"Oggi Socrate mi chiederebbe, ci chiederebbe: Cos'è la guerra umanitaria? Cos'è il terrorismo? Cos'è la politica? Cos'è il giudizio? PerchÊ sento questo senso di impotenza?". Attraverso l'idea del non-luogo del caffÊ e della vicenda di Socrate, la vita e l'interrogarsi di Hannah Arendt. Sullo sfondo, i drammi contemporanei della guerra e della propaganda, della cattiva coscienza.

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Ethics & Moral PhilosophySocrate al caffĂŠ
Socrate al caffè? Socrate, Il Filosofo, girava per la cittĂ , brutto, ironico, inquietante. Fu condannato a morte perchĂŠ insinuava il dubbio. Con lui i giovani non rispettavano piĂš le sacre tradizioni, i miti della cittĂ e le illusioni della democrazia. Ma cosa faceva Socrate? Chiedeva le definizioni, insegniamo a scuola. Ma cosa sono le definizioni? Socrate chiedeva: cosâè la virtĂš? alla risposta, quella che tutti daremmo, diciamo quella che va per la maggiore - generica, banale, scontata, ragionevole e piena di buon senso - Socrate incalzava, ironizzava, demoliva, ampliava e restringeva il discorso, prendeva in giro e accompagnava per mano lâinterlocutore. Fino a dove? Fino al luogo della consapevolezza, quando la risposta non fosse piĂš quella dei piĂš. Socrate non dĂ le definizioni, non scrive, aveva paura che il concreto, lâesperienza potesse rimettere in discussione tutto. E allora occorreva ricominciare. Il nome di Socrate è legato alla famosa massima "conosci te stesso". Il richiamo a conoscere se stessi non è un richiamo allâinterioritĂ . Conosci te stesso significa parti da te per giudicare, per conoscere, rifletti, pensa con la tua testa e il tuo cuore. Il caffè è il luogo per eccellenza della chiacchiera inutile. Lâaccostamento a Socrate è invito a immaginare la distanza tra la piazza, lâagorĂ di Atene, e il caffè, in cui, rispetto alla piazza della cittĂ -stato, manca assolutamente il contatto con la cittĂ e i suoi problemi, manca un potere di decisione, per cui la chiacchiera diventa fine a se stessa. "Chiacchiere da bar" diciamo, a indicare il piĂš basso livello delle discussioni. Metti però Socrate in questa specie di non-luogo - lâantropologo Marc AugĂŠ definisce cosĂŹ i luoghi privi di storia e di identitĂ , sede dellâanonimato, come gli aeroporti e i supermercati - o meglio ancora, immaginalo in un luogo della cittĂ - la proposta dei circoli filosofici cittadini - in cui si riuniscono piĂš di due persone per parlare, discutere. Non quindi la filosofia dellâaccademia e degli addetti ai lavori, ma la filosofia come indagine e amore per la polis, per la politica. Lâidea è quella di un "nuovo" prendersi carico dei problemi da parte dei cittadini. Ma questo pone altri problemi: chi sono i cittadini? Hanno un potere di decisione? In quali ambiti? (Io mi pongo il problema di cosa farò oggi pomeriggio se posso decidere cosa farò oggi pomeriggio; se non ho un potere di decisione semplicemente me ne frego, attendo che qualcuno mi dica cosa devo fare). Ho paura che su molte questioni, nella societĂ complessa in cui viviamo, noi abbiamo un potere di decisione molto limitato. Anche perchĂŠ abbiamo, per varie ragioni, smesso lâabito della critica, della riflessione (o non lâabbiamo mai avuto?). Cosa chiederebbe oggi Socrate ai suoi interlocutori? Quando ho fatto questa domanda ai miei alunni dapprima hanno detto la pace, poi, sottovoce, poichĂŠ io ho chiesto cosa veramente pensassero che interessava oggi, qualcuno ha detto il sesso. Sono entrambe risposte indicative del potere di decisione di cui parlavo prima. La pace è stata indicata perchĂŠ era quello che si aspettavano io volessi, il sesso era il campo sul quale volevano sapere qualcosa di piĂš, almeno fino a quando non si sono resi conto che la guerra, presentata dai mass-media, soprattutto allâinizio, in maniera cosĂŹ asettica e lontana, è in realtĂ molto vicina. E forse merita che cerchiamo di capire se ci resta un margine di potere di decisione in questo campo. Oggi Socrate mi chiederebbe, ci chiederebbe: Cosâè la guerra umanitaria? Cosâè il terrorismo? Cosâè la politica? Cosâè il giudizio? PerchĂŠ sento questo senso di impotenza? O almeno questo è quello che io mi sono chiesta negli ultimi mesi. Non ho gli strumenti per affrontare un discorso di questo genere, nĂŠ è questo il tema del nostro incontro. Però spesso, negli ultimi mesi, riflettendo su queste domande, e poi anche sul tema di questa sera, mi è venuto in mente uno scritto di Hannah Arendt, filosofa, o meglio pensatrice della politica, come preferiva definirsi. Un testo che ritengo interessante sia per chiarire il senso dellâincontro di questa sera, sia per proporre un tema possibile per una riflessione non accademica: il giudizio. PerchĂŠ Hannah Arendt e perchĂŠ un suo testo lo anticipo con le parole di Laura Boella, che ha dedicato ad Hannah Arendt - e ad altre filosofe - un libro dal titolo Cuori pensanti.
