Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini
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Modernizzazione senza sviluppo. Il capitalismo secondo Pasolini

About this book

Nessun intellettuale del dopoguerra ha una presenza vivida come la sua. L'eredità di Pier Paolo Pasolini è, prima di ogni altra cosa, un'eredità intellettuale, critica, polemica, militante.
Lucido e implacabile, il suo sguardo si posa sull'Italia del boom economico e dell'industrializzazione feroce, teatro del più nefasto e irreversibile "genocidio" culturale e sociale, oltreché simbolico: il frenetico processo di modernizzazione massificante che ha nella televisione, nella presunta liberalizzazione dei costumi e nell'imposizione del modello piccolo-borghese i suoi mezzi più perversi e mistificanti. Una modernizzazione senza sviluppo, senza più intellettuali a guidarla, senza più popolo, ideologie e identità assume, agli occhi dell'utopista ormai disincantato, i tratti di un'orrenda "nuova preistoria", l'arido tempo dell'alienazione, delle stragi, del consumismo, materiale ed emozionale, dell'industria culturale, dell'uniformazione linguistica e spirituale. Alla memoria di quel polemista inattuale, impopolare e straordinariamente profetico che Pasolini seppe essere, e al suo retaggio oggi più che mai vivo, è dedicato questo libro.

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L’immagine della struttura sociale

