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La virtù della povertà. Cristo e il cristiano dinanzi ai beni materiali
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La virtù della povertà. Cristo e il cristiano dinanzi ai beni materiali
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Il significato da dare alla virtù cristiana della povertà ha sempre avuto carattere estremamente problematico nell'intera vita della Chiesa. Per accostarsi ad un'interpretazione distante da ogni visione utopica e da ogni impostazione ideologica occorre riferirsi all'intero bagaglio dell'intelligenza teologica e del buon senso naturale. Il primo patrimonio dell'intelligenza teologica è offerto dal modo con cui Gesù si è rapportato ai beni materiali mentre dal buon senso naturale il cristiano recepisce quel realismo che non rappresenta alcuna riduzione della fede, ma l'ambito stesso della verifica umana dell'esperienza cristiana.
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Information
Topic
Theology & ReligionSubtopic
Christian TheologyLa povertà nella vita cristiana
«Si deduce chiaramente che il Vangelo non contiene un semplice pauperismo, né un misticismo orientaleggiante che abbia la pretesa di togliere i discepoli dal mondo o di paralizzare la vita economica delle nazioni. “Povertà” e “ricchezza” designano invece due categorie essenzialmente morali: due stati del cuore umano, quello del distacco e quello dell’attaccamento alla ricchezza in senso materiale; e indicano che quest’ultima non è condannabile in se stessa né in senso quantitativo, bensì in quanto si impadronisce del cuore dell’uomo e in quanto si presta ad un cattivo uso in termini di giustizia e di carità»
(José Miguel Ibañez Langlois).
0. Introduzione
Povertà e ricchezza non sono solo temi assai ricorrenti nel Vangelo (e, più in generale, nell’intera Sacra Scrittura), ma assurgono anche a categorie assai impegnative per la vita del cristiano ed assai significative per il cammino della Chiesa. La povertà, oltretutto, rappresenta una dimensione fondamentale e vincolante – anche sotto il profilo canonico – per coloro che
«per mezzo della pratica dei consigli evangelici [vogliono] seguire Cristo con maggiore libertà ed imitarlo più da vicino, [conducendo] una vita consacrata a Dio»[135].
Certamente la riflessione sulla povertà assume un posto fondamentale nella vita consacrata[136]; non di meno, però, essa rappresenta un aspetto assai significativo nell’insieme della vita cristiana[137]. Ma come intendere, all’interno del rapporto dell’uomo con Dio e all’interno del rapporto tra gli uomini, ciò che viene naturalmente avvertito come un limite e un ostacolo alla piena realizzazione della persona? «Al contrario[,] la Sacra Scrittura affronta di proposito il problema della povertà, anzi giunge a proporre questo stato, umanamente spregevole e miserabile, come ideale di vita»[138]. Anche un’affermazione come questa non è priva di problematicità e impone un’attenta serie di premesse e di considerazioni. È esattamente ciò che ci riproponiamo di verificare con le annotazioni che seguiranno.
Prima di addentrarci in esse, occorre aggiungere qualche precisazione metodologica. In ambito teologico, il tema della povertà e della ricchezza può essere affrontato mediante differenti approcci. Già altrove abbiamo provato a dettagliare le diverse e complementari angolature con cui ci si può avvicinare alla questione[139]. Un primo livello dovrebbe porsi sul piano propriamente storico e riguarderebbe l’indagine tesa a comprendere il modo con cui Gesù Cristo abbia vissuto il rapporto con i beni materiali. Consideriamo una tale ricerca[140] come immediata premessa alle attuali considerazioni. Vi è poi, l’ampio ed inesausto campo dell’analisi esegetica mirante a delineare non tanto il comportamento del Nazareno quanto l’insegnamento del Messia. Le risultanti di questa modalità teologico-biblica rappresentano un’altra premessa al presente contributo[141]; una premessa di differente natura che deve essere salvaguardata nella sua autonomia metodologica. Da quest’ultimo approccio esegetico, si deve distinguere il piano ermeneutico[142]. Infatti, l’esegesi[143] attiene all’analisi della Scrittura mentre l’ermeneutica[144] è inerente all’attualizzazione del testo biblico. Riconoscendo la necessaria distinzione delle due discipline, pur facendo tesoro di questo sfondo ricco e poliforme, il presente saggio si posiziona sul piano precipuamente ermeneutico. Infatti, distinguendolo dalla prospettiva teologico-esegetica, questo contributo potrebbe essere considerato di natura teologico-spirituale o anche, se si preferisce, di natura teologico-morale.
