una pedagogia "di confine". Decifrare differenze, costruire professionalitĂ (Milano, 2013).

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Information
Relazioni pedagogiche
Materiali di ricerca e formazione
Ricerca ed esperienza in educazione
1.1 La relazione ricercatore-operatore in pedagogia
Per impostare il discorso teorico sulla ricerca educativa la prima domanda che bisogna porsi è la seguente: cosa si intende per âricerca educativaâ? Pervenire alla definizione completa di tale espressione significa prima di tutto definirne il sostantivo, ricerca, e lâaggettivo, educativa.
Se si parte però dalla definizione del termine âricercaâ, questa chiarificazione rischia di essere troppo generica, oppure di portare molto oltre quanto prefissato nel presente lavoro. Per capire dunque di cosa stiamo parlando, è necessario soffermarsi in primo luogo sul secondo termine indicato: âeducativaâ.
La questione che qui preme sottolineare non riguarda tanto il riconoscimento dei livelli diversi di coerenza scientifica nel lavoro di ricerca, ma piuttosto lâinterrogarsi su come sia possibile definire, e in che misura, un rapporto tra la ricerca in senso lato (che potremmo chiamare âatteggiamento di ricercaâ) e la ricerca in senso stretto (chiamata âricerca scientificaâ).
Se infatti lâattenzione viene centrata solo sul metodo di analisi che si intende adottare, tralasciando invece i problemi che si considera prioritari trattare attraverso tale metodo, il rischio (che appare molto comune) diventa quello di giustificare ricerche prive di ogni rilevanza, ovvero pure esercitazioni formali spesso cariche di retorica. E perchĂŠ succede questo? PerchĂŠ si ha la presunzione (o il poco coraggio) di escludere dal dominio dellâanalisi scientifica tutti quei problemi che, benchĂŠ portatori di novitĂ , non hanno ancora raggiunto un âsufficienteâ livello di coerenza formale.
Questo problema, che potremmo chiamare della gerarchizzazione della ricerca, ha un limite enorme: rafforza quella âfrontieraâ, ancora oggi a volte strenuamente difesa, tra âricercatori di professioneâ e âoperatori sul campoâ.
Se si esplorano tali problematiche attraverso la lente del discorso pedagogico, possiamo vedere che, storicamente, la separazione tra ricerca scientifica e ricerca non-scientifica ha comportato due âfattiâ significativi per la cultura occidentale, tra loro collegati.
Nel momento infatti in cui tale separazione ha coinciso con una pura distinzione logica tra gradi diversi di coerenza metodologica dellâanalisi conoscitiva e delle sue scoperte (producendo le antinomie soggetto-oggetto, conoscente-conosciuto, uomo-natura, ecc.), ha contemporaneamente discriminato aprioristicamente le possibilitĂ intellettive e creative di tutti gli individui che non rientravano in tale âlogicaâ (Foucault 1996; Kuhn 2009). Procedendo in tal senso, il discorso scientifico ha cosĂŹ elevato alcuni al rango di âscopritoriâ della conoscenza assoluta e altri al ruolo subalterno di gregari di fronte alla medesima. Lâorganizzazione della societĂ basata sulla divisione del lavoro non ha fatto altro poi che codificare tale stato di cose (facendolo passare per ânaturaleâ), promuovendo cosĂŹ professionisti â e professioni â che si reggevano, e tuttora si reggono, su tale fallace distinzione.
In tempi recenti abbiamo assistito a un ribaltamento di tali divisioni, grazie sia alla condivisione di un concetto, quello di âdemocraziaâ, diventato valido per tutti gli individui, sia grazie allo sviluppo delle diverse tecnologie che hanno permesso di riformulare lâorganizzazione sociale del sapere e la sua acquisizione (Authier, LĂŠvy 2000; Cambi, Toschi 2006; LĂŠvy 1996).
Tutto questo ha portato a due acquisizioni fondamentali, profondamente integrate tra loro: la ri-formulazione della cosiddetta âconoscenza oggettivaâ da un lato e dallâaltro la diversa articolazione delle modalitĂ sociali di sviluppo della medesima.
