Ritorno al futuro:
il destino dell’Europa ripensare il Mediterraneo per ripensare l’Europa
di Bruno Amoroso
Il presente contributo ha preso forma originariamente nel marzo del 2012 in occasione della mia partecipazione a un seminario organizzato a Catania dal cersdet (Centro Ricerche e Studi per la Democrazia nella Transizione) ad apertura di un ciclo di incontri denominati, in maniera appropriata, “colloqui sull’Europa”. In tale incontro, rivolgendomi a un pubblico di giovani ricercatori ed esperti, ho ritenuto opportuno non pensare il seminario che avrei tenuto nei termini di una “lezione”, ma di confrontarmi con i presenti in forma colloquiale affinché fosse possibile tracciare in maniera più efficace nuove possibili linee di riflessione e di ricerca.
Come ebbi modo di spiegare, un ricercatore a mio avviso può essere paragonato a un giocatore di carte, a un professionista che dopo avere giocato la propria partita per vincerla nel migliore dei modi ripone, mischiandole, le carte nel mazzo per poi ricominciare una nuova serie di mani. Chi fa ricerca e concretizza i propri studi, le proprie intuizioni scrivendo libri, redigendo rapporti e indagini, cerca di spingersi il più possibile vicino alla comprensione dell’oggetto della sua ricerca. Ma poi, un po’ per l’onestà di riconoscersi impotenti nel tentativo di avvicinarsi a una verità che, anche nel successo, non è mai colta del tutto, alla stessa maniera del giocatore ci si ritrova a mischiare le carte nel tentativo di muovere un’ulteriore passo verso la comprensione dei cambiamenti che nel frattempo sono intervenuti nel mondo.
E io in quel contesto colloquiale avevo deciso di rimescolare il mazzo per sviluppare in maniera originale e anche “provocatoria” il tema di quell’incontro, ossia l’Europa tra le primavere arabe e la crisi finanziaria. Già insita nel titolo che avevo scelto rivelavo la mia “provocazione”: Ritorno al futuro. Ritorno al futuro, infatti, esprimeva la mia volontà di pormi criticamente rispetto a quanto stesse accadendo in Europa e nel Mediterraneo, rispetto a quelle “primavere” innescate da problemi talmente seri, e mai affrontati adeguatamente, e persino prevedibili sebbene gli esiti restino indecifrabili. Se quanto è accaduto poteva essere in parte previsto, le forme e le modalità nelle quali si stanno delineando (ricorro al tempo presente poiché sono tuttora in corso) sfuggono, salvo alcuni sprazzi d’intuizione, alle nostre percezioni e ciò pone un importante problema metodologico poiché i nostri studi esigono un cambiamento di metodo.
Fino a oggi ha prevalso a mio avviso la tendenza a guardare al futuro con la testa ben rivolta al passato. Ciò è stato rassicurante poiché ha impedito che si camminasse alla cieca ma, allo stesso tempo, ci ha lasciati nella convinzione ancora da confutare che, solo a partire dall’esperienza storica del passato, sia possibile prevedere cosa potrebbe accadere in futuro. Si è trattato di un approccio sicuramente importante, ma che, tuttavia non ha nei fatti funzionato, come dimostrano le esperienze concrete maturate nella mesoregione mediterranea.
Nel momento in cui, infatti, si è trattato di realizzare il co-sviluppo euro-mediterraneo, il progetto sociale dell’Europa, e dare attuazione ad altre ambiziose prospettive le aspettative sono state sempre disattese da risultati che hanno portato in direzioni esattamente opposte. Concretamente, i grandi scenari costruiti a partire dall’analisi sistematica degli eventi della storia, nella convinzione che la storia conti, hanno enfatizzato la cultura dei popoli, delle aree e così via, dando sostanza a un approccio consolatorio, nel senso che si poteva sbagliare nei particolari, ma nella convinzione ferma che il sentiero fosse quello giusto.
Ebbene oggi, è opportuno ammetterlo, proprio sui grandi temi ci si ritrova di fronte a delle realtà, quella dell’Europa e quella del Mediterraneo, sfuggenti, estremamente difficili da cogliere. Ed è per tale motivo che appare necessario ripensare questo approccio. Si riteneva, e con ciò introduco una prima osservazione, che la storia, il passato e le culture fossero un dato quasi oggettivo poiché, una volta individuati e studiati, erano considerati “dati” e quindi il futuro non era che un’evoluzione, una fase successiva di queste grandezze.
Dovremmo interrogarci oggi proprio sul fondamento di ciò che abbiamo considerato culturalmente, storicamente e come tradizioni elementi di base “dati” e inconfutabili quando, invece, non essendolo di fatto hanno fatto sì che sfuggissero alle nostre analisi, alla ricerca di altri fattori assai ben più importanti. Presa consapevolezza di ciò non è affatto possibile ricominciare a impostare il nostro lavoro partendo ancora da tali fondamenti ed è proprio a tal proposito che propongo l’idea, non ancora da me affinata, di invertire l’ordine prioritario dei riferimenti. In altri termini bisogna tenere conto della storia, della cultura, delle tradizioni, ma cercando di rileggerle continuamente per evitare d’incorrere nel medesimo, solito errore che ci ha di fatto “avvelenato” il percorso.
Bisogna osservare un elemento che temo possa sfuggire all’approccio storico e strutturale che ha caratterizzato il mio modo di fare ricerca, ossia tenere conto che il futuro dipende pure dalle persone, quindi dalle aspettative e dal modo in cui le persone immaginano e desiderano realizzare il loro presente. Sotto tale aspetto cito sempre una frase dello scrittore Elie Wiesel, ebreo d’America, che in occasione del forum internazionale di Stoccolma sull’olocausto ha affermato che «la storia è la politica del passato e la politica di oggi è la storia del futuro».
Quindi ci sono queste due “grandezze mobili” che dobbiamo cercare di riuscire a raccogliere e interpretare in ogni periodo perché la politica è la percezione delle persone esistenti in un certo periodo storico e quindi non può essere considerata come dato obiettivo ma come una percezione, percezione sulla base della quale si sono organizzati e si organizzano anche i rapporti sociali.
La politica è la percezione di ciò che potrebbe essere un futuro migliore o peggiore, o quel che altro sia. Pertanto intendo rimettere in questione il mio approccio storico-strutturale, braudeliano, la metodologia che ha caratterizzato tutti i miei libri, e che presuppone che l’analisi dei fatti consenta di delineare i percorsi futuri. E così intendo ridefinirlo prendendo le mosse da quanto sta accadendo oggi, da quelle che sembrano le due grandi sorprese del nostro presente: la “primavera araba” e l’attuale crisi finanziaria che sta destabilizzando l’Europa mediterranea.
1. Le due “primavere” mediterranee
Sebbene l...