1. La nuova famiglia
Il cambiamento è partito dalla famiglia, la base della società e dello Stato. Nel XIX secolo, la struttura della famiglia cinese ideale era immutata dai tempi di Confucio, cioè da circa 2000 anni. Tre generazioni vivevano sotto lo stesso tetto: il patriarca aveva molte mogli e altrettanti figli, anche gli eredi maschi avevano più mogli e figli e tutti loro convivevano in armonia in un ampio cortile, in una specie di villaggio composto da decine di persone, a cui si aggiungeva uno stuolo di servi. Le donne del clan erano date in moglie ai vicini di casa, che così entravano a far parte del nucleo e in questo modo singole famiglie arrivavano a controllare intere città. Ognuno aveva un nome che indicava esattamente il suo grado di parentela con gli altri: non esistevano appellativi generici come “zia”, “zio” o “cugino”, ma c’erano termini come “zio, primo fratello minore di mio padre” (da shushu) o “zio, secondo fratello di mia madre” (er jiujiu) e così via e lo stesso valeva per i cugini. Era un’intricata ragnatela di relazioni in cui ogni individuo occupava un posto ben preciso. I bambini crescevano con l’idea che se avessero studiato tanto e se si fossero comportati in modo virtuoso e filiale avrebbero superato l’esame imperiale, sarebbero diventati mandarini di successo, avrebbero ereditato la fortuna di famiglia e si sarebbero stabiliti in una loro casa con una nuova famiglia allargata. Più tardi avrebbero scelto il più intelligente tra gli eredi per sostenerlo negli studi, proseguendo una gloriosa tradizione familiare.
Tuttavia, questo schema era puramente ideale. Nella maggior parte dei casi gli uomini avevano una moglie e basta, perché non potevano permettersene altre, e i più poveri non ne avevano neanche una, mentre alcuni, un po’ meno poveri, dovevano accontentarsi di condividerla con i loro fratelli. Di base, però, la famiglia era composta da un uomo, molte mogli e una vasta prole.
Nel caso dell’imperatore la famiglia diventava una questione di sicurezza di nazionale: doveva avere molte mogli per assicurarsi di avere molti figli e di poter scegliere il più adatto di loro come suo successore. Quest’ultimo doveva essere un uomo, ma non necessariamente il primogenito della prima moglie, come accadeva invece in Europa. Infatti, il sistema cinese mirava ad evitare che un incompetente salisse al trono, come poteva capitare in Europa, dove si riteneva che fosse Dio a indicare il giusto erede, cioè il primogenito.
Il tema della famiglia e della monogamia rappresentò il principale scoglio per la conversione dell’imperatore Qing al cattolicesimo: poteva prendere in considerazione l’idea di convertirsi, dato che molti dei suoi consiglieri più vicini erano gesuiti, ma non poteva accettare di avere una sola moglie, perché ciò avrebbe alterato i meccanismi di successione. Nel XVII secolo i gesuiti sapevano perfettamente di non poter intromettersi nelle norme di successione cinesi, dato che le mogli del re e i loro figli erano stati la causa principale dello scisma anglo-romano ai tempi di Enrico VIII e di Elisabetta I, la quale morì nel 1603, sette anni prima della morte di Matteo Ricci, avvenuta a Pechino nel 1610.
L’antico modello familiare si protrasse fino all’avvento del comunismo, nel 1949. Dopo il Movimento del 4 Maggio 1919, la monogamia fu presentata alla Nazione come un simbolo di progresso e modernità. Chiang Kai-shek aveva più di una moglie, come del resto molti alti rappresentanti del Kuomintang (KMT), ciò nonostante il Partito Comunista ruppe i vecchi schemi imponendo regole puritane come la monogamia. Fu un salto notevole, ma le cose peggiorarono negli anni ’80, quando la regola del figlio unico rovesciò completamente la piramide delle relazioni familiari.