Nel primo caso, è bene sottolinearlo da subito, non si tratta di svalutare â nella teoria come nella prassi â le procedure conoscitive della ricerca, banalizzandola e privandola del suo potenziale creativo in nome di una diffusione della conoscenza che apparirebbe cosĂŹ solo âingessataâ. Annullare infatti il confine tra ricerca âin senso latoâ e ricerca âin senso strettoâ, per riprendere le due definizioni appena sopra riportate, non vuol dire doverle confondere sul piano del minore o maggiore controllo delle operazioni di analisi e di verifica, perchĂŠ resta comunque sempre presente il minore o maggiore grado di inferenza scientifica dovuta alla coerenza delle procedure (teoriche, metodologiche, tecniche) impiegate.
Quello che però cambia, rispetto a un metodo âstaticoâ di concepire la ricerca, è invece il processo di scambio che si viene a determinare tra questo sistema di ricerca âin senso latoâ (che nasce come atteggiamento di ricerca) e quello âin senso strettoâ (che si esprime come ricerca scientifica). Tale processo investe innanzitutto le operazioni logiche da stabilire a fondamento dellâinvestigazione: è infatti il ricercatore âdi professioneâ, quello inizialmente chiuso nella sua âtorre dâavorioâ, che misura le sue metodologie, le sue procedure di lavoro, il suo linguaggio con chi fa ricerca ânella quotidianitĂ â, ovvero con chi â dotandosi di pochi o nulli strumenti e metodi â è sicuramente piĂš immerso nella concretezza dei problemi del vivere sociale e nella loro urgenza (Morin 2005).
Questo rapporto dunque, che vede dialogare tra loro il âtradizionaleâ addetto al lavoro di ricerca e il âtradizionaleâ operatore sul campo, come anticipato, produce e costituisce un momento di arricchimento per entrambi. Attraverso tale scambio, infatti, il primo può âaggiustare il tiroâ del suo lavoro teorico in termini di obiettivi, metodi, tecniche e mezzi dâindagine, mentre il secondo può invece dotarsi di maggiore rigore, sistematicitĂ e coerenza critica nel lavoro che porta avanti quotidianamente.
Nel fare ciò, inoltre, come vedremo a breve, si palesa in tutta la sua evidenza la necessità che tale dialogo, nei termini fecondi che qui si stanno discutendo, diventi possibile e concreto anche sul piano istituzionale.
1. 2 La ricerca disciplinare multipla tra teorie ed esperienze in pedagogia
Precisato, solo in termini introduttivi, in che senso viene qui utilizzato il termine ricerca riferita allâeducazione, ora bisogna chiarire, anche se ovviamente soltanto come impostazione generale del discorso, cosa sâintende per âeducazioneâ. Anche in questo caso occorre partire dallâesplicitazione di un concetto che è âa monteâ, ovvero da quello di âpedagogiaâ.
Tutta la letteratura pedagogica contemporanea, esplicitamente o implicitamente, è attraversata da un grosso problema (che poi è comune, anche se in modalitĂ diverse, a molte altre discipline), che può essere definito in questi termini: qual è lo statuto disciplinare della pedagogia, dal momento che la si è sottratta dalla tutela â unica e assoluta â della filosofia? (Cambi 2008; Mariani 2008; Pinto Minerva 2006).
Questa riflessione sicuramente si fa piĂš complessa nel momento in cui si sottolinea che non si tratta di escludere la filosofia dallâorizzonte pedagogico, ma di separarsi da un modo che intende questâultima come un sistema chiuso, fatto cioè di una conoscenza assolutizzante che âescludeâ, come abbiano precedentemente evidenziato, tutte le altre possibilitĂ esplorative dellâintelligenza umana (LĂŠvy 1996; Morin 2001, 2005; Orefice 2010).