"Hannah Arendt parla intensamente alle nostre societĂ deluse dalla politica, in quanto richiama a unâidea di potere come capacitĂ di iniziativa, non titolaritĂ di un ruolo o di unâautoritĂ per disporre dei destini altrui. E richiama anche a unâidea della politica che è dimensione esistenziale, attraversa ogni forma di attivitĂ e di esperienza, non è tecnica di governo, ma arte e piacere di stare insieme, di scambiare idee e parole".
Nata nel 1906, morta nel 1975, ebrea tedesca, allieva di Heidegger e di Jaspers , Hannah Arendt ha come orizzonte di pensiero il periodo tra le due guerre, il nazismo e il totalitarismo. Occorre tenerne conto, come e piĂš che per altri pensatori, perchĂŠ il suo pensiero cresce sulle cose, sui problemi, sugli eventi drammatici fra le due guerre. La questione ebraica, il nazismo, il totalitarismo, la societĂ di massa, la libertĂ , lâagire politico, lâidentitĂ , la differenza. Sono le sue esperienze, la sua vicenda esistenziale - soprattutto lâesperienza dello sradicamento - che diventano problema filosofico. Il risultato della sua riflessione è la comprensione forse piĂš acuta di questi fenomeni della storia del nostro secolo. Nel 1933, con lâascesa al potere di Hitler è costretta a lasciare la Germania e a emigrare in Francia. Arrestata nella primavera del 1940 per la sua attivitĂ a sostegno delle comunitĂ ebraiche, riesce a fuggire e a rifugiarsi negli Stati Uniti, ottenendone la cittadinanza. Qui insegna filosofia della politica alla "New School for Social research" di New York. Nel 1961 fu inviata dal periodico "The New Yorker" a Gerusalemme per seguire e commentare il processo a Adolf Eichmann, il gerarca nazista responsabile dellâolocausto e catturato dal Mossad in Sud America dove si era nascosto. Queste cronache, poi raccolte in un volume che in Italia è stato tradotto nel 1964 col titolo La banalitĂ del male. Eichmann in Gerusalemme, da Feltrinelli, suscitarono una polemica, nata soprattutto, dice Arendt, da fraintendimenti, come spesso accade (il concetto di banalitĂ del male, rimasto a indicare lâorrore dei campi di sterminio nazisti, subĂŹ una varietĂ di interpretazioni). Su queste cronache, e sul dibattito che suscitarono, nel 1964 Arendt scrive La responsabilitĂ personale sotto la dittatura, che è il testo di cui prima dicevamo.
Non intendo in questo modo fare paragoni tra i fatti sui quali oggi proviamo a riflettere e quelli sui quali rifletteva Arendt. Niente di piĂš lontano da unâarendtiana convinta del valore dellâesperienza particolare e della necessitĂ di un giudizio che nasce dalle cose e non applica pedissequamente norme e principi generali. Credo però che alcune questioni che il testo solleva ci possano essere utili. Utili soprattutto a tener desta lâattenzione sui rischi sempre in agguato per la societĂ di massa in cui viviamo.
Il testo dunque. Arendt segue il processo al criminale nazista Eichmann (sarĂ poi condannato a morte dal tribunale israeliano). Quello che la colpisce, e che spinge la sua...
Table of contents
- Socrate al caffĂŠ / di Pina La Villa
- Nota editoriale
- Socrate al caffĂŠ
- Riflettere sullâOlocausto insieme ad Hannah Arendt
- Bibliografia
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