Fino ad appena un secolo prima un nonno poteva essere servito e riverito da decine di nipoti che si contendevano il suo favore. Negli anni ’80, invece, una coppia, spesso composta da due figli unici di matrimoni monogami, poteva ritrovarsi con quattro nonni, per un totale di sei adulti, che ronzavano intorno a un solo bambino. Ecco il fenomeno dei “piccoli imperatori”, bambini viziati ma anche sottoposti a forti pressioni. Il figlio unico aveva la responsabilità di avere successo per la gloria della sua famiglia, mentre nei nuclei allargati questo fardello era distribuito equamente tra decine e decine di fratelli che dovevano prima imparare a convivere gli uni con gli altri. Negli anni ’80 ogni bambino doveva essere il primo della classe, per essere sicuro di entrare in una buona scuola superiore, che a sua volta garantiva un posto in una delle migliori università, il tutto in un contesto scolastico fortemente selettivo. Naturalmente è impossibile che ce la facciano tutti. Allora che cosa succede, nelle maggior parte delle famiglie, se un ragazzo non è ammesso in una buona università e se non ha un certo tipo di prospettive professionali? Come possono fare i giovani per riconciliarsi con il loro destino? Si sentiranno frustrati e arrabbiati? Non sono pochi, milioni di bambini appartengono a questa generazione. Che impatto avranno queste persone sulla società, sullo Stato, sul resto del mondo e sulla cultura nei prossimi vent’anni?
Una cosa è certa, la Cina non ha mai visto una generazione come questa, perciò è difficile dire che cosa succederà. Sta di fatto che il fenomeno ha preso piede e il governo, accortosi del problema, sta cercando di porvi rimedio, ma prima di rispondere a questa domanda bisogna cercare di comprendere il profondo mutamento del governo stesso.
2. La fine dell’imperatore
Dopo l’unificazione, avvenuta alla fine del III secolo a.C., la Cina ha sempre avuto un imperatore, un capo supremo dello Stato, la più alta fonte di potere, colui che decideva tutto. In un certo senso, erano già esistite figure di questo tipo, come il figlio del cielo (tianzi) del periodo Zhou, ma la sua era un’autorità religiosa e rituale, più che politica.
L’impero vero e proprio iniziò con Qin Shi Huangdi, il primo imperatore della Cina. Il sistema attraversò diverse fasi, ma un elemento rimase costante: il monarca non si occupava dell’amministrazione del Paese, compito che spettava in gran parte a un concilio di ministri e funzionari selezionati su base meritocratica. L’imperatore incarnava gli interessi dello Stato e lo Stato gli apparteneva, secondo un meccanismo molto simile a quello delle società moderne che separano la proprietà dalla gestione. Il proprietario, o il principale azionista, stabilisce gli obiettivi e indica le direttive generali e gli interessi della società, come la stabilità e il benessere di quest’ultima. Gli interessi dell’imperatore coincidono dunque con gli interessi del popolo, che corrisponde all’insieme di chi lavora all’interno della società. Naturalmente i cittadini vogliono condurre una vita tranquilla e sicura e per mantenere tali condizioni è necessario che il potere dell’imperatore sia forte e duraturo.
In posizione intermedia tra il sovrano e il popolo c’erano i funzionari, che avevano il compito di governare il Paese e di garantirne la stabilità. Il popolo sentiva di avere gli stessi interessi dell’imperatore, perciò entrambe le categorie finivano per biasimare gli ufficiali se qualcosa andava storto, purché si trattasse di questioni di poco conto. Se c’erano invece grossi problemi voleva dire che l’imperatore aveva perso la testa, che non comprendeva più i suoi interessi e quelli del suo popolo o che il cielo non voleva che governasse e quella era la fine della sua dinastia, a cui ne sarebbe succeduta un’altra, che avrebbe posto nuove basi per il vecchio gioco della stabilità.