Il âripudioâ di questa âpaternitĂ â filosofica genera però una preoccupazione, e cioè che la pedagogia si lasci assorbire, e annullare, da altri ambiti disciplinari di piĂš recente costituzione storica, come la psicologia o lâantropologia culturale e sociale (Callari Galli 1993). Permettere che questo accada significa distruggere la riflessione pedagogica â costruita con centinaia dâanni di esperienze e di ricerche â rendendola di volta in volta solo metodologia psicologica, oppure metodologia antropologica culturale e sociale (per riprendere i due ambiti appena citati): fatto questo, la prospettiva formativa che le è propria rischia irrimediabilmente di scomparire.
Per tentare allora di ârisolvereâ questo problema, nel dibattito scientifico contemporaneo sono state suggerite varie proposte al riguardo, indicando diverse vie metodologiche di approccio specifico alla pedagogia che dimostrano come questa, in quanto supporto disciplinare della ricerca educativa, è attraversata da tempo da una crisi di identitĂ (Santoni Rugiu 1968) ma anche da fecondi e diversificati orientamenti recenti (Cambi, Frauenfelder 1994; Federighi 2006; Mariani 2008).
Tutto questo, come appare comprensibile, rende complesso lo sviluppo dellâindagine sullâeducazione, proprio perchĂŠ i fondamenti teorici della ricerca risultano essi stessi in uno stato di revisione e di continuo approfondimento.
Ci sembra dunque necessario, proprio per far fronte a questa âinstabilitĂ â, di dover indagare la ricerca educativa facendo nostra unâattenzione critica e privilegiando nello stesso tempo lâanalisi epistemologica: questâultima, infatti, nel momento in cui âmonitoraâ la teoria e la pratica della ricerca educativa, è a sua volta illuminata dalle verifiche teorico-pratiche, permettendo cosĂŹ in maniera piĂš agevole e coerente di individuare lâassetto strutturale della pedagogia stessa.
Queste prime considerazioni portano a considerare lâindagine sullâeducazione come un sistema teorico aperto di analisi scientifica in continua ridefinizione, ovvero basato su ipotesi teoriche che sono assunte (anche se con diverso potenziale dâinferenza scientifica) come i primi oggetti del ricercare. Questa condizione teorica di lavoro è oggi universalmente accettata dalla riflessione pedagogica piĂš avanzata sul piano scientifico, riconoscendo che la pedagogia si definisce essa stessa come ricerca educativa per antonomasia.
Partendo da questa veloce sintesi, incompleta e con tutti i limiti che ogni schematizzazione inevitabilmente comporta, è necessario allora esplicitare quale è la metodologia di approccio dellâanalisi pedagogica a cui ci si rifĂ . Riconoscere infatti, come si è appena fatto, la necessitĂ di collocare lâindagine in un sistema teorico di riferimento aperto e non rigido comporta lâindividuare la prospettiva metodologica di analisi allâinterno della quale poter collocare, per intrepretarle criticamente, le singole teorie della pedagogia.
Come anticipato, la risposta a tale problema è data dallo stesso dibattito sulla pedagogia, a cui si deve fare riferimento. Nonostante infatti la diversitĂ di posizione riscontrate, ad eccezione di quelle poche che ancora sono rimaste vincolate alla unilateralitĂ di una certa tradizione filosofica, tutte concordano nellâinstaurare una riflessione sui processi educativi che non si limiti soltanto alle valenze filosofiche del discorso, ma abbia il coraggio (e la voglia) di allargarsi al piĂš vasto campo delle scienze psico-biologiche, socio-culturali e politico-economiche (Contini 2006; Frauenfelder, Santoianni, Striano 2004; Mortari, Saiani 2013). Fare questo, dunque, significa predisporre unâapertura metodologica capace di comprendere quellâampio ventaglio di discipline che si occupano, a vario titolo, dellâeducazione e che rientrano nelle cosiddette scienze dellâeducazione. Insomma, che si tratti di comporre nellâambito della riflessione pedagogica materiali di origine diversa, di integrare tra loro diversi apporti disciplinari in una valenza specificamente pedagogica, o di collocare la pedagogia allâinterno di nuove forme tecnologiche di sperimentazione didattica (de Mennato, Formiconi, Orefice, Ferro Allodola 2013; Gallelli, Annacontini 2012; Rivoltella 2012), tutti questi autori concordano nel recuperare la valenza interdisciplinare come presupposto fondamentale della pedagogia.
