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Bali. Appunti e colori dall'isola degli dei
About this book
Oltre gli schiamazzi di Kuta, oltre le vetrine di Seminyak, c'è tutto un mondo che merita di essere ascoltato: il bello di Bali sta nei racconti delle persone e Cabiria se ne accorge entrandoci dalla porta di servizio, quella di un ashram di Candidasa.
Guida pratica e diario di viaggio, questo libro racchiude la storia di tre anni e di tre viaggi alla scoperta del lato meno patinato dell'isola, quello che ancora resiste alle provocazioni del turismo e che mantiene le proprie tradizioni più vive che mai.
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Information
Topic
Personal DevelopmentSubtopic
TravelRacconti di viaggio: la mia vita balinese
Mi chiamo Gusde, che è un po’ come dire buongiorno
Si presenta proprio così, tendendomi la mano con un gran sorriso. Gusde mi aspetta agli arrivi internazionali tra una selva di pubblicità di ogni tipo, il volto patinato dell’isola, e i tour operator coi loro cartelloni lucidi.
Come tanti nella zona di Candidasa anche Gusde ha studiato all’ashram dove sono diretta. Ora fa l’autista e la guida, vivendo gran parte della sua vita sulla strada, a volte dormendo in macchina. È una delle persone che a Bali mi è più cara e quella che state per leggere è la storia del nostro primo incontro.
Usciamo dall’aeroporto attraversando l’afa del parcheggio, è ormai notte e il caldo umido mi incolla i vestiti addosso. Saliamo in macchina e ci infiliamo nel traffico strombazzando alla selva di scooter che affollano la carreggiata, Gusde mi guarda e ride: «questi vanno a Kuta, dopo la deviazione scompaiono tutti».
Mi chiudo nella mia felpa, l’aria condizionata ci isola dal resto del mondo e l’abitacolo si gonfia di storie mentre fuori dal finestrino vedo scorrere le immagini di quello che mi sembra un film: ancora non ci credo, sono dall’altra parte del mondo, da sola.
I racconti di Gusde sono quelli di chi su quest’isola ha passato una vita intera: non posso fare a meno di notare che i suoi occhi brillano mentre parla e non sono le luci del traffico, è l’orgoglio di sentirsi parte di un qualcosa di più grande, per il quale si nutre un amore sincero.
In quel preciso momento ho capito di invidiare quest’uomo ancora sconosciuto: io tutto questo orgoglio per le mie origini sento di non averlo avuto mai e sorrido quando penso che per capirlo mi sono dovuta allontanare da casa per davvero.
Ma forse funziona sempre così.
Lo riempio di domande, voglio capire, voglio capire tutto, subito.
Poco dopo Padang Bai passiamo davanti a un gruppo di persone intente a trafficare con fascine di legno: stanno preparando una badee, una pira, per un funerale che si svolgerà l’indomani. Quella delle pire è un’usanza che si sta un po’ perdendo perché è molto costosa: «i balinesi non usano i soldi per vivere bene, ma per morire bene», mi dice Gusde«ma adesso tanti si fanno cremare: è più veloce e più economico».
Economica o meno, la badee è impressionante da vedere: è forse stato questo il primo momento in cui ho realizzato che le immagini che vedevo scorrere sul finestrino non erano quelle di una serie tv ma storie di vita vera.
Mi sono sentita fremere.
Alta circa venti metri, la badee non viene mai costruita sul luogo del funerale, viene spostata solo in un secondo momento, rigorosamente a mano. Ci vogliono almeno trenta persone per farlo e io non capisco il perché di tanta fatica inutile.
L’occasione dà a Gusde l’aggancio per parlare di templi, e di induismo. Lo ascolto affascinata e non posso fare a meno di pensare che noi occidentali certi entusiasmi li abbiamo persi, io per prima: forse perché ormai diamo tutto come per scontato o forse più semplicemente perché preferiamo tenerli a distanza di sicurezza, sono troppo impegnativi.
Inizio a intuire quanto sia complicato il sistema dei templi balinesi, organizzati in livelli stabiliti in base alla territorialità e al bacino di persone che coinvolgono. Si va dai grandi templi direzionali, che con la loro carica di energia proteggono l’isola intera, fino ai family temple, che rappresentano il livello più intimo, più raccolto: sono i templi di famiglia, quelli dove ogni componente si deve recare a pregare o a fare un’offerta almeno una volta ogni due settimane. Due settimane del calendario balinese, e anche questa è una faccenda che ho poi cercato di approfondire, ma devo ammettere con scarso successo.