1.1 La metamorfosi del sottoproletariato romano

«Accattone può essere visto anche, in laboratorio, come il prelievo di un modo di vita, cioè di una cultura. Se visto così può essere un fenomeno interessante per un ricercatore, ma è un fenomeno tragico per chi ne è direttamente interessato: per esempio per me, che ne sono l’autore.»[1] Così scrive Pasolini sul “Corriere della Sera”, meno di un mese prima della morte, riferendosi al suo primo film girato tra il 1960 e il 1961.
L’analisi della struttura sociale, che Pasolini compie nei suoi romanzi ma che è certamente più visibile nei suoi film, è attuata tramite un continuo lavoro antropologico – come vedremo in dettaglio nel capitolo 2 –, approfondito grazie a una vita spesa con i personaggi delle sue sceneggiature e dei suoi racconti. Pasolini riesce a dare forma alla trasformazione sociale che ha luogo in Italia tra gli anni Sessanta e Settanta percependone i fattori di cambiamento più significativi, che possono essere identificati in un generale mutamento di mentalità, studiato e descritto a partire dalle borgate romane. Nel saggio sopra citato sul film Accattone il poeta inquadra la cultura del sottoproletariato come secolare e ne coglie il tratto distintivo nel trasferimento dalle campagne alla città. Tale spostamento, che aveva dato luogo a un processo di ruralizzazione della città stessa, aveva portato però, nel tempo, a una rottura antropologica. Scrive infatti Pasolini:
Se io oggi volessi rigirare Accattone, non potrei più farlo. Non troverei più un solo giovane che fosse nel suo “corpo” neanche lontanamente simile ai giovani che hanno rappresentato se stessi in Accattone. Non troverei più un solo giovane che sapesse dire, con quella voce, quelle battute.[2]
Il lavoro di Pasolini, proprio perché di natura antropologica, si focalizza sui simboli e sui meccanismi della comunicazione simbolica, tra cui l’espressività dei gesti, delle parole e dei comportamenti. In questo senso il poeta si concentra, specialmente durante la giovinezza, nello studio dei dialetti e della trasformazione linguistica.
Ciò da cui è incuriosito è la raccolta di storie di vita quotidiana, frammenti di esperienze del sottoproletariato romano a cui darà voce nei romanzi degli anni Cinquanta. Pasolini può essere paragonato, in questo senso, a un altro grande interprete della trasformazione avvenuta negli anni Sessanta, Danilo Montaldi, autore di Autobiografie della leggera, che intarsia storie di vita con le mutazioni sociali dei proletari e dei sottoproletari del Cremonese. Anche nelle inchieste di Montaldi si trova ben descritto il processo transitorio dalla civiltà contadina a quella industriale, ma il suo occhio è certamente più distaccato rispetto a quello pasoliniano, privo della nostalgia per il mondo contadino che caratterizza il poeta.
Nella sua indagine all’interno del sottoproletariato romano, Pasolini si sofferma soprattutto sugli aspetti marginali, ossia su tutte quelle espressioni poco studiate e poco considerate, dallo stile di vita al comportamento, dal linguaggio del corpo all’abbigliamento stesso; tematiche, queste, che sono emerse solo in studi sociologici recenti, mentre nei primi anni Sessanta costituivano per lo più uno spunto polemico nei confronti della macchina capitalistica.
Pasolini individua, collocandola a metà degli anni Settanta, la nascita di un disciplinamento culturale che viene imposto sugli stili di vita propri dei sottoproletari romani.
I personaggi di Accattone erano tutti ladri o magnaccia. Si trattava di un film sulla malavita. Naturalmente c’era anche, intorno, il mondo della gente di borgata, implicata, sia pure, nell’omertà della malavita, ma, infine, normalmente lavoratrice [...]. Ma, in quanto autore, e in quanto cittadino italiano, io nel film non esprimevo affatto un giudizio negativo su quei personaggi della malavita: tutti i loro difetti mi sembravano difetti umani, perdonabili, oltre che, socialmente, perfettamente giustificabili. I difetti degli uomini che rispondono ad una scala di valori “altra” rispetto a quella borghese: e cioè “se stessi” in modo assoluto.[3]
Quello che gli interessa, in questo film, non è tanto un giudizio morale, che naturalmente lo porterebbe a condannare il malavitoso, quanto il drammatico cambiamento dello stile di vita nelle borgate: Franco Citti, in Accattone, è l’emblema di un mondo ormai scomparso, che in dieci anni è stato totalmente alterato perché sottoposto a un violento disciplinamento. E dice ancora:
Sono personaggi enormemente simpatici: è difficile immaginare gente simpatica [...] come quella del mondo di Accattone, cioè della cultura sottoproletaria e proletaria di Roma fino a dieci anni fa.[4]
Pasolini si contrappone alla tendenza di matrice illuministica a dare una valutazione positiva del progresso.
Le nostre anime si sono corrotte nella misura in cui le nostre scienze, le nostre arti hanno progredito verso la perfezione.[5]
Come per Rousseau, Pasolini vede nello stato di natura una sorta di età dell’oro, in cui l’uomo poteva raggiungere la felicità, «uno stato che non esiste più, che forse non è mai esistito, che probabilmente non esisterà mai».[6] Entrambi si oppongono alla condizione dell’uomo civilizzato e pertanto corrotto dall’educazione e dalle istituzioni. Il progresso, dunque, è visto come un cambiamento fortemente negativo, destinato ad accrescere sempre di più la disuguaglianza tra gli uomini.
Pasolini guarda alla persistenza della tradizione in ogni orientamento all’azione in cui essa si manifesta, compresa l’azione illegale, alla ricerca di elementi che continuino a rimanere estranei all’economia monetaria e alla mercificazione. Il passaggio dalla società precapitalistica a quella industriale viene vissuto dal poeta come un vero e proprio genocidio culturale:
Il genocidio ha cancellato per sempre dalla faccia della terra quei personaggi. Al loro posto ci sono quei “sostituti”, che, come ho avuto già occasione di dire, sono invece i personaggi più odiosi del mondo.[7]
Dietro a questi concetti si intravede l’influenza delle opere di Ernesto De Martino che descrivono l’Italia come un paese con forti squilibri strutturali fra Settentrione e Meridione. Oggetto di studio diventa proprio il Sud del paese, con i suoi stili di vita e modelli culturali appartenenti a quelle civiltà mediterranee non ancora soggette, negli anni Cinquanta, al meccanismo di sfruttamento capitalistico. De Martino affronta per primo il problema dell’autonomia della cultura contadina del Meridione. Le sue ricerche etnologiche, dai primi anni Cinquanta, rivelano una società rimasta emarginata per secoli da ogni contesto nazionale, con forti carenze istituzionali, e che ha quindi sviluppato un sistema di valori proprio. Pasolini guarda all’Italia partendo da questi presupposti, come se essa continuasse a rimanere esclusa dal capitalismo, e lo fa attraverso la creazione artistica, con la poesia.
Metà e più dei giovani che vivono nelle borgate romane, o insomma dentro il mondo sottoproletario e proletario romano, sono, dal punto di vista della fedina penale, onesti. Sono anche bravi ragazzi. Ma non sono più simpatici. Sono tristi, nevrotici, incerti, pieni di un’ansia piccolo-borghese; si vergognano di essere operai; cercano di imitare i “figli di papà”, i “farlocchi”. Sì, oggi assistiamo alla rivincita e al trionfo dei “figli di papà”. Sono essi che oggi realizzano il modello-guida.[8]
Pasolini rivela qui un altro concetto importante: il modello di riferimento. Una serie di studi sociologici condotti a metà degli anni Settanta da Walter Runciman individua in qual modo la popolazione percepisce le differenze di status e di ricchezza sociale. Da svariate inchieste condotte in quegli anni, ma anche da studi più recenti, risulta spesso un’incongruenza tra la classe sociale cui l’intervistato sostiene di appartenere e la realtà della sua condizione. Spesso, il riconoscimento di sé nel mondo si riferisce a modelli di autostima che si sviluppano attraverso un’attribuzione di valore a tutto il proprio patrimonio culturale di riferimento.
Il mondo vissuto e descritto da Pasolini è estremamente interessante in questo senso, perché si colloca sul crinale della disgregazione dei modelli di autostima riferiti al lavoro proletario. I minatori inglesi dell’Ottocento e di tutta la prima metà del Novecento erano molto fieri di essere minatori: il loro modello di autostim...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Il canto dell’usignolo: prefazione alla presente edizione
  6. Ringraziamenti
  7. Premessa
  8. 1 L’immagine della struttura sociale
  9. 2 Lo sguardo antropologico
  10. 3 L’opposizione all’esistente e il “principio speranza”
  11. Nota bibliografica
  12. Lista dei nomi citati
  13. goWare <e-book> team
  14. Manifesto di goWare