Chiarito dunque il problema, non certo nella sua complessitĂ e articolazione, in termini dâimpostazione strutturale del discorso pedagogico, ora è necessario definire altre questioni.
La prima riguarda la chiarificazione dei termini teorici e delle metodologie di analisi necessarie per instaurare il rapporto pedagogia/altre discipline a piĂš livelli (multidisciplinare, pluridisciplinare, interdisciplinare, transdisciplinare).
Se la dimensione disciplinare dellâapproccio al problema della ricerca educativa, infatti, partendo e muovendosi allâinterno del discorso pedagogico, coinvolge come abbiamo detto altri ambiti disciplinari, è necessario che anche una âtipologiaâ teorica della stessa ricerca conservi tale matrice; inoltre, gli stessi âlivelliâ teorici di analisi vanno individuati rispettando tale conformitĂ , e tenendo presente anche i possibili spessori di articolazione della ricerca (come giĂ anticipato nelle pagine precedenti).
La tipologia cui si fa riferimento in questo caso è necessariamente per rapporti disciplinari, dato che la pedagogia, per ricercare un suo ruolo e una sua identità disciplinare, si colloca essa stessa in tale dimensione. Si raggiunge cosÏ, sul piano pedagogico, una ricerca educativa che diventa bio-pedagogica, antropo-pedagogica, psico-pedagogica ecc.
Tenendo inoltre presente che tale tipologia è solo un modello formale di lavoro, appare chiaro non solo che una stessa ricerca educativa possa esprimere uno o piĂš tipi di ricerca (ad esempio antropo-culturale e storico-Âfilosofica), ma soprattutto che tale schema costituisce un punto di riferimento per il lavoro di analisi e di sistemazione teorica dei dati dâindagine, e non rappresenta un criterio di riferimento concreto nellâorganizzazione di tale indagine. Questa, infatti, proprio perchĂŠ deve confrontarsi con la realtĂ educativa nel suo divenire (che non si sviluppa per ambiti disciplinari, ma per problemi relativi allâorganizzazione del lavoro educativo) ha bisogno di un altro genere di tipologia, costruito a partire non con il criterio della coerenza formale del discorso pedagogico, ma con quello della strutturazione effettiva degli interventi nel settore dellâeducazione.
Si tratta insomma, rispetto a quanto qui si sta discutendo, di una tipologia costruita sul piano empirico che non ha nessuna pretesa di âcoerenza razionaleâ se non quella derivante dallâanalisi dellâattuale organizzazione sociale dei fatti educativi.
Da quanto detto, si può ritenere che le due tipologie di ricerca evidenziate (per ambiti disciplinari e per problemi empirici), anche se hanno finalitĂ e criteri diversi, costituiscono due versanti non staccati ma integrati di un unico discorso: è cioè possibile risalire dai tipi della prima tipologia a quelli della seconda, e viceversa, nel senso che il luogo di verifica della tipologia teorica è individuabile allâinterno della seconda, cosĂŹ come i supporti empirici della credibilitĂ delle teorie stesse sono riscontrabili attraverso questa seconda tipologia di ordine pratico. Esiste cioè una linea continua, sul piano metodologico dellâanalisi della ricerca educativa, che unisce in un movimento di andata e ritorno la teoria e la pratica, i modelli e la empiria.
Ed eccoci dunque giunti alla seconda questione da definire. Essa chiama direttamente in causa i contributi che la stessa ricerca educativa condotta da vari operatori, sia in sede teorica che di lavoro sul campo, ha potuto offrire per ridefinire la stessa pedagogia come ricerca educativa di tipo interdisciplinare.
Se si riprende quanto anticipato nel paragrafo precedente, si può ora arrivare alla conclusione che la relazione ricercatore-operatore è pienamente giustificata e si realizza, nella...
Table of contents
- Presentazione
- Introduzione
- Relazioni pedagogiche
- Bibliografia
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