Il parallelismo con la nostra messa della domenica scatta automatico nei miei pensieri, e dato che non ne sono mai stata una gran frequentatrice, chiedo se in questo modo uno non si senta troppo vincolato al proprio territorio dal punto di vista spirituale, ma soprattutto da quello fisico.
L’immagine che mi viene in mente è quella della gabbia da cui non si può scappare, ma Gusde qui mi spiazza: mi dice che si può sempre costruire una specie di simulacro del tempio da portarsi appresso, perché l’appuntamento che non bisogna mancare non è quello con il luogo fisico ma piuttosto quello con il proprio luogo di provenienza. La differenza pare sottile ma è proprio questa la chiave che spalanca la porta della gabbia che mi ero immaginata prima.
Gusde al solito me l’ha spiegata con poche parole, ma molto chiare: «in Bali everybody knows where he comes from».
Non serve un indirizzo e, a volerla dire tutta, non servirebbe nemmeno un simulacro.
La gabbia ce la costruiamo da soli, non è vero che ci chiudono dentro.
La mia Bali è iniziata così, senza paracadute.
Con queste premesse, avrei mai potuto resistere al fascino dell’isola?
[foto 17 - Candidasa, ashram Gandhi, uno dei punti d’accesso alla spiaggia]
Spiritual Travelling*
«In Italia fate il funerale solo al corpo, qui lo facciamo anche allo spirito.»
Gusde esordisce così sulla strada per Legian quando, passando davanti al Pura Goa Lawah, ci blocchiamo a causa di un funerale. Non pensate che tra badee e funerali quell’anno ci sia stata una qualche moria, è solo che proprio come quella dei templi, anche la questione dei funerali a Bali è molto macchinosa, oltre che molto lunga. Così lunga che noi quella volta siamo stati fermi più di un’ora.
La fortuna ha voluto che la persona con cui ho condiviso il maggior numero dei miei viaggi sull’isola appartenga alla casta dei bramini, uno dei clan in cui è suddivisa la società balinese, la cui vocazione è proprio quella di insegnare. Inutile dire che io ne ho sempre approfittato.
Il Pura Goa Lawah è uno dei templi direzionali di Bali, il più importante della zona est: la gente del posto lo chiama Bat cave, proprio perché la sua peculiarità è rappresentata da una grotta piena di pipistrelli, davanti alla quale si trova l’altare principale.
Ma perché Gusde si è messo a raccontarmi dello spiritual travelling proprio davanti a questo posto? Semplicemente perché il Pura Goa Lawah rappresenta una tappa fondamentale del viaggio delle anime.
Quando una persona muore viene cremata: se la famiglia può permetterselo, la cerimonia si svolge subito, altrimenti si rimanda a quando viene raccolto il denaro necessario. Spesso vengono bruciate solo le ossa, perché il corpo fa in tempo a decomporsi. Questo è il funerale del corpo.
Dopo la cremazione si celebra il funerale dello spirito, che comporta un pellegrinaggio piuttosto impegnativo: anche in questo caso, quindi, chi può permetterselo lo intraprende subito, giusto il tempo di organizzare lo spostamento di centinaia di persone (già), chi invece non è così fortunato deve raccogliere il denaro necessario, di nuovo.
Nel frattempo le ceneri riposano nel family temple, il famoso tempio di famiglia: ogni famiglia ne ha uno, ed è proprio per questo che a Bali di templi ce ne sono più di 20.000.
Non è raro che in alcuni casi si compiano pellegrinaggi multipli: spesso i morti fanno in tempo ad “accumularsi”, così si risparmia anche sulle spese.
Il pellegrinaggio parte dal family temple e per i balinesi dell’est prosegue fino...
Table of contents
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Presentazione
- I luoghi della narrazione
- Prologo
- Informazioni pratiche: vademecum per l'isola
- Itinerari in pillole
- Racconti di viaggio: la mia vita balinese
- Fotogallery
- Indice dei luoghi
- goWare <e-book> team
- Manifesto di goWare