Summers, Hansen e la stagnazione secolare
di Fabio Menghini
Premessa
Il 7 e 8 novembre del 2013, il Fondo Monetario Internazionale tenne la sua quattordicesima Jacques Polak Annual Research Conference dedicata in quell’occasione a Stanley Fisher, un economista con una brillante carriera accademica al mit e che ha ricoperto ruoli prestigiosi in numerose istituzioni finanziarie.
Il tema della conferenza era Crises: Yesterday and Today.
Alla fine del secondo giorno si svolse la tavola rotonda conclusiva tra un gruppo di economisti di prim’ordine: Ben Bernanke, Stanley Fisher stesso, Kenneth Rogoff e Lawrence Summers, moderatore Olivier Blanchard, Chief Economist del fmi.
Bernanke ancora per qualche mese sarebbe stato presidente della Federal Reserve, che aveva retto durante la crisi finanziaria, quelli che erano stati gli anni più critici per l’economia statunitense e mondiale dai tempi della Grande depressione. Rogoff insegna ad Harvard, è stato allievo di Tobin e anche lui Chief Economist del fmi dal 2001 al 2003, è noto per i suoi studi sulle crisi finanziarie oltre che per il suo passato da giocatore di scacchi. Infine Summers: presidente dell’Università di Harvard, Chief Economist della World Bank e soprattutto, Segretario del Tesoro durante l’amministrazione Clinton nonché Director of the White House National Economic Council durante quella di Obama.
Sarebbe probabilmente restato negli annali come uno dei molti dibattiti sulle crisi, seppure nobilitato da così importanti figure. Ma andò in tutt’altro modo per via dell’intervento di Summers, destinato a scatenare commenti e discussioni tuttora di grande attualità. Tanto che oggi quella conferenza è divenuta una sorta di punto di svolta circa l’interpretazione degli ultimi dieci anni di recessione economica mondiale.
Summers era stato uno dei possibili candidati alla successione di Bernanke alla guida della Federal Reserve, ma al momento della conferenza in questione la Casa Bianca aveva già scelto Janet Yellen.
Per questo motivo, commentò all’epoca il New York Times, Summers si sentì probabilmente più libero di parlare nel suo tradizionale stile molto schietto.
E lo fece rievocando un concetto antico, che notoriamente fa impallidire gli economisti, a qualsiasi scuola essi appartengano: la Stagnazione secolare.
Il Significato di stagnazione secolare
Prima di procedere oltre soffermiamoci su questo termine che è stato in grado di catalizzare un’attenzione assai ampia, evocando lo spettro di un’era prolungata di sviluppo economico bloccato.
Stagnazione secolare fu usato per la prima volta nel 1938 dall’economista Alvin Hansen, uno dei più importanti studiosi americani di Keynes.
Riporteremo nel seguito di questo lavoro la visione di Hansen, cercando di inquadrarla nel contesto storico in cui fu elaborata.
Successivamente, la Stagnazione secolare ha conosciuto momenti di interesse alti e bassi: molto citata e discussa fino al 1950, poi rapidamente dimenticata per rispuntare di nuovo fuori nel 1970 e negli anni successivi a quel decennio e poi scomparire di nuovo.
A seconda degli autori e dei contesti, essa è stata impiegata per esprimere concetti non sempre identici, come rileva l’interessante lavoro di analisi storiografica del termine, condotto da Roger Backhouse e Mauro Boianovsky.
Per questa ragione, prima di riportare i temi del discorso svolto alla Conferenza del Fondo Monetario Internazionale, appare utile anticipare cosa intenda Summers per Stagnazione secolare. Egli si riferisce a un contesto economico in cui, per differenti ragioni che vedremo, si rende necessario scendere a tassi di interesse reali negativi per raggiungere quell’equilibrio tra risparmi e investimenti che assicuri la piena occupazione. In questa condizione di stagnazione prolungata, caratterizzata da bassa inflazione e zero lower bound, diventa assai difficile e poco efficace agire con le tradizionali leve della politica monetaria (e quindi, anche, ristabilire condizioni di piena occupazione).
Il messaggio di Summers
Un intervento breve e molto diretto quello di Summers: siamo tutti d’accordo nel dire che è stato fatto un lavoro eccellente nel contenere la crisi del 2007-2008. Un evento che tra l’autunno del 2008 e l’inverno del 2009 si è mostrato, nella maggior parte dei dati statistici (quelli sul prodotto lordo, la produzione industriale, l’occupazione, il commercio mondiale e i mercati azionari), come addirittura peggiore della crisi del 1929-1930.
Aver superato questa fase è stato un grande traguardo, che giustamente va celebrato.
Vi è tuttavia un aspetto che richiede la nostra attenzione: quattro anni fa, nell’autunno del 2009, il panico finanziario è stato fermato.
Il tarp money è stato ripagato, gli spread sul credito sono stati sostanzialmente normalizzati, non c’era più paura.
Eppure, nei quattro anni successivi a questa normalizzazione finanziaria la quota di adulti occupati non si è incrementata affatto e il pil è declinato sempre più al di sotto del suo trend potenziale, come lo avremmo calcolato nell’autunno del 2009. L’esperienza americana in una performance economica fiacca sulla scia della crisi finanziaria non è unica. Il pil del Giappone in termini reali rappresenta oggi (2013) poco più della metà di quello che era stato previsto nel 1993.
Un pilastro centrale dei modelli sia classici che keynesiani è che le politiche di stabilizzazione riguardino le fluttuazioni e che un obiettivo realizzabile di politica macroeconomica sia quello di garantire meno volatilità. Mi domando se un insieme di idee più vecchie e assai più radicali, che stanno dietro al termine stagnazione secolare, non siano oggi profondamente importanti per comprendere l’esperienza giapponese degli anni Novanta e potrebbero non essere irrilevanti per l’odierna esperienza americana.
Svolta questa premessa Summers passa a illustrare quali siano le ragioni alla base delle sue considerazioni.
Se esaminiamo l’economia pri...