Eutanasia il Parlamento si faccia vivo
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Eutanasia il Parlamento si faccia vivo

L'urgenza di una buona legge per vivere liberi fino alla fine

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Eutanasia il Parlamento si faccia vivo

L'urgenza di una buona legge per vivere liberi fino alla fine

About this book

Le modalità per porre fine alla propria vita ricadono nel diritto all'autodeterminazione. Malattie invalidanti, perdita del controllo sulla propria mente e sul proprio corpo, stati comatosi irreversibili, dipendenza da altri possono rappresentare perdita della dignità personale e desiderio di terminare quella che, dalla persona stessa, può venir considerata una "non-vita". L'Associazione Luca Coscioni si batte affinché la volontà di ogni malato sia rispettata e nessuno venga sottoposto a terapie mediche contro la propria volontà. Dopo aver aiutato e fatto crescere la battaglia politica di Piergiorgio Welby, dal 2013 l'Associazione porta avanti una proposta di legge di iniziativa popolare per la legalizzazione dell'eutanasia e il pieno riconoscimento del testamento biologico in Italia.

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Prima sessione

Le riposte dei medici. Tavola rotonda sulla responsabilità dei medici alla fine della vita

* * *
La tavola rotonda moderata da Arnaldo D’Amico, caposervizio de “la Repubblica-Salute”, ha visto la partecipazione di Massimo Gandolfini, Dario Manfellotto e Mario Riccio. Per la complessità degli interventi li abbiamo voluti riportare di seguito integralmente. Il lettore troverà quindi un doppio intervento per ogni relatore.

Il problema della definizione della prognosi
di MASSIMO GANDOLFINI

MASSIMO GANDOLFINI, Primario di Neurochirurgia. Brescia. Il testo non è rivisto dall’autore
Sono contento che mi abbiate invitato, sono soddisfatto perché credo che il dibattito culturale, anche se da posizioni diverse, sia soltanto un arricchimento. Mi vengono in mente le parole di De Gasperi all’indomani della fine della guerra, quando incontrando la Società delle Nazioni disse: “Al di là della vostra cortesia personale, qui tutto mi è contro”, perché probabilmente è così. Penso di essere certamente una voce un po’ fuori dal coro e quindi a maggior ragione sento di dover ringraziare il dottor Riccio che invitandomi ha voluto, credo, dare una dimostrazione di virtuosa democrazia in un tempo nel quale sembra così difficile poter esprimere opinioni diverse.
Entro nel tema, enorme e delicatissimo, dell’accertamento della morte. Una volta l’accertamento era quello dello specchietto messo davanti alla bocca o al naso del paziente per vedere se respirava ancora o meno. Questo fino a quando, nel ’68, si è fatto il protocollo di Harvard per definire la cosiddetta “morte cerebrale”, che ancora oggi viene ritenuto valido per il sistema di espianto e trapianto d’organi. Sull’accertamento della morte si va sempre di più delineando e proponendo la possibilità di trovare un criterio di tipo cardiopolmonare, che tuteli però la non corruttibilità degli organi, perché altrimenti si metterebbe in gravissima difficoltà una pratica medica di grandissimo valore.
Il problema più grande forse è il problema della definizione della prognosi. Parlando da neurologo e da neurochirurgo, forse l’ambito delle malattie neurologiche, in particolare delle malattie neurodegenerative, è l’ambito più complesso, più difficile da affrontare dal punto di vista prognostico.
Gli stati vegetativi di cui tanto e poco contemporaneamente ci si occupa, perché purtroppo la legislazione non è adeguata per aiutare le famiglie di queste persone gravissimamente disabili, ci sta dando dei numeri che per noi medici sono impressionanti. Oggi ci troviamo una percentuale di misdiagnosis di fronte agli stati vegetativi, quindi di errata diagnosi, dell’ordine del 21% in tutto il mondo. Molte volte vengono definiti “stati vegetativi” condizioni che in realtà sono di “minima coscienza”. A volte non si tentano trattamenti di tipo riabilitativo, per quanto di riabilitazione o di educazione funzionale si possa parlare, perché stati di minima coscienza vengono scambiati per stati vegetativi persistenti. La parola “persistente”, almeno nell’ambito tecnico-scientifico, è una parola che dovrebbe essere sottolineata quattro volte con la riga blu da parte del professore di medicina. La persistenza dello stato vegetativo oggi è stata dimostrata inesistente.
Fa molta specie, diceva il professor D’Avack, che molte volte la giurisprudenza deve occupare il posto dell’assenza legislativa, ma mi permetto di dire che molte volte occupa anche il campo di qualcosa di più specifico, che non è l’assenza legislativa. Quando in alcune sentenze si dichiara che “lo stato vegetativo è irreversibile”, si dice una stupidaggine medica. Ciò in quanto i casi documentati di ripresa sono tantissimi imponendo un atteggiamento di particolare attenzione, di particolare prudenza sulle condizioni limite. Proprio perché sono condizioni limite, queste devono essere valutate caso per caso: è impossibile scrivere una legge, una norma, una regola universalistica di fronte a condizioni di questo genere. Alla luce di ciò, si impone ancora di più quel virtuoso rapporto medico-paziente che non può essere un rapporto di tipo contrattualistico, non può essere un rapporto normato, ma deve essere un rapporto valutato momento per momento, giorno per giorno sul campo.
Vi riporto un caso molto interessante pubblicato dal "Corriere della Sera" il 13 marzo. Un famoso industriale della moda, per un problema di tipo ictale, finisce in coma. Rimane in coma per parecchio tempo finché, quasi incredibilmente e stando a quello che è scritto sul giornale, si riprende e addirittura va avanti con la sua vita con grandissimo successo. Perché porto questo esempio? Per sottolineare e suffragare ulteriormente il concetto che dicevo in precedenza: massima prudenza, massima sensibilità di fronte a casi così complessi.

Catechismo come guida per una legge
di DARIO MANFELLOTTO

DARIO MANFELLOTTO, Direttore Unità Operativa Complessa di Medicina interna, Roma
Vorrei rispondere alla domanda che emerge da questo dibattito: quali sono le responsabilità e le risposte dei medici nei confronti del fine vita?
Esiste un’ampia discussione terminologica sull’eutanasia e il fine vita che certe volte rischia di portare fuori strada. Diventa infatti solo un esercizio semantico dire che l’eutanasia è la buona morte, il morire bene, parlare di eutanasia attiva e di eutanasia passiva. Questo esercizio però burocratizza il discorso o ci allontana dalla sostanza della questione. Ci ritornerò fra un attimo.
Sono direttore di Medicina Interna, lavoro in un ospedale cattolico e ovviamente già da questo si può immaginare quale possa essere il mio punto di vista. Da parte mia, però vi è un punto di vista che non è né clericale né cattolicista, né confessionale né bigotto. È un punto di vista articolato.
Quali sono i riferimenti normativi? Come medici abbiamo la legge, ovviamente, che regola i nostri comportamenti. In primo luogo la Costituzione, con l’articolo 32 – bellissimo, fondamentale – che ricorda il rispetto della persona umana.
Esiste il codice deontologico dei medici, aggiornato nel 2014, del quale cito due articoli per noi vincolanti. L’articolo 16 riguarda le procedure diagnostiche e gli interventi terapeutici non proporzionati, e si conclude dicendo: “Il medico che si astiene da trattamenti non proporzionati non pone in essere in alcun caso un comportamento finalizzato a provocare la morte”, sottolineando la necessità che non si ponga in essere il cosiddetto “accanimento terapeutico”.
L’articolo 17 del codice deontologico allo stesso modo recita che “il medico, anche su richiesta del paziente, non deve effettuare né favorire atti finalizzati a provocarne la morte”.
Questo è il codice deontologico dei medici al quale noi siamo tenuti ad attenerci.
Per i Cattolici vi è il Catechismo della Chiesa cattolica, citato anche nel messaggio di Luigi Brunori. Il Catechismo dice che “l’interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi, può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all’accanimento terapeutico, non si vuole così procurare la morte. Si accetta quindi di non poterla impedire, le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità, o da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente”. Se dovessimo fare una legge, credo che questo sarebbe un articolo nel quale quasi tutti ci potremmo riconoscere.
Ancora, “l’uso di analgesici è conforme alla dignità umana anche con il rischio di abbreviare i giorni di malattia se la morte non è voluta né come fine né come mezzo, ma è soltanto prevista e tollerata come inevitabile”.
Anche oggi è stato ricordato Papa Wojtyla, il quale si è richiamato al Catechismo della Chiesa cattolica, quando ha deciso che non ci fosse un’insistenza nelle cure, rifiutando di essere intubato.
C’è un altro aspetto molto importante: i cinque anni della legge 38 sulle cure palliative, sulla terapia del dolore. Una legge molto importante che per i pazienti e per noi medici ha cambiato tanto. Dal nostro punto di vista lavorativo ha facilitato l’erogazione dei farmaci antidolorifici, possibilità che fino a cinque anni fa non c’era. Sono stati istituiti gli hospice, strutture che permettono l’assistenza al paziente a casa o in regime residenziale nelle strutture dove il paziente terminale può essere ricoverato per essere accompagnato alla morte.
Attenzione, non parliamo solo del malato oncologico, ma anche del malato con una grave insufficienza respiratoria o renale, un malato cirrotico, un malato cardiaco, un malato cachettico. Cioè parliamo di tutto un panorama di condizioni cliniche che possono portare i malati a uno stato di irreversibilità per il quale ora possono essere assistiti.
Il problema è, a mio avviso, la contestualizzazione delle situazioni. Noi parliamo di eutanasia, ma andiamo a vedere quello che accade, quello che ci chiedono i pazienti e quello che vediamo quotidianamente. Lo diceva bene Gandolfini per quanto riguarda la neurologia, quando parlava della “zona grigia” del malato neurologico, zona in cui c’è uno stato vegetativo persistente. In merito ad uno stato vegetativo bisogna chidersi: da quanto tempo?
Eluana aveva uno stato vegetativo persistente di sedici anni e non era intubata, non era assistita da una macchina. Eluana aveva una PEG, un sondino nello stomaco con il quale veniva nutrita e idratata, faceva dei massaggi, la fisioterapia, ma è stata sedici anni così. L’intervento su Eluana è stato semplicemente un intervento di astensione dalle cure, quindi di evitare l’accanimento terapeutico. In questo caso non c’è stata eutanasia, c’è stato un intervento con il quale si è deciso di non continuare, di non accanirsi. A mio avviso siamo molto in linea con quello che dice il Catechismo della Chiesa cattolica, cioè non ci si è accaniti oltre su una ragazza che da sedici anni era costretta a letto e non attaccata a nessuna macchina. Lo stato vegetativo non prevede l’intubazione, non prevede la ventilazione assistita, è una situazione completamente a sé stante.
Tempo fa una mia amica doveva essere sottoposta ad un intervento diagnostico importante per un sospetto di malattia tumorale. Mi dice: “Dario, mi raccomando lo dico a te. Se dovesse succedere qualcosa non mi intubate, lasciatemi morire, non vi accanite. Se c’è un cancro che non prevede nessuna possibilità non insistete, lasciatemi morire. Non voglio niente, poi comunque pensaci e se c’è una situazione nella quale vedi margini, decidi tu”. Come può esistere una dichiarazione così assoluta di trattamento che dica “Io voglio assolutamente morire, fammi morire, non intubarmi, non attaccarmi al respiratore, e comunque decidi tu”? È il medico o il fiduciario che deve decidere al momento quello che deve essere fatto, quello che si può fare. Se il paziente deve essere intubato – perché come medico verifico che può sopravvivere a quella situazione -, credo di doverlo fare, perché gli sto dando una possibilità di vivere. Se c’è un arresto cardiaco in corso di procedura e lo devo intubare per rianimarlo e so che poi potrà recuperare, ma perché non devo farlo? Perché lui ha detto prima “lasciatemi morire”? Eppure potrebbe ritornare a una situazione di vita normale. Chi decide in quel momento? Credo che debba decidere il medico ed il paziente ha bisogno di contare su una persona di fiducia.
Non possiamo dire che la Dichiarazione Anticipata di Trattamento sia assolutamente tassativa e vincolante. È un indirizzo del quale devo assolutamente tenere conto insieme ai familiari, ma ci sono delle condizioni in cui la decisione è urgente e in cui solo io medico devo decidere. Non c’è nessuno, è una situazione di secondi, di attimi in cui si deve prendere una decisione e bisogna fare quello che ritengo opportuno, ricordando quello che ha scritto e detto il paziente. Attenzione: magari può darsi che io neanche conosca il paziente, che lo veda in pronto soccorso, per le prima volta e mi trovi ad avallare una dichiarazione anticipata che non condivido o che meriterebbe clinicamente di essere modificata. Ecco, va tutto contestualizzato.

Contraddizioni del Codice deontologico
di MARIO RICCIO

MARIO RICCIO, Medico anestesista, Cremona. Aiutò Piergiorgio Welby a seguito della sua pubblica richiesta di interruzione delle terapie
Quando mi è stato chiesto chi poteva essere un collega che si poneva in posizione decisamente contraria al mio punto di vista, ho pensato subito a Massimo Gandolfini. Non so tra l’altro se Gandolfini sia in territorio nemico in questa discussione tra medici, forse è anzi in maggioranza
Il mio intervento dovrà necessariamente essere stravolto perché non voglio sottrarmi alla domanda sul come si può definire la morte. Questo chiaramente comprimerà il mio intervento originale, che voleva vertere sul Codice deontologico sul quale ho dei punti di vista diametralmente opposti al collega Manfellotto.
Cos’è la morte? Non lo sappiamo. Oggi anche il concetto di morte cerebrale è contestato. È stato contestato addirittura da un importante editorialista dell...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Introduzione
  6. Messaggi di apertura
  7. Saluti istituzionali
  8. Prima sessione Le riposte dei medici. Tavola rotonda sulla responsabilità dei medici alla fine della vita
  9. Testimonianze
  10. Ringraziamenti
  11. goWare <e-book> team
  12. Manifesto di goWare