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Le forme politiche
Il PD non è mai nato a Roma
Che il malaffare si realizzi per impulso della destra appare quasi normale, quantomeno agli esponenti della destra stessa, i quali non hanno sentito il bisogno di assumersi alcuna responsabilità. In noi desta invece sconcerto il fatto che la sinistra non sia stata capace di impedire la corruzione e che, anzi, ne sia rimasta in parte contaminata. Sono queste le situazioni che alimentano la sfiducia generalizzata e che impediscono di individuare le risorse morali e civili di tanti amministratori e militanti del PD e della sinistra, impegnati ogni giorno per il bene comune. Da queste risorse bisognerà ripartire, impegnandosi ancora di più per rinnovare il PD e per farne una leva del cambiamento.
Ora si propongono le solite diagnosi sulla crisi del partito romano, cose dette tante volte senza alcuna conseguenza pratica. Anche a me è capitato in passato di lanciare strali contro le correnti interne, ma oggi questo è diventato un argomento inefficace, visto che a parlare con disprezzo delle correnti sono proprio coloro che le hanno organizzate. Forse l’analisi deve essere più profonda e nel contempo più semplice. Il PD a Roma non ha mai espresso una funzione politica, nel senso della costruzione di un progetto per la città. La sua crisi non riguarda aspetti marginali, bensì il compito principale di un partito. È come dire che il panettiere non produce il pane, e proprio per questo il lievito rimane inutilizzato e finisce per marcire.
Di questa sterilità politica si è avuta prova in tutti i passaggi decisivi. Solo qualche mese fa, di fronte alle difficoltà del governo capitolino, l’unica proposta che è venuta dal ceto politico è stata prima il rimpasto e poi l’azzeramento della giunta. La segreteria nazionale del PD ha perfino chiesto “l’obbedienza” di partito a un sindaco eletto dai cittadini; poi, appena è cambiato il vento, si è disteso un velo pietoso su tali richieste.
Ancora prima, comunque, il PD era arrivato impreparato alla campagna elettorale del 2013, senza aver elaborato un progetto di governo capace di sbrogliare la grave eredità lasciata dalla destra. Allora venne a mancare anche il candidato – pur essendo già stato scelto con anni di anticipo – a causa della defezione di Nicola Zingaretti, mai spiegata ai militanti che lo avevano sostenuto con convinzione. Si disse che andava in Regione per l’emergenza democratica nata dalla crisi della giunta Polverini, ma oggi si viene a sapere che, più banalmente, non se l’era sentita di fare il sindaco. A quel punto si fece ricorso alle primarie, non per allargare la partecipazione, ma per nascondere un vuoto di idee e di candidati. I capi corrente che inventarono dal nulla la candidatura Marino scaricarono poi su di lui l’impreparazione che in realtà andava addebitata a loro stessi.
Il segnale d’allarme era già venuto nelle precedenti elezioni regionali del 2010 perdute dal PD perfino in assenza delle liste di Forza Italia che non furono presentate in tempo. Il gruppo dirigente romano-laziale non riuscì a esprimere un candidato e neppure a organizzare le primarie. All’ultimo momento intervenne la segreteria nazionale con la candidatura di Emma Bonino, una persona di grande valore, ma impreparata alla sfida. Fu una campagna elettorale inconsistente, senza alcuna idea di governo. Era già evidente quattro anni fa che il partito come soggetto politico era inesistente a Roma e nel Lazio.
Durante gli anni di opposizione in Campidoglio non si fece argine al malgoverno della destra. Tranne alcune meritorie denunce da parte di consiglieri e dirigenti di partito, non ci fu un’azione politica coerente volta a impedire Parentopoli prima che giungesse l’intervento della magistratura. Solo a ridosso delle elezioni comunali si alzarono i toni, lasciando il dubbio che si volesse far dimenticare la debolezza precedente.
Ma soprattutto è in quegli anni che il partito si ritira dalla società romana, si impoverisce la cultura riformista, si indeboliscono i legami – creati nel quindicennio di governo – con i luoghi di produzione culturale, le competenze e le innovazioni, i centri decisionali e le relazioni internazionali; si sfilaccia anche il rapporto con la periferia, anzi, il tema scompare dall’agenda politica del partito.
Se non si fa bene l’opposizione poi non si riesce neppure nel buongoverno. Le cose migliori che facemmo negli anni Novanta furono elaborate nella dura lotta contro Sbardella negli anni Ottanta, prima che arrivasse Tangentopoli.
Con la sconfitta del 2008 si chiuse il lungo quindicennio di governo del centrosinistra. Mi sembrò doveroso allora proporre una riflessione autocritica, ma dovetti constatare che non c’era alcuna intenzione di farla. Calò un silenzio glaciale sui motivi della sconfitta e si andò avanti come se nulla fosse. Non aver rielaborato il passato ha reso debole se non inconsistente il progetto per il futuro.
Oggi però la valutazione del quindicennio che non riuscimmo a fare autonomamente ci viene richiesta dalla nostra gente, sconcertata per l’esplosione del malaffare. Ci viene chiesto se questi fenomeni siano cominciati già ai nostri tempi. La risposta deve essere chiara: Rutelli e Veltroni hanno messo l’onestà al primo posto nel governo della città. Dall’alto del Campidoglio in quegli anni è arrivato ai funzionari e agli imprenditori il segnale inequivocabile che non sarebbe stata tollerata alcuna forma di corruttela e di condizionamento dell’interesse pubblico. Nessuno di noi può escludere a priori che possano essersi verificati singoli episodi di malaffare, ma certamente non vi è mai stata alcuna copertura o indulgenza politica.
Rimane però l’interrogativo se tutto possa essere cominciato con Alemanno, come un colpo di pistola ai blocchi di partenza. L’accertamento dei singoli fatti spetta alla magistratura, ma l’analisi dei processi dovrebbe andare più in profondità. Anche riguardo la nostra esperienza occorre valutare se talune policies ispirate dalle migliori intenzioni non abbiano poi prestato il fianco agli stravolgimenti successivi; oppure se certi errori non prontamente corretti non abbiano poi aperto le maglie a sistematiche spoliazioni dell’interesse pubblico; oppure ancora se certi vuoti di governo non siano poi stati riempiti dalla melma del malaffare.
Tutto ciò porta a una valutazione più generale del rango riformatore delle nostre amministrazioni. Se sono bastati cinque anni di malgoverno a travolgere quindici anni di buongoverno, vuol dire che il cambiamento non aveva messo radici tanto solide da resistere al vento contrario. Le vere riforme sono irreversibili.
Questo può essere ritenuto un criterio troppo severo rispetto alla banalizzazione oggi in voga della parola “riforma”, ma è l’unico modo per valutare la portata delle diverse policies. Si possono fare molti esempi di politiche irreversibili: l’ingresso nell’euro, le privatizzazioni, il Jobs act. Irreversibile non significa che non può essere modificata, ma certo la nuova policy deve partire dall’equilibrio raggiunto per spostarlo in avanti. In un certo senso le macro politiche liberiste sono irreversibili, e potranno essere superate solo da una nuova sinistra che non rimanga prigioniera delle vecchie ricette.
L’analisi del grado di reversibilità è, a mio avviso, il metodo più efficace per valutare le politiche pubbliche. Applicato al caso romano consentirebbe di discernere cosa rimane, cosa svanisce e cosa degrada della nostra opera di governo. Per fare meglio in futuro, resta ancora da stendere un bilancio serio del quindicennio, senza nostalgie e senza tendenze liquidatorie.
Notabili senza politica
L’anno 2007 è stato davvero cruciale per Roma: è allora che, di fronte ai crimini di Giustiniana, La Storta e Pigneto e alle rivolte xenofobe organizzate dalla destra, si incrina l’immagine serena del governo cittadino. Nasce il Partito democratico con la pretesa di assumere il modello Roma come esempio nazionale. Comincia la grande crisi che interrompe la lunga bonaccia dell’economia cittadina.
È un curioso intreccio di processi contrastanti. La nascita del nuovo partito si accompagna al declino dell’esperienza di governo e del modello di sviluppo della città. Tutta la vicenda del PD a Roma è segnata da questo inizio controverso. Da quel momento l’esperienza romana diventa la retroguardia della politica nazionale, mentre in precedenza ne aveva costituito l’avanguardia. Era stato proprio il laboratorio di Veltroni sindaco a guidare la fondazione del Partito democratico. Anche negli anni Novanta l’esperienza di Rutelli sindaco aveva anticipato la nascita dell’Ulivo. Entrambe le anticipazioni poggiarono sulle spalle dei due sindaci. Tutte le funzioni politiche che di solito svolge un partito furono delegate alle loro personalità: il progetto di città, le relazioni con la società, la presenza nel territorio, la selezione della classe dirigente.
Quando viene meno la risorsa della leadership, nessuno sa più svolgere quelle funzioni. E tuttavia la personalizzazione si è già affermata come l’unica forma capace di contenere le diverse funzioni politiche. Mancando ormai personalità di rilievo cittadino, si può realizzare solo la micropersonalizzazione nei territori. Intorno ad alcuni consiglieri si organizzano reti di consenso personale alimentate dalla gestione della cosa pubblica. Diventano rapidamente i punti di riferimento nel territorio proprio avvalendosi del vuoto lasciato dalla leadership e dall’assenza di ogni altra forma organizzativa. Il PD nasce infatti sotto l’insegna del partito leggero che viene interpretata come una sorta di tana libera tutti, destrutturando la vecchia rete dei DS e delegittimando la ricerca di nuovi modelli. Rimane disponibile l’unica forma personalizzata del “notabilato” che viene dall’eredità democristiana. I politici della Margherita si sentono subito a casa continuando a fare politica nei modi appresi in gioventù. Paradossalmente quella forma è assunta anche dai postcomunisti, perché appare un segno di modernità rispetto alla vecchia organizzazione di partito che peraltro non erano mai riusciti a ripensare nella nuova realtà sociale. Anzi, in alcuni casi i postcomunisti assumono la nuova forma con più entusiasmo rispetto ai postdemocristiani, perché vengono meno i freni inibitori della tradizione comunista contro il protagonismo individuale. ...