Un’altra consapevolezza accompagna questo nostro impegno. Essa riguarda l’utilità e il limite disciplinare dell’esegesi. Se, da un lato, nessuna interpretazione può prescindere da una seria analisi esegetica, quest’ultima, proprio per essere seria, non deve tracimare, rimanendo nel proprio campo scientifico. Ma ciò, d’altro canto, costituisce esattamente il limite di un’analisi testuale che rimane orfana dell’interpretazione. Ecco perché, a fortiori per una tematica sempre rovente quale è quella della povertà, si impone il passaggio dal piano analitico a quello morale ed interpretativo. Quindi – anche a nostro avviso –, «la questione non può essere risolta in maniera soddisfacente dal punto di vista puramente esegetico»[145].
Il chiarimento circa il metodo seguito, quindi, dovrebbe consentire anche di comprendere l’intento che questo lavoro vorrebbe perseguire: offrire un contributo all’annosa questione del modo con cui interpretare la povertà cristiana.
1. Povertà: un bene o un male?
Prima di entrare nel vivo del nostro tema, sembra opportuno fare una sorta di premessa genericamente “culturale”. A questa bisognerà aggiungerne un’altra, che apparirà assolutamente necessaria: quella specificamente terminologica.
In alcuni momenti della storia[146], il richiamo alla povertà ha suscitato grande suggestione soprattutto, ma non esclusivamente, sulle giovani generazioni. Ciò è, spesso, avvenuto in periodi di smarrimento di identità o in tempi di cambiamento, in frangenti culturali in cui si è mostrato forte il desiderio di una certa fuga dall’incalzare dei ritmi (e, a volte, delle responsabilità).
Non c’è molto da discutere se si afferma che questi nostri decenni sono caratterizzati da una profonda crisi che, innanzitutto, è di natura culturale e, pertanto, antropologica. Proprio per questo motivo, c’è da ritenere che il nostro tempo abbia quei caratteri che lo rendono particolarmente sensibile al richiamo ad una vita sobria, naturale e modesta. Ma non c’è bisogno di dilungarsi anche su quanto questa cultura “naturalista” sia contraddittoria rispetto ai modelli di comportamento ordinariamente perseguiti anche dai più convinti oppositori dell’economia moderna.
Stando ai nostri tempi, possiamo scorgere nella svolta del Sessantotto l’affermazione di un atteggiamento diffuso e comunemente condiviso – spesso in modo irriflesso – di condanna del capitalismo e di apprezzamento della vita frugale. Complice anche la contrapposizione politico-militare tra i blocchi Est-Ovest, le lotte sociali di quegli anni hanno sedimentato nell’immaginario collettivo una raffigurazione del mondo occidentale quale cinico sfruttatore ed un’immagine dei paesi del Terzo mondo (con i loro leader: Ho Chi Minh e Mao, Castro e Che Guevara) quali popoli incorrotti e terre incontaminate.
Per tutto ciò, il Sessantotto, con il suo rifiuto della società borghese e con la sua istanza di spontaneità, ha rappresentato anch...
Table of contents
- Copertina
- Frontespizio
- Colophon
- Presentazione
- Premessa
- La povertà di Cristo. Un’indagine storica
- La povertà nella vita cristiana