Dopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia?
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Dopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia?

Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle mafie

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Dopo Falcone e Borsellino, perché lo Stato trattò con la mafia?

Sul documento inabissato dalla Commissione parlamentare d'inchiesta sulle mafie

About this book

Inabissato, questo il destino di Stragi e trattativa, importante documento della Commissione parlamentare antimafia.
Redatto per lo più da magistrati coraggiosi, è qui pubblicato per la prima volta. Non viene esclusa un'ipotesi impressionante, cioè che l'assassinio di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino abbia avuto un interesse convergente o sia servito a ripristinare un secolare compromesso tra Stato e mafia.
Stragi e trattativa non è né ambiguo né reticente. Fa i nomi di chi si è prestato al cedimento a Totò Riina alla sommità dei palazzi del potere politico, della giustizia e della Polizia.
Viene anche assecondato un sospetto del premier Giuliano Amato: nelle stragi del 1992-1993 ci fu la "manina" di poteri criminali estranei a Cosa nostra?
La verità in un documento che fa tremare le vene e i polsi.

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Stragi e trattativa







Rapporto della Commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e sulle altre associazioni criminali, anche straniere
Vai al documento nella stesura originale di Antonio Tricoli
Rispetto al documento originario redatto dal giudice dr Tricoli, l’indice dei nomi contiene anche i nomi citati nell’introduzione di Salvatore Sechi, che precede Stragi e trattativa. È interamente del dr Tricoli la bibliografia essenziale.

Le origini della mafia

1 La mafia rurale

La mafia, intesa come associazione criminale diretta a praticare la violenza organizzata, compariva già sotto il regime borbonico anche se il fenomeno si confondeva con manifestazioni riconducibili alla criminalità comune.
La sua presenza, tra picciotti, bande armate, capi e gregari la si rinviene anche negli aiuti prestati alla spedizione garibaldina, senza con ciò nulla togliere ai liberali dell’isola e ai patrioti formatisi alla scuola mazziniana.
Concretamente, però, l’avvio del processo formativo della mafia iniziava in concomitanza con gli eventi connessi alla ricostruzione sociale post-garibaldina, epoca in cui la classe baronale, detentrice della proprietà fondiaria, assumeva bande di briganti che le assicuravano il controllo delle campagne obbligando i contadini a una cieca e servile ubbidienza.
In effetti l’uso di valersi di sgherri per la protezione dei feudi lo si rinviene anche sotto la dominazione spagnola; avveniva, però, che in Lombardia l’efficiente amministrazione austriaca subentrata a quella spagnola estingueva la braveria, mentre in Sicilia la debole amministrazione borbonica le delegava il controllo del territorio sotto il ricatto di rivoluzioni o secessioni da parte dell’aristocrazia terriera.
Questa “mafia rurale” (1860-1943) aveva già una sua notevole capacità di accumulazione illecita della ricchezza in quanto con abile mediazione consegnava ai baroni, in cambio del mantenimento dell’ordine pubblico, solo una parte delle rendite e delle gabelle della proprietà fondiaria.
Detto fenomeno, già nel 1876, veniva rilevato dagli studiosi Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino i quali notarono che la manovalanza mafiosa “[…] era per lo più in mano a persone della classe media” e la direzione strategica nelle mani dei capimafia che erano “[…] persone di condizione agiata”.
La mafia rurale otteneva, così, la sua prima legittimazione sociale con il controllo del territorio nell’assenza dello Stato impegnato, nei primi anni dopo l’unità, nell’affermazione della sua egemonia.
Apparivano evidenti anche i collegamenti con la politica.
Il nascente Stato liberale era, infatti, impossibilitato a reprimere la violenza in quanto, in un sistema in cui il diritto di voto era ancorato al censo e a un certo grado di cultura dell’elettorato, il potere legislativo in origine era espressione politica di quella aristocrazia terriera che lo aveva eletto e che di quella violenza mafiosa si serviva per tutelare i propri interessi agrari.
Ma se la mafia si rafforzava grazie ai collegamenti con l’apparato pubblico sabaudo è anche vero che il nuovo Stato, il cui ceto dirigente si era nel tempo dilatato fino a comprendere anche la borghesia, ne traeva precisi vantaggi in quanto, nella debolezza delle strutture statuali, si avvaleva del formidabile potere repressivo della mafia per controllare l’ordine pubblico.
Anche il periodo caratterizzato dalla mafia rurale vide omicidi eccellenti, tra i quali quelli del generale garibaldino Giovanni Corrao (1863) che la storiografia annota come il primo omicidio di Stato e quello di Emanuele Notarbartolo (1893), già sindaco di Palermo nonché direttore del Banco di Sicilia.
Dell’omicidio Notarbartolo che aveva intrapreso un’opera di moralizzazione dell’istituto di credito responsabile di avere largheggiato in favoritismi venne inquisito come mandante il deputato Raffaele Palizzolo; un delitto questo che molte analogie e similitudini presenta con l’assassinio del presidente della Regione siciliana Piersanti Mattarella (1980) che aveva intrapreso una politica di moralizzazione de...

Table of contents

  1. Copertina
  2. Frontespizio
  3. Colophon
  4. Presentazione
  5. Si può trattare con la mafia per combatterla? Il dilemma dei governi Amato e Ciampi nel biennio tragico 1992-1993 di Salvatore Sechi
  6. Stragi e trattativa
  7. Bibliografia essenziale
  8. Lista dei nomi e dei luoghi citati