Self caring e filantropia
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I lavori dell'Innovation Lab 'Self Caring and Philanthropy' prendono idealmente il seguito di quelli della Commissione sul Passaggio Generazionale nel 2008 con la pubblicazione del libro Il passaggio generazionale tra desiderio e responsabilità. Gli strumenti e le implicazioni psicologiche.
In quella sede erano state analizzate le criticità e gli strumenti utilizzabili per un'efficace gestione del trasferimento ai propri discendenti dell'azienda e/o del Patrimonio di Famiglia.
Una volta conclusa tale analisi ci era sorta quasi spontanea un'altra domanda: e se non ci fossero discendenti a cui trasferire il Patrimonio?
Proprio le riflessioni scaturite da tale quesito sono all'origine del presente lavoro che si sono ben presto articolate in due preposizioni:
1. Se non ci sono familiari a cui si può/vuole trasferire il Patrimonio per definizione si è soli, e quindi senza alcun parente su cui contare per essere assistiti nel caso di perdita di autonomia fisica o mentale.
Che soluzioni possono essere individuate per gestire questo problema (da qui il filone di studi sul Self Caring);
2. Quale sarà la destinazione finale di questo Patrimonio? Ricordiamo che stiamo parlando di soggetti che non hanno familiari a cui possono o vogliono trasferire il Patrimonio, ai quali, da un lato non siano applicabili gli artt. 536 e seguenti c.c. (Legittimari), e dall'altro, che non si ritengano soddisfatti delle disposizioni in materia di successione 'legittima' previste dagli art 565 e seguenti c.c.
Nel caso il destinatario del patrimonio mortis causa sia una persona fisica o giuridica beneficiata per propri motivi dal de cuius, nulla questio.
Nel caso, invece, si volesse destinare il Patrimonio a fini caritatevoli ecco appunto materializzarsi il filone di Studi sulla filantropia. Tratto dal capitolo introduttivo

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di Alessandro Rosina
Viviamo sempre più a lungo e quindi sempre più persone entrano nella fase della vita anziana. La soglia anagrafica di ingresso è convenzionalmente fissata a 65 anni. È infatti comune dopo tale età non avere più il peso più stringente degli impegni di lavoro e delle responsabilità familiari verso figli minorenni che caratterizzano la fase piena dell’età adulta. L’uscita da tale condizione non corrisponde ad uno specifico evento che accade per tutti allo stesso modo e alla stessa età, va piuttosto, e sempre più, considerata un processo che si realizza progressivamente lungo una parte sempre più rilevante del corso di vita. Il pensionamento è senz’altro una tappa chiave all’interno di tale processo, ma sempre meno corrisponde a una discontinuità netta tra un prima e un dopo. Inoltre tale età tende a diventare sempre più una soglia flessibile, che può essere anticipata o posticipata all’interno di una finestra sempre più ampia, oltre che variare da una generazione alla successiva in funzione dell’allungamento della durata media di vita.
Per la costruzione di indicatori utili per rappresentare le trasformazioni demografiche viene comunque convenzionalmente utilizzato il limite dei 65 anni. In Italia le persone che hanno compiuto e superato tale età sono attualmente oltre 12 milioni (12,3 milioni) e corrispondono a oltre il 20 per cento della popolazione. Tale valore è fortemente cresciuto negli ultimi decenni e risulta essere uno dei più elevati in Europa e nel pianeta (Golini, Rosina 2011).
L’invecchiamento è in ogni caso un fenomeno globale, che interessa tutti i paesi che sperimentano un miglioramento progressivo delle condizioni di sopravvivenza e una riduzione della fecondità. Nell’Europa preindustriale, anche evitando gli elevatissimi rischi di morte infantili, era poco comune arrivare a superare i 65 anni e ci si arrivava spesso in condizioni di salute molto precarie. Il sistema demografico era molto dispersivo. È stato definito disordinato e inefficiente. Disordinato perché era elevata la probabilità che i figli morissero prima dei genitori, sovvertendo l’ordine naturale del succedersi delle generazioni. Inefficiente perché una generazione di genitori doveva produrre una quantità di figli pari ad oltre il doppio della propria consistenza numerica per farne arrivare in età adulta una quantità non inferiore alla propria. Un sistema disordinato ed inefficiente, quindi, ma con un proprio ben consolidato e definito equilibrio (Livi Bacci 2005).
L’uscita da tale regime corrisponde al cambiamento, che va sotto il nome di «Transizione demografica» (Micheli 2011), realizzata nell’ultimo secolo e mezzo della storia dell’uomo. Al momento dell’Unità d’Italia la fecondità era ancora attorno ai cinque figli per donna e la durata media di vita arrivava a malapena ai 32 anni. La piramide demografica aveva quindi una base larga, per la presenza di molti bambini e giovani, e un vertice molto stretto, a causa degli elevati rischi di morte lungo tutto il corso di vita che frenavano la probabilità che in molti arrivassero al traguardo dei sessanta anni e oltre. Ora nascono molti meno figli, ma si trovano anche di fronte, grazie agli eccezionali progressi ottenuti nella sopravvivenza, a prospettive quasi certe di attraversare incolumi le fas...

Table of contents

  1. Ringraziamenti
  2. Parte introduttiva generale con la descrizione e l’analisi degli scenari da un punto di vista socio-economico e demografico
  3. I principali strumenti
  4. I modelli operativi e gli aspetti giuridici, fiscali e assicurativi

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