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Vladimir Vladimirovich
Gli inizi a Leningrado
Il giorno prima della sua nomina a premier, Vladimir Vladimirovich Putin (vvp) riceve la notizia della morte del padre. È mercoledì 5 agosto 1999. Giovedì viene convocato al Cremlino dal presidente Boris Nikolaevich Yeltsin che gli comunica l’intenzione di licenziare il primo ministro in carica Sergey Stepashin; poi torna a San Pietroburgo, dove sabato partecipa al funerale di Vladimir senior. Il lunedì successivo il vecchio e malandato presidente ufficializza la decisione e vvp entra alla Casa Bianca, la sede governativa a Mosca, presentandosi così anche candidato ideale per le elezioni del 2000. La notizia che Yeltsin abdicherà in maniera definitiva arriverà solo la notte del 31 dicembre. Se la soddisfazione per il nuovo incarico al vertice del governo è grande, non inferiore è stato il dolore per il lutto: Volodya (o Vova, tutti nomignoli interscambiabili in russo), ligio al severo cliché dell’uomo di stato, non mostra alcuna emozione. Ufficialmente la scomparsa del genitore viene taciuta e solo un paio di righe in un giornale locale ricordano il fatto.
Per Vladimir la famiglia è sempre stata una base solida e affidabile, un rifugio nel quale ritrovare sicurezza e tranquillità. E per un uomo che nella religione conserva un’ancora personale importante (“Il mio credo mi dà tranquillità interiore”) l’esperienza della morte provoca segni indelebili. La mamma è scomparsa l’anno prima, quando da poco è stato nominato fresco capo dell’intelligence, andando a sostituire – sempre per ordine e volere di Yeltsin – Nikolai Kovaliov. Con la madre ha sempre avuto un rapporto strettissimo: è stata lei, Maria Ivanovna Shelomova, a trasmettergli il profondo senso della fede, facendolo addirittura battezzare di nascosto all’insaputa del padre, ed è stata lei a regalargli la croce che ancora oggi ha al collo. Un simbolo che nel 1993, ai tempi della collaborazione con Anatoli Sobchak a San Pietroburgo, Volodya ha portato con sé durante un viaggio in Israele per farlo consacrare al Santo Sepolcro.
La storia dei Putin è stata segnata inizialmente da sofferenze e problemi. I genitori sono fuggiti prima della rivoluzione dalla metropoli sulla Neva per stabilirsi vicino a Tver, nel villaggio di Pominovo, tra l’allora capitale dell’impero e Mosca. Qui Vladimir senior, nato nel 1911, sposa nel 1928 Maria, sua coetanea. Nel 1932 ritornano a Pietroburgo – diventata Leningrado – dal fratello di Maria Ivan, ufficiale di marina, e si stabiliscono a Peterhof. All’inizio Vladimir si guadagna da vivere facendo il servizio di guardia in una fabbrica di vagoni, poi trova un posto come fabbro. Quando comincia la guerra è arruolato in un battaglione speciale della Nkvd (Commissariato del popolo per gli affari interni, in pratica la polizia segreta ai tempi di Stalin) destinato ad azioni di sabotaggio contro i tedeschi. Rischia la pelle un paio di volte, riuscendo sempre a cavarsela e tornando a casa malridotto, l’ultima volta dopo la sacca della Neva. Rimane però zoppo per tutta la vita. Per Vova il padre è un vero eroe, tanto che nella sua prima biografia autorizzata – sfornata alla vigilia delle presidenziali del 2000 e vagliata parola per parola dal Cremlino – descrive uno degli episodi che papà gli racconta da piccolo, quando, catapultato oltre il fronte e inseguito da una truppa di tedeschi, riesce miracolosamente a salvarsi gettandosi in un acquitrino e respirando solo grazie a una canna sottile.
Gli anni della guerra sono difficili: mentre il marito è al fronte, Maria Ivanovna perde anche il secondo figlio, ammalatosi di difterite – il primo è morto un paio di mesi dopo la nascita appena arrivati a Leningrado – e deve sopportare l’uccisione della madre, Elisaveta Aleksevna, partigiana fucilata dai tedeschi nell’ottobre 1941. Il fratello Ivan aiuta Maria a sopravvivere nella città assediata, mentre nessun soccorso (“A quell’epoca di solito la gente non chiedeva favori”, così Putin nelle sue memorie) arriva da parte del padre di Vladimir, il nonno del presidente, che ha molti figli e tutti a combattere.
Spiridon, cuoco di professione, in realtà non è uno chef qualunque. È colui che ha preparato i pasti prima a Lenin e poi a Stalin, probabilmente è stato anche nella Nkvd, ma non s’immischia mai, pare, nelle faccende di famiglia. Dopo la morte del dittatore, ormai pensionato, continua a cucinare nel sanatorio del comitato centrale del partito comunista di Mosca a Ilinskoe.
Così Maria fino al 1945 tira avanti senza il suo aiuto; Vladimir riesce poi a tornare dal fronte e i due si preparano ad affrontare il dopoguerra in una Leningrado tutta da ricostruire. Lui va a lavorare come operaio specializzato all’industria ferroviaria Egorov, lei raccatta due soldi come donna delle pulizie e portinaia. Sette anni dopo la fine della guerra, sei mesi prima che Stalin muoia nel marzo 1953, Vladimir Vladimirovich Putin nasce a San Pietroburgo il 7 ottobre 1952 da una famiglia non certo benestante, fiera però di aver contribuito alla ricostruzione del Paese uscito vittorioso dalla Gloriosa Guerra Patriottica, come i russi chiamano il Secondo Conflitto Mondiale.
Sta finendo un’epoca e ne sta iniziando un’altra. Se sotto Stalin l’Unione Sovietica è diventata una potenza mondiale, ha contribuito a sconfiggere Hitler e il nazismo, dopo la sua morte comincia ad affrontare una strada ricca di incognite e contraddizioni: il disgelo, la destalinizzazione, il volto nuovo di Nikita Khrushchev, la coesistenza pacifica con l’Occidente, ma anche l’invasione dell’Ungheria del 1956, il contrasto con la Cina, fino alla crisi di Cuba con gli usa del 1962. Sono gli anni, quelli dell’infanzia di Putin, di transizione e di travaglio, che paiono aprire da un lato spiragli e prospettive per chiuderle brutalmente all’improvviso dall’altro e conducono in seguito alla stagnazione brezhneviana.
Volodya cresce in condizioni economiche molto modeste e, come lui stesso racconta, i genitori che “prima della guerra vivono in una casa bifamiliare a Peterhof e a quei tempi sono molto felici del loro livello di vita, nel 1945 fanno invece un passo indietro”. Vera Dmiytrieva Gurevich, insegnante della scuola media numero 193, dove Vladimir junior frequenta dalla quinta all’ottava classe, descrive così l’alloggio della famiglia:
Occupavano un appartamento orribile. Era in comune, senza nessun servizio. Non c’era acqua calda, non c’era vasca da bagno. I servizi erano pessimi, si sentiva la puzza fin sul pianerottolo. Praticamente non c’era cucina, c’era solo un angolino scuro e senza finestre.
In quei venti metri quadrati al quinto piano di una vecchia casa sul Baskovski Pereulok, nel centro di Leningrado, il piccolo Putin impara anche a convivere con i topi e da adulto non si vergogna di ammettere che proprio allora ha compreso appieno il significato dell’espressione “mettere qualcuno all’angolo”:
Una volta scoprii un grande ratto e lo inseguii per tutto l’androne fino a costringerlo a rifugiarsi in un angolo. Non aveva più scampo. Improvvisamente si agitò lanciandosi verso di me, fui sorpreso e spaventato. Ora era lui che mi dava la caccia: fece un balzo sul pianerottolo e per le scale. Per fortuna fui più veloce di lui e riuscii a sbattergli la porta in faccia.
Tutto sommato lo stile di vita dei Putin non si distingue molto da quello della maggior parte delle famiglie che nell’Unione Sovietica degli anni Cinquanta affrontano alla meno peggio le difficoltà post belliche. Vladimir Vladimirovich ha quattro anni quando al Ventesimo Congresso del Pcus Khrushchev denuncia i crimini di Stalin, demolendo il culto della personalità del dittatore georgiano. Poco prima del quinto compleanno, il quattro ottobre 1957, l’urss lancia il suo primo satellite, lo Sputnik I, che orbita intorno alla terra sorvolando il territorio nemico americano. Khrushchev annuncia forse con troppo ottimismo che gli usa stanno per perdere definitivamente il dominio nel campo tecnologico-economico mondiale. Nelle aule di scuola Vladimir vede appesi alle pareti i ritratti del nuovo leader del Cremlino, che sta dando un velo di speranza a scrittori e artisti, sino ad allora vittime di un’implacabile censura.
Tutto questo però non sembra interessare più di tanto Volodya, non certo uno scolaro modello. Vera Gurevich lo ricorda come un ragazzo difficile e lui si rammenta che non gli piaceva sedersi ad ascoltare le lezioni, ma preferiva stare in cortile e giocare all’aperto con gli amici. È, sua la definizione, un alunno improvvisato, un ribelle, tanto da non essere ammesso nei pionieri prima della sesta classe. “Ero un hooligan, non un pioniere”, confessa nell’autobiografia. In effetti, l’irrequieto bambino impara presto anche a scuola che se vuole raggiungere gli obbiettivi che si prefigge deve darsi una bella regolata.
Lasciato piuttosto libero dai famigliari e poco incline alla disciplina scolastica, Vladimir capisce che lo sport può dargli in questo senso una mano. Se con i coetanei gli piace poco socializzare e rifiuta di imparare a suonare la fisarmonica come vuole suo padre, in compenso va in palestra quattro volte alla settimana e si sfoga con le arti marziali. All’inizio degli anni Sessanta inizia con il pugilato. I primi risultati non sono proprio edificanti: si spacca il naso e decide di cambiare settore. È il sambo, una sorta di misto tra judo e lotta libera in voga a quei tempi in Unione Sovietica, a catturare la sua attenzione. Non è certo un Adone, ma agile e scattante e con l’aiuto del suo allenatore, Anatoly Semenovich Rakhlin, diventa subito un campioncino. Passato definitivamente al...