Nel XX secolo Chiang Kai-shek e Mao Zedong riproposero lo stesso modello. Anche se non si chiamavano “imperatori”, erano la più alta impersonificazione degli interessi dello Stato, coloro che impartivano le direttive generali per il suo funzionamento. La figura di Deng Xiaoping fu invece più debole, per quanto fosse anch’egli assai rispettato, mentre Jiang Zemin fu una via di mezzo. Il cambiamento più radicale si ebbe però all’inizio del XXI secolo, con il passaggio di potere senza scosse da Jiang Zemin a Hu Jintao. A quel punto fu chiaro che nessuno dei due era un imperatore, erano ufficiali eletti per merito, ma non rappresentavano la massima espressione degli interessi dello Stato. Il presidente non può prendere decisioni estreme da solo, deve ottenere il consenso degli alti esponenti del Partito, inoltre non gli è permesso nominare un successore: Hu fu eletto da Deng (mentre Jiang avrebbe indicato Zeng Quinghong), così come non fu soltanto Hu (che avrebbe preferito Li Keqiang) a scegliere Xi Jinping come suo successore. Jiang e Hu sono alti dirigenti, ma non imperatori e ciò pone un nuovo quesito: chi è che incarna gli interessi dello Stato e del popolo?
Nei Paesi democratici è il corpo elettorale a votare il capo dello Stato e gli altri rappresentanti. Nella Cina moderna, invece, non esistono elezioni e la “legittimazione” dei leader politici è semplice: abbiamo il potere perché abbiamo il potere. Se nessuno fa cadere il governo vuol dire che possiamo restare e lo facciamo garantendo la crescita economica del Paese e cercando di estendere il benessere a tutta la popolazione, seppure in modo diseguale.
In ogni caso, la legittimità non è che uno dei molteplici aspetti della questione. Il punto è: chi decide le direttive generali? Secondo quali criteri si giudica l’operato di ufficiali e alti funzionari? In pratica ci sono due categorie che hanno un potere decisionale molto squilibrato quando si tratta di agire e di stabilire gli obiettivi da raggiungere.
La categoria più debole (che però si sta facendo sentire sempre di più) è l’opinione pubblica, le cui reazioni sono diffuse dai mezzi di comunicazione, in rete su blog e social network e attraverso le elezioni locali, tutti mezzi che pur non riuscendo a fornire un’immagine chiara della situazione rivelano un certo spostamento degli interessi generali. Per quanto concerne la protezione ambientale, ad esempio, dieci anni fa la gente era meno sensibile al tema, mentre adesso è sempre più attenta.
Un’altra categoria potente, che influenza i capi di Stato, è quella dei tecnici, vecchi quadri del Partito chiamati a discutere le scelte del governo. La loro opinione è sollecitata in qualsiasi ambito e siccome questi ex politici non hanno alcun tornaconto personale, sono interpellati anche per promuovere i nuovi ufficiali. Per redigere il programma dell’ultimo congresso del Partito, nel 2007, sono stati consultati decine di migliaia di esperti e in 5000 hanno partecipato alla stesura del documento. Anche in pensione, gli ufficiali hanno accesso a un certo numero di comunicati interni e mantengono canali di comunicazione privilegiati con gli alti dirigenti: si può dunque affermare che influenzino ampiamente i processi decisionali. Tuttavia, il sistema è tutt’altro che trasparente, anzi, è pervaso dalla corruzione: gli ufficiali di livello medio e basso, sostenuti dalle società, possono tentare di fare carriera elargendo omaggi e favori ai capi, mentre le società, specialmente quelle pubbliche, possono cercare di influenzare la politica facendo altrettanti doni e favori agli ufficiali.
Proprio per contrastare questa tendenza, il Partito ha iniziato ad affidarsi ad esperti accademici e a politici in pensione, che non nutrono interessi personali nelle questioni affrontate, tengono segreto il processo decisionale e quindi non sono soggetti a forti interferenze. Però neanche questo metodo è infallibile e il Partito lo sa, infatti ha iniziato a promuovere la democratizzazione del Paese, nonostante i molti dubbi sui possibili aspetti negativi del nuovo sistema.
Attualmente il Partito sta cercando di fare passi in avanti, ma non senza sforzo, dato che comunque, per quasi tutti, la massima aspirazione è diventare imperatori.
3. Un esercito di imperatori
Al limite di piazza Tienanmen, vicino a Zhengyangmen (“la Porta di Mezzogiorno”), a duecento metri dal mausoleo di Mao, c’è un posto in cui i bambini possono farsi fotografare vestiti da piccoli imperatori manciù, seduti su un trono. Il luogo è simbolico: un tempo l’antica porta si apriva sulla nei cheng (“la città in...