Diario epistolare a Corrado Pavolini
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Diario epistolare a Corrado Pavolini

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Diario epistolare a Corrado Pavolini

About this book

Vulcano, 1964. Dopo un incontro a Cortona, la poetessa e scrittrice messinese Helle Busacca intraprende la stesura di un Diario epistolare dedicato a Corrado Pavolini, noto intellettuale e regista di origini toscane di cui è innamorata da più di vent'anni. Ciò a cui dà vita attraverso le pagine sinora inedite dedicate a una "storia senza storia" è un incandescente teatro del sé, in cui drammatizzazione dell'esperienza personale, elaborazione autorappresentativa ed espressione di un'interiorità viva e inquieta si fondono in un amalgama dai caratteri fortemente ibridi, veicolato da una dirompente forza comunicativa. Mentre l'interlocutore disperatamente inseguito si fa sempre più evanescente e irraggiungibile emerge inconfondibile, fra confessione e rivendicazione, la voce di una moderna eroina tragica. Serena Manfrida è dottore di ricerca in Lingue e Culture del Mediterraneo. Scrittrice e studiosa, si occupa da tempo di autobiografia e di scrittura del sé femminile. All'autrice messinese ha già dedicato la monografia Helle Busacca. La scala ripida verso le stelle (2010) e il saggio Helle Busacca: furore e assoluto (2011).

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Diario epistolare a Pavolini*
Helle Busacca
I
Ora che ho davanti il mare squassato dallo scirocco, e per essere scirocco è ben freddo e ho le mani gelate, e il sangue e l’anima gelati, perché sono passati venti giorni, e ti ho scritto due volte, e tu non mi hai mandato una parola, ed è stato sempre così …
Una volta dicesti alla mia amica Rina1 che io mi facevo delle illusioni, e che le cose che avevi detto a me sono quelle che si dicono a tutte le donne... mi domando se è così ... e qui non fa che piovere, un giorno di sole caldissimo, poi vento gelato, nuvole, vento che infuria, e non c’è modo di scaldarsi; aspettare che passi, e sono venuta qui a cercare il sole, e stamattina volevo dipingere per te i miei angeli2, ma quando uno ha freddo dentro non riesce a far niente, così ho strappato tutto; penso, lo penso da tanto, che devo raccontarti la tua storia, ti racconto sempre tante cose, mentre questi tedeschi, nella sala da pranzo, pare che a Vulcano non vengano che tedeschi, o svizzeri che parlano tedesco, parlano e ridono e parlano, allora io continuo a parlare con te... e non ti posso scrivere, non ho mai potuto scriverti3... tua moglie parlava dei viaggi che ha fatto con te; ti puoi immaginare che cosa sia, per tutta la vita, una condanna a parlare con qualcuno che non c’è, una solitudine come la mia?
E in tutto, così, solo il silenzio, che ti sbatteresti la testa nel muro? Silenzio a tutto ciò che sognavi.
Qui la figlia dell’albergatore è abbonata a una collana di libri più o meno famosi stampati dagli Editori Riuniti e così per ingannare il tempo me ne sono fatti rifilare una ventina; dalle Affinità elettive a Goethe, a Cassola... e li ho letti, e ne ho cavato solo una noia insondabile, non mi dicono nulla, non aiutano a vivere, non hanno niente da dire, eppure li hanno stampati, e in tutte le lingue. Quello che scrivo io, io sono convinta che vale, che è più bello, perché, no? Un mio amico scultore mi ha detto che forse proprio questo silenzio è la prova che solo io ho ragione; che serve aver ragione, che serve averti amato?
E quando vengo a vederti, e vengo per vedere te, tu mi dici: «Vieni da me quando ti va male qualche storia»; e che ti ho detto di no, e che non sapevi dove fossi, Corrado; quando son stata a Roma dei mesi aspettando che tu almeno telefonassi, ero lì, e tu non facesti nemmeno una telefonata. E quando ero a Milano, e sapevi il mio indirizzo, e tu eri lì, avevi sempre qualche altra donna di cui occuparti, […] credi che non lo sappia?
Ma io non ho mai fatto caso delle donne che avevi; tu, e non una volta, mi hai rimproverato che avessi qualcuno, e ora salta fuori che vengo da te quando mi va male qualcosa. E che io ti ho detto di no; ma confessa a te stesso che tu, sempre, hai detto di no, e mi hai lasciata sola.
Mi dici «Io non posso essere un punto di appoggio», ma io non ti ho mai chiesto di sposarmi, né di lasciare tua moglie per me; ti ho chiesto di tenermi insieme; sei tu che sempre hai detto no.
E devi aver pensato che non ti amassi, quando non ti ho trattenuto o quando ci siamo visti a Firenze. Una volta che sei venuto a Milano e avevo ospite […] a sentirlo girar la chiave, mi hai guardata e hai detto: «E adesso?» sottintendendo che io fossi la sua amante; l’amante dell’uomo di una mia amica! O come se io non potessi stare senza un uomo, le vostre donne può darsi; io è tutta la vita che ci sto.
Forse perché sono “fredda”, comunque, perché non sono una bestia; e, non essendo una bestia, nessun uomo mi poteva soddisfare, far sentire quello che volevo; io non sento col corpo. Certo, gli animali sentono solo col corpo, non hanno altro, si dice; ma io ho sempre detestato, odiato di essere un animale, era come se dessi il mio cadavere; pensi che un cadavere possa sentire? Certo, non coscientemente; ma non ha importanza; e tu ora mi dici: «È possibile, con tanti uomini che hai avuti, che non abbia provato con nessuno …?».
No, è una maledetta verginità che mi son portata dietro; e ogni volta pensavo che avrei potuto spenderla, e non ho potuto mai: perché dovevo credere di essere amata, e di essere amata non l’ho mai creduto. O dovevo essere io ad amare; ma nei momenti che ero convinta di amare, l’altro stava incapricciato di una delle vostre sensibilissime e fragilissime bestie; e quando tornava da me, allora a me era passata.
Vista in prospettiva, la mia storia è molto semplice, ed è tutta un fallimento. Non so se non avessi incontrato te come sarebbe stata; non so immaginarlo; a volte ho pensato che non avrei avuto niente se non avessi incontrato te; a volte che sia stata una enorme maledizione. Non lo saprò mai.
Ti ho incontrato che avevo ventiquattro anni4, e non avevo in mente che la poesia e la gloria, ed ero sola. Più che qualche bacio, che mi aveva solo disgustata, non avevo provato. E vidi te e ti amai subito, come si ama il sole. Ma nessuno pensa di afferrare il sole, mi bastava che tu ci fossi, passai, mi ricordo, da ottobre a marzo, in adorazione della tua esistenza, felice che tu ci fossi, non entrava un minimo impulso di desiderio in questo, non potevo nemmeno sognare che tu mi baciassi, che tu fossi un uomo. Per me eri un dio, se si fosse sicuri che Dio c’è, si sarebbe felici. Che tu ti accorgessi di me, non mi veniva in mente, mi sembrava che tu fossi le cose più splendenti del mondo, ti adoravo, e avrei continuato ad adorarti, mi sentivo così niente di fronte a te. Eri come un cielo perfettamente azzurro, cosa si può fare se non essere felici, se il cielo è azzurro? Ed è tutto nostro. Non c’è niente da conquistare, e non esiste un limite.
Tu qualche volta mi scrivesti, mi chiamavi “cara amica”, e mi parlasti di tua madre; ero felice, non c’era nulla da desiderare altro. Che io potessi dare qualcosa, aver qualcosa da darti, era assolutamente inconcepibile, ma tutto quello che avessi fatto, se mai avrei fatto qualcosa, era tuo, come il Beato Angelico quando dipingeva.
Poi, ti scrissi una lettera, e tu mi rispondesti; temevo che tua madre stesse male, e ne avevo pena per te. Tu rispondesti con un’altra lettera5, che era una lettera d’amore. Oh, appena detto, ma avevi il dono di sottintendere quello che non dicevi, come se tra le parole tu ci rovesciassi lava fusa; e io la lessi in un banco dell’università, mentre sentivo una lezione di filosofia, e fu come se un vulcano si fosse aperto ai miei piedi e mi avesse afferrata. Dicevi che non dovevi, che non volevi darmi dolore, che dovevi reprimere un sentimento se fosse nato in te... ma io ero tua, e se era incomprensibile che tu mi volessi bene, però era altrettanto incomprensibile che tu di una cosa tua non facessi quel che volevi; e la volevi, e se la volevi, perché non dovevi prendertela? Non ci sono sfumature, drammi, problemi, fatti morali, in una situazione così, per una persona che si sentiva di una sola materia; non c’erano schemi, ricordi, fra me e te; dicono i mistici che se Dio chiama, uno va.
Ero tanto limpida che non occorreva che tu dicessi di più: i miracoli che ho inventati nel libro che non ti piace6 (e anche per questo, pazienza) io li vivevo. Quando mi scrivesti, vedevo la tua mano scrivere la lettera: allora aspettavo posta: anche questo, non coscientemente; ma la tua lettera arrivava; non c’era spazio fra me e te; non potevo non sentirmi, a leggere quella lettera, spezzare i polsi e accecare gli occhi e le orecchie diventar sorde, e accendermi e bruciare di colpo, mentre un momento prima era ancora io.
Ma con questo tu mi buttavi lontano, io e te, ostacoli, dovere o no, meritare o no; ciò non faceva parte del mio mondo; avevi sete? Io potevo darti da bere? Benché sia assurdo che un dio abbia sete, benché sia niente quel che io gli posso dare, mi sarei tagliata le vene per farti bere. Era così semplice. E invece no. Tu dicevi no: non capivo: non l’ho mai capito.
Così tu mi gettasti in un inferno, mi avevi svegliata e non potevo più addormentarmi, volevo scriverti, ma non sapevo che cosa, poi mi scrivesti ancora invitandomi a cena fra poco, e io ero imbarazzatissima, perché ero tremendamente timida, e mi chiedevo come avrei fatto, oh, non a parlare, ma a sedere a tavola con te; e tuttavia mi sembrava troppo bello perché fosse; e difatti tu riscrivesti per rimandare: ma io non credetti che non potevi: lessi che non volevi vedermi.
E se non volevi, era perché in fondo non avevo niente di speciale; cos’ero io?
Nemmeno bella; il mio ideale era la Venere di Giorgione, o Nefertiti; cosa potessi tu vedere in me non potevo vedere; tutto il mio dolore era di non avere da offrirti niente, il mio corpo non mi piaceva, l’ho sempre odiato; la materia mi fa schifo; se fossi stata bella, allora ti avrei cercato, ma così, e per di più innamorata; roba da diventar blu di vergogna.
Ma io non discutevo se non volevi vedermi; potevo essere infelicissima, ma non avendo niente da darti, e se tu pensavi così, o se avevi delle strane idee, per me marziane, in testa, pazienza. Ma avevo troppo sofferto tra un invito e una lettera d’amore e un aspettato e non creduto «rimandiamo», per sopportare un’altra attesa; e quando seppi che tornavi a Milano, per non aspettar nulla, me ne andai in riviera, al mare. Era luglio.
E lì trovai tanti oleandri, tanti fiori, tutto era così bello, sarebbe stato così bello che tu lo vedessi che dovevo regalartelo, così ti scrissi, perché non sopportavo che tutta quella bellezza tu non l’avessi.
E tu rispondesti con una lettera che fu come pugnalarmi con mille lame incandescenti7; non era la ferita, era il calore, che mi dava la pazzia. Dicevi «Come si fa a comandarsi di non desiderare?». E mi pregavi di silenzio e di dover ritrovare per me un sentimento “puro”. E per me era tutto più marziano che mai, perché non sono cattolica, non sono cristiana, non sono che io, non sapevo di virtù dato che non sapevo di vizio, e come potesse non esser puro l’amore non lo capii allora, non lo capirò mai. Soffrivi perché mi volevi? Ma era la cosa più mostruosa e pazzesca del mondo: se io ero per te!
E, vedi, Corrado, tu avevi un’esperienza, e io solo ora posso pensare malignamente, no, per pura psicologia […] che forse anche tu inconsciamente sapevi benissimo l’effetto che mi avrebbero fatto le tue parole; e se io ti amavo, e se sentivo quel che sentivi tu, se fossi stata moderna, se non fossi stata un diamante senza scorie, se avessi tenuto alla mia felicità invece che alla tua pace, avrei preso il primo treno e mi sarei precipitata a Milano, o a cercarti, comunque; e chissà che non l’avrei fatto, ma […] dove potevo cercarti? E sapevo che tu avevi moglie. Così dovevo obbedire, tu comandavi di non scriverti, tu dicevi che soffrivi, come potevo discutere quello che tu volevi? Era insensato, sbagliato, inutile, diabolico – lo è stato, e per sempre – ma io non sapevo proprio che cosa, di me, potesse piacerti, e in fondo voleva dire che potevi farne a meno; tu avevi “moglie e figli”; avevi tante cose, a me avevi portato via la pace, la serenità, l’adorarti senza chiedere, la possibilità di scriverti e di saperti, così, vicino a me, ero io povera e non tu.
Ero io che impazzivo dalla voglia di disfarmi per darti tutto quello che «desideravi»; di essere un rogo che tu bruciassi fino al niente, se ti piaceva. E che non capivo più niente; mi misi a scrivere un diario per non morire, visto che non potevo scriverti, ma non serviva, allora ti scrissi, perché soffocavo, e mi scappò detta una frase che non avrei detta e non direi nemmeno se mi spezzettassero con le tenaglie, che forse ti avrei chiesto «pietà di amarmi un poco per non farmi morire». E appena l’ebbi spedita, diventavo di tutti i colori, perché nel mio mondo non esistevano parole come dovere o purezza, ma dignità e orgoglio e coraggio, e controllo, e compostezza, sì, e non perdonavo nemmeno a te di esserci venuta meno. E cominciai a discutere con te, poiché dall’essere mi avevi portato all’esistere, a criticarti, e ironizzarti, te, e la virtù, la purezza, la morale, il diritto, il dovere, e tutto ciò che tua moglie chiama «patriarcale»8.
Ma pur pensando che non ti cercavo perché non ero bella, ero sicura che tu non potevi cancellarmi da te; così continuavo a parlare e scrivere e vivere con te, e per te. Pensavo che ti sarebbe passata, e ti avrei ritrovato, e avrei potuto ricominciare ad adorarti.
Così passò un anno, e tu eri a Milano e ti chiesi di vederti; mi ricevesti facendomi delle prediche letterarie, forse per imbarazzo, forse per mantenere le distanze? Io pensai questo, mi gelai; e, intanto, tu avevi tante ombre intorno agli occhi, eri come fanè: parlavi del tanto lavoro […]; non me ne intendevo; me la presi con tua moglie, che ti faceva lavorare come un bue; la odiavo; eri stanco; avrei voluto farti riposare, prenderti fra le braccia e accarezzarti, e farti dimenticare tutto, non so come, non ne sapevo niente dell’amore, se non che ti amavo, e così te lo scrissi. E ti mandai la lettera, perché mi avevi detto che tua moglie era a Roma.
Forse, può darsi, quella lettera era un urlo: ma di sofferenza per te. La risposta fu di una tale durezza che prendermi a schiaffi era nulla. Dicevi che non dovevo scriverti cose che non potevi ricevere; che la nostra corrispondenza non doveva essere altro che la normale corrispondenza fra letterati […].
Scusa, ma vedi cosa vuol dire essere abituati male […], per me non esiste la morale, ma esiste un’intangibilità interiore; e così, ogni volta, me ne sono andata. Forse tu non lo pensavi, ma uno si offende per quello che sa di essere.
Vorrei che tu capissi perché la mia vita è stata tutta sprecata, buttata via, di nessuno, perché non è stata tua, ma è favoloso che ora mi senta dire che io ti ho ...

Table of contents

  1. Premessa
  2. Introduzione
  3. Diario epistolare a Pavolini*
  4. Cenni biografici su Corrado Pavolini
  5. Fonti e